‘I migliori anni della nostra vita’, di Claude Lelouch (Les plus belles années d’une vie, Francia 2019)

di Andrea Lilli

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

(C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

I migliori anni di una vita sono quelli che restano da vivere, disse Victor Hugo, che arrivò a contarne 83.

E tanti ancora ne auguriamo al trio che si è dedicato la citazione realizzando questo film sulla vecchiaia (o sulla morte, se preferite) e sull’amore (sulla vita): Claude Lelouch (82), Jean-Louis Trintignant (88) ed Anouk Aimée (87). Di quest’ultima, in particolare, colpisce la rinnovata envie de vivre: tra le rughe mostra lucidità ed energia rassicuranti, insieme ad una sorprendente ironia, qualità del tutto imprevedibile nella fragile Anne, la protagonista di Un uomo, una donna (1966), che solo dopo lunghe esitazioni si concedeva alle certezze di Jean-Louis, vinto a sua volta dall’assoluta bellezza di quella donna.

Quei due vedovi innamorati con rispettiva prole al seguito furono all’epoca uno scandalo e un miracolo: una delle coppie più riuscite della storia del cinema. Il primo pregio fu di avere salvato il loro creatore. Claude Lelouch, reduce da una serie di fallimenti artistici, riemerse dal tracollo finanziario solo grazie a quel film, realizzato con pochi mezzi in sole tre settimane, appena in tempo per giungere a Cannes. Stravinse, lì e altrove, due Oscar compresi, e poté continuare a fare cinema, ma dopo Un uomo, una donna nessun altro suo film ha mai avuto pari accoglienza nel cuore del pubblico. Comprensibile, perciò, l’affetto del regista per la creatura prediletta.

Sorvolando sull’infelice sequel intermedio (Un uomo, una donna oggi, 1985), dunque ritroviamo la coppia oggi in una casa di riposo. Con mezzo secolo in più Anouk/Anne e Jean-Louis/Jean-Louis riprendono e rinnovano in altri modi l’inossidabile rapporto. Si può dimenticare tutto ma non lo sguardo, le confessa Jean-Louis, svampito ma ancora capace di riconoscere Anne, lei ora protettiva, quasi materna verso le fragilità di un Trintignant malmesso, indebolito, scavato. Il lentissimo zoom introduttivo sul suo viso, i numerosi primi piani sono francamente impietosi.

Ammirevole, grande Trintignant (ma sta recitando?, ci si chiede) in quanto mai compassionevole, malgrado tutti i guai della sua vita reale. Dopo Amour di Michael Haneke (2012), è il suo secondo film sulla profondità del rapporto d’amore che ci può essere in estrema vecchiaia. Ma mentre in Amour sostiene il ruolo del partner ancora lucido, ne I migliori anni della nostra vita è lui il meno autonomo, il complice che dipende dai movimenti dell’altra, dalle sue scelte, dalla sua migliore condizione fisica e mentale.

E lei gli viene incontro, tenerissima, discreta e avvolgente lo fa uscire, guidare, sognare ancora. Verrebbe spontanea la domanda: ma perché cavolo vi eravate lasciati?, se non fosse la stessa Anne ad anticiparla, nelle prime sequenze, chiarendo che quando un amore è troppo bello, quando un amore è perfetto fa paura. Paura che finisca, o che l’altro muoia prima. Una paura ancora peggiore di quella della propria morte, che si ha quando si vive soli. E poi lui era troppo distratto: le gare automobilistiche, i viaggi, altre donne, troppo dinamico. (A proposito, narcisistico ma pregevole l’inserto del cortometraggio del 1976 C’était un rendez-vous girato all’alba da un Lelouch scatenato in Ferrari attraverso Parigi.)

Nel frattempo, lei si è sposata con un altro, hanno avuto altri figli (che giustificano la preziosa comparsata di Monica Bellucci). I due bambini che frequentavano lo stesso collegio hanno ora cinquant’anni, e anche loro si ritrovano qui, interpretati dai medesimi attori, Antoine Sire e Souad Amidou.

Lelouch ha davvero rischiato il paté patetico, suggerendo una nuova liaison sulle solite dolci note di Francis Lai, e chissà, un ulteriore sequel tra i due ex bambini. Ed altri elementi della sceneggiatura sono discutibili, come la sentenziosità eccessiva di Jean-Louis (E’ più facile sedurre 1000 donne diverse che sedurre 1000 volte la stessa donna, La morte è la tassa che si paga per vivere, Visto che non siamo riusciti a vivere insieme, possiamo provare a morire insieme. eccetera), che incanta la bella assistente (Marianne Denicourt) recitando con improbabile perfezione il lungo Non vorrei crepare di Boris Vian.

Ma forse è meglio così, per un film come per un amore: che non sia perfetto. E se questo è il prezzo da pagare per ricordare Un uomo, una donna, per andare o tornare a vedere gli indimenticabili scostamenti di capelli e sguardi e sorrisi di Anouk Aimée, la trattenuta passione di Trintignant nel vero grande film di Lelouch, quello del 1966, lo paghiamo volentieri.

In sala

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