‘C’era una volta a … Hollywood’: Tarantino e la nostalgica rimembranza

di Corinne Vosa

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Non c’è frase più nostalgica di un Once upon a time, che racchiude un dolce sentimento di malinconia per un’epoca magica e dorata ormai distante nel tempo. C’era una volta a …. Hollywood è infatti il film più nostalgico e poetico di Tarantino, che segna un rinnovamento nel suo universo cinematografico; un elogio della cinefilia che si espleta nella figura storica di Sharon Tate e in un viaggio nel cinema western.

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Non è un western, ma un film ambientato a Hollywood. Eppure è un western. Completa infatti la trilogia western di Tarantino ( Django Unchained e The Hateful Eight) attraverso un discorso ancora più esplicitamente meta cinematografico, omaggiando questo genere attraverso l’analisi del mondo che ne ha creato la magia: il cinema. Uno sguardo oltre l’apparenza, al di dentro del meccanismo.

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La star e lo stuntman. Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, attore hollywoodiano noto per ruoli in film western e d’azione, ma la cui fama è ormai in declino;  Brad Pitt è Cliff Booth, il suo stuntman di fiducia nonché migliore amico. I due sono indivisibili e il loro sodalizio è l’epicentro del film. La coppia DiCaprio – Pitt fa scintille, sia grazie all’accurata caratterizzazione dei personaggi sia alla pregevole bravura di questi interpreti.  L’attore e la sua controfigura, l’animale da palcoscenico e l’uomo nell’ombra: Rick è affascinante, egocentrico, insicuro e lunatico, un ruolo che permette a un attore eccezionale come DiCaprio di destreggiarsi tra le svariate sfumature del dramma e della commedia, assomigliando di volta in volta a un cowboy carismatico, a un ubriacone grottesco o a un Amleto cattivo; Brad Pitt recita con voluto contenimento un ruolo dai moltissimi momenti memorabili,come le gag con il cane Brandy.

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C’era una volta a… Hollywood è poesia di un tempo passato. Tarantino sceglie di fare riferimento a uno dei più tragici e brutali fatti di cronaca di sempre: la strage di Bel Air nel 1969 ad opera dei seguaci di Charles Manson. Nella propria villa Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza e moglie di Roman Polanski , fu selvaggiamente assassinata insieme agli amici Jay Sebring, Abigail Folger e Wojciech Frykowski .

Questo episodio si presta non tanto per la sua evidente violenza, quanto per il potenziale nostalgico che si trascina dietro. L’angelica Sharon Tate di Margot Robbie è la quinta essenza della dolcezza e della solarità ed incarna un ideale di bellezza assoluta che la avvicina alla caratterizzazione di una divinità in terra, una musa umile e socievole, inconsapevolmente superiore nella sua perfezione. Infatti lei e Polanski sono circondati nel film da un alone quasi divino, che li innalza a una sorta di sacralità. Questo sentimento reverenziale è dovuto probabilmente all’aura tragica che la sorte della Tate ha generato intorno alla sua persona, influenzando lo stile di Tarantino, ma è anche funzionale al ruolo allegorico che questi personaggi ricoprono nel film, incarnando in sé tutta la magia del cinema, da quello d’autore ai B movie. Probabilmente Sharon, con la sua leggerezza e assenza di pretenziosità allude anche a un certo cinema del passato, quel cinema spesso bistrattato che Quentin ama, creando un collegamento ideale tra il grande cinema e la cultura d’elite di cui lei stessa fa parte e l’universo cinematografico con cui sono alle prese i personaggi di DiCaprio e Pitt.

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Tarantino rinuncia al formalismo stilistico di una struttura ad atti per valorizzare la maggiore complessità psicologica adottata, prendendosi tutto il tempo per caratterizzare i personaggi e abbondare in citazioni cinefile. L’ironia per Tarantino è vitale e qui certo non manca, anzi il film è un susseguirsi a catena di momenti di grande humour, come la spassosa scena di combattimento con Bruce Lee; ma sono molti i momenti anche commuoventi, fra cui emerge quello della dolce Sharon Tate che assiste alla proiezione di un proprio film, una parentesi magica in cui un’attrice ammira con amore il proprio lavoro, trovando un pieno senso alla propria esistenza e comprendendo di che miracolo comunicativo fa parte.

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Tarantino gioca su ciò che noi spettatori sappiamo della Storia, senza mostrare troppo, accennando e presentando di sfuggita personaggi che sappiamo essere stati determinanti, come lo stesso Manson, ritratto in un agghiacciante incontro di sguardi con la sua futura vittima.

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La sua stessa comunità di adepti è introdotta lentamente e quasi marginalmente rispetto al resto della narrazione e l’incursione nel loro covo è volta a suggerire con la minor dose di azione possibile il disagio psicologico che li contraddistingue. Nei loro occhi si legge follia e freddezza, un invasamento che esploderà nel finale, ma che è già insito in ogni inquadratura che ritrae la Manson Family, insieme a un’atmosfera di allarmante tensione, più che mai percettibile nello sguardo glaciale di Dakota Fanning, nelle carrellate che li riprendono silenziosi in gruppo ma anche in quell’apparizione iniziale sfocata sulle note di Always is always forever di Charles Manson. Tarantino rimarca il contrasto tra la loro apparenza eterea e l’ambiguità di una natura d’essere che li porterà ad atti efferati, cose “da diavolo”.

Sono presenti alcune delle figure storiche più note del gruppo, come i tre assassini Susan Atkins, detta Sadie, Patricia Krenwinkel e Tex Watson, la fedelissima Lynette Fromme (Squeaky), braccio destro di Manson interpretata da Dakota Fanning e la fragile Linda Kasabian (l’attrice Maya Hawke), unica pentita del gruppo. Pussycat (Margaret Qualley), personaggio ricorrente nel film, è ispirata prevalentemente a Kitty Lutesinger.

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Uno dei meriti di Tarantino, al di là del valore artistico che va indubbiamente riconosciuto a questo film, è stata la delicatezza di non sfruttare questa storia per farne un film pulp e violento, ma la rilettura poetica di una tragedia, giocando sullo scarto tra realtà e fiction. In qualche modo questo film è un riscatto? Un omaggio dovuto alla talentuosa Sharon? A cinquant’anni dal massacro sembra quasi che la fantasia tenti di riscattare la realtà, almeno dentro i cancelli del suo regno.

 

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