‘Cinque pezzi facili’ (1970), di Bob Rafelson

di A. C.

Cinque pezzi facili fu una rivelazione: la fusione del cinema personale di J. Cassavetes e il nuovo movimento indie che stava lentamente emergendo.”

(R. Ebert)

Robert Dupea, un pianista originario di una famiglia benestante di musicisti, conduce una vita da operaio lontano dal proprio ambiente familiare per lui opprimente in compagnia di Rayette, una ragazza un po’ naif ma affettuosa e spesso da lui bistrattata. Trascorrendo la propria esistenza insoddisfatta alla giornata e senza prospettive, si trova costretto a tornare dalla propria famiglia alla notizia di un aggravamento delle condizioni di salute del padre. Ma i tentavi di riconciliazione col proprio passato non saranno affatto semplici e il disadattamento sociale troppo forte per trovare la propria quiete.

In pieno avvio della New Wave hollywoodiana, Rafelson offre un’opera emblematica del periodo storico e sociale degli USA del tempo mostrando in modo disarmante e ‘naturale’ un personaggio che non riesce ad adattarsi nemmeno un istante al film di cui è protagonista.

Un film che parte da una storia di castrante quotidianità e che sfocia in un viaggio on the road, in entrambi i casi un ritratto potentissimo del malessere sociale e della disillusione che caratterizzavano lo spirito statunitense del periodo, sempre più incline alla sfiducia nel “sogno americano” e alla contestazione (che il tesissimo clima interno creato dalla Guerra in Vietnam contribuì ad aggravare).

La regia di Rafelson è asciutta e intensissima, ricca di movimenti di macchina statici che consentono di immedesimarsi con lo spirito grigio della storia e dei suoi personaggi. Una narrazione a lenta andatura che porta ad un epifania sconfortante, e non priva di alcune scene memorabili nel mezzo (l’improvvisazione al pianoforte sull’autostrada, l’incontro con l’autostoppista ecologica e lo struggente confronto con il padre disabile).

Jack Nicholson in uno dei suoi primissimi ruoli e tuttora uno dei migliori della sua ricca carriera, subito dopo il piccolo ruolo in Easy Rider del 1969, qui in un’interpretazione calibrata, intensa e lontana dallo standard spesso esplosivo e ‘gigione’ (ma comunque ineccepibile) che ha caratterizzato la sua carriera affiancato da una notevolissima Karen Black, la cui popolarità diventò col tempo sempre minore. Incomprensibilmente.

Un titolo forse poco ricordato nell’insuperabile decennio statunitense degli anni ’70, ma certamente non meno rilevante nella produzione del periodo. ‘Cinque pezzi facili’ ha la complessità, le sfumature, la profondità del Cinema migliore. Coinvolge lo spettatore nella vita dei personaggi e lo fa affezionare a loro anche se i protagonisti non cercano quell’affetto.

Ricordiamo Bobby e Rayette perché sono completamente se stessi, così incasinati, così bisognosi eppure così coraggiosi nella loro solitudine. “Una volta che si sono visti personaggi ‘vivi’ come questi, è più difficile apprezzare dei pupazzi in uno spettacolo di marionette” (cit.).

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