‘Radiazioni BX: distruzione uomo’ (USA/1957), di Jack Arnold

di Girolamo di Noto

Tratto dal romanzo di Richard Matheson, The Shrinking man, pubblicato negli USA nel 1956 e tradotto in Italia con Tre millimetri al giorno, Radiazioni BX: distruzione uomo si inquadra perfettamente come esempio di quel genere fantascientifico che richiama l’attenzione non solo sul concetto di responsabilità della scienza, ma che pone anche riflessioni profonde riguardo il “diverso”, la mutazione del corpo con annessa la perdita dell’identità, fino a giungere a considerazioni metafisiche di tutto rispetto.

Il film trae le sue premesse dallo sgomento suscitato dal nucleare e dalle sue imprevedibili e incontrollabili conseguenze: Scott Carey, il protagonista, mentre si trova in gita in un motoscafo, viene investito accidentalmente da una misteriosa nube di sostanze tossiche.

Pochi mesi più tardi in lui accadono degli strani cambiamenti: si accorge di essere calato di peso e successivamente anche di diminuire di statura. Giorno dopo giorno Scott diventa sempre più piccolo. Nonostante sia sottoposto a continui controlli e trattamenti, continuerà la sua inarrestabile perdita delle dimensioni. La scienza, in questo caso, si dimostra doppiamente inadeguata poiché è incapace di sanare i danni che essa stessa ha causato. Si registra solo un piccolo successo (un antidoto, seppur per breve tempo, riuscirà ad arrestare la il rimpicciolimento), tuttavia alla fine le cure falliranno e Scott sempre più piccolo sarà costretto a vivere in una casa per bambole. Un giorno, la moglie uscendo di casa lascia inavvertitamente entrare il gatto domestico. Da quel momento per Scott comincerà una vera e propria lotta di sopravvivenza, percepita da una dimensione diversa contro bestie feroci e creature mostruose fino all’epilogo finale che lo porterà ad una consapevolezza diversa dell’esistenza.

Il regista, considerato uno dei migliori ” artigiani ” di Hollywood, abile come il nostro Mario Bava, nel sapersi districare con budget ridotti a fare buoni film, lancia il suo affondo polemico verso la scienza, nei confronti della questione atomica che tanto imperversa in quegli anni (ricordiamo che il film esce in piena Guerra Fredda), tuttavia la sua attenzione è rivolta al tema dello spossessamento del corpo e inevitabilmente della perdita dell’identità. Il protagonista è un borghese, perfettamente integrato nella società, che a poco a poco ne fuoriesce contro la sua volontà. Il suo progressivo rimpicciolimento incrina i rapporti con il mondo che lo circonda: le conseguenze non investono solo il licenziamento, ma naturalmente comincia ad incrinarsi anche il rapporto con la seppur fedele e paziente moglie.

Scott lentamente diventa un ‘diverso’, un ‘freak’, vive giorno per giorno il suo calvario, combatte contro l’invadenza dei media, interessati a lui solo per sbatterlo in prima pagina come fenomeno da baraccone. Trova conforto, seppur per breve tempo, con una giovane circense affetta da nanismo. Per un attimo finalmente si trova alla pari con un’altra persona, ma l’illusione dura poco. Scott è consapevole del fatto che sia lui che la nana abbiano in comune un” mondo popolato da giganti”, ma è il passato che li allontana perché la ragazza nasce nana, lui invece deve fare i conti con i ricordi (spietati) di quello che è stato e che adesso non è più. L’identità verrà sempre meno, soggetta al progressivo svanire del corpo. Tutto ciò che lo circonda si riveste di una completa alienazione e i rapporti con oggetti, animali e l’intero creato vengono ridimensionati e acquisiscono una nuova prospettiva. Scott, agli occhi del gatto, non è più il padrone di casa, ma una prelibatezza da gustare; gli oggetti come il telefono, la matita assumono la valenza di giocattoli grotteschi, i passi della moglie al piano di sopra si trasformano in pericoli potenziali.

In tal senso hanno giocato ruolo importante gli effetti speciali di Clifford Stine, magistrali nel rendere perturbante tutto l’insieme. Quando Scott sarà costretto, per difendersi dalle grinfie del gatto, a rifugiarsi nella cantina il film prende quasi le pieghe dell’ horror per diversi motivi: l’ambientazione dello scantinato, la lotta per la sopravvivenza contro un gigantesco ragno, la presenza inquietante di barattoli di vernice, forbici, trappole per topi. Confinato nella cantina, il protagonista, come è stato giustamente osservato da una parte della critica, diventa una sorta di variazione dell’ archetipo di Robinson Crusoe, costretto per sopravvivere ad elaborare tecniche appropriate alla sua nuova condizione.

Diventa un vero e proprio naufrago in occasione dell’allagamento, adatterà a nuovo uso tutto ciò che troverà ( efficace, a tal proposito, il riutilizzo degli spilli che diventeranno lance appuntite da usare contro il ragno).

E infine sempre più piccolo troverà la forza di accettare il proprio destino. La scelta operata da Arnold per il finale non renderà felice nessuno, ma è a mio avviso, riuscita perché ha il merito di aprire squarci metafisici di straordinaria importanza. La Universal voleva il lieto fine con un miracoloso ritorno del protagonista alle dimensioni normali, Matheson, dal canto suo, non accetterà la variazione del finale (il romanzo proseguiva narrando le avventure di Scott nel giardino di casa) al punto da portarlo alla decisione di non comparire nei credits.

Arnold riesce nell’intento di far accettare al protagonista la propria sorte facendolo congiungere con l’infinito: ” la vasta maestà del creato doveva avere un significato. E anch’io significavo qualcosa. Sì, più piccolo del piccolo avevo un significato anch’io. Per Dio non vi è il nulla. Io esisto ancora”.

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