’Nido familiare’ (Bela Tarr, 1979)

di A. C.

Ungheria, anni ’70: Laci e Iren sono una giovane coppia sposata con una bambina a carico. Si ritrovano da diversi anni a vivere a casa dei genitori di lui, nella frustrante attesa di farsi assegnare un appartamento per cui hanno fatto domanda da lungo tempo.

Il rapporto tra Iren ed i suoceri è decisamente teso e quasi ogni situazione sembra un pretesto per sfociare in lite, in particolare con il padre di Laci, il quale non perde occasione per rinfacciare alla nuora le sue presunte inadeguatezze di madre e moglie e far pesare ai giovani coniugi l’onere di doverli mantenere. Il ritorno di Laci dal servizio di leva non farà altro che aumentare la tensione ed il disappunto all’interno dell’ambiente familiare, destinato a sgretolarsi sempre più irreversibilmente.

Il regista Bela Tarr ci offre una panoramica socio-politica dell’Ungheria in pieno regime comunista, tramite gli sguardi e le riflessioni dei membri di una famiglia del ceto popolare.

Principalmente girato in interni ristretti, che risaltano l’intensità dei vari confronti tra i protagonisti: dalle incomprensioni coniugali ai conflitti generazionali che costituiscono essenzialmente l’anima dell’opera.

Nessuno sembra destinato a salvarsi in questo mosaico amaro, in questo ironico ‘Nido’ familiare: tutti i personaggi sono ritratti nelle loro imperfezioni, ipocrisie e fragilità. La miseria umana è una costante con cui si convive imperturbabilmente (la scena dello stupro ne è un esempio potentissimo).

Particolare la messinscena dell’autore, probabilmente per via degli scarsi mezzi a disposizione, ma che costituisce il principale merito del risultato conseguito: l’utilizzo della macchina a spalla e la perfetta direzione di attori non professionisti contribuiscono ad una ricostruzione sbalorditivamente realistica dei rapporti umani e sociali.

Inoltre vi è un’alternanza di registri, mai caotica, tra la fiction e il documentario, che fornisce un quadro completo della vicenda; i primi piani sui protagonisti come mezzo per sviscerare le loro personalità e metterli a nudo nelle loro complessità.

La sola didascalia di apertura al film <È una storia vera, non è accaduta ai personaggi del nostro film, ma potrebbe essere accaduta anche a loro> è una premessa eloquente, come a voler esprimere con fermezza quanto le tematiche affrontate fossero un problema diffusissimo e preoccupante.

Esordio cinematografico più che convincente del regista magiaro che, seppur lontano dalla maturità stilistica dei suoi capolavori, presenta già tutti i tratti distintivi di una personalità unica.

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