Sicilian ghost story, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (2017)

di Roberta Lamonica e Carla Nanni

In un fitto bosco di una Sicilia sorprendente, fatta di laghi, magiche radure e simboli esoterici come quelli della mitologia celtica, Luna e Giuseppe si nascondono, si cercano e ascoltano i primi sussulti del cuore. Ma proprio quando l’incontenibile desiderio d’amore di Luna sembra sul punto di realizzarsi, Giuseppe sparisce nel nulla.

C’è un’età in cui ci chiediamo cosa sia reale e cosa sia sogno. C’è un’età, invece, un tempo, in cui non ce lo si chiede più. Ci sono schemi, regole da seguire per integrarsi e ‘funzionare’ e si deve solo decidere se farlo o meno, se si ha il coraggio di farlo e di non pentirsi della scelta. Anche se, come Luna, si ha una mamma severa, che proprio non vuole. Una mamma che non solo ha trasferito tutto il suo essere sulla figlia, ma ha dato cosi tanto e tenuto per sé cosi poco, da sembrare un fantasma cattivo, scuro, sempre in ombra.

E Sicilian ghost story è davvero un film pieno di fantasmi e di dimensioni parallele. C’è una differenza di luce negli ambienti che rispecchia ogni stato d’animo: il sogno è spazio aperto e respiro senza tempo; i contorni si confondono fino a confondere il reale punto di vista che alla fine è una casa stretta, con una madre vestita perennemente a lutto, vestita come l’istitutrice di un collegio e con un padre amorevole e complice ma debole, malato e stanco.

Il reale punto di vista comporta poi consapevolezza e risveglio. L’ambiente che circonda Luna è gretto e fatto di silenzi e omertà, di cose che non si dicono perché è meglio non dire. Giuseppe scompare all’improvviso e diventa una specie di fantasma, perché è il figlio di un pentito di mafia, un uomo ormai invisibile e invisibile deve essere tutto ciò che lo riguarda e lo circonda.

Sicilian ghost story è la storia di una speranza caparbia. Luna, la ribelle, che si tinge i capelli di blu e distribuisce volantini, che sfida l’ordine costituito camminando per strada a testa alta. La realtà schiaffeggia di nuovo il sogno, quando risulta ben chiaro che una bambina ribelle non fa paura a nessuno e che i cattivi sono molto più forti e invincibili di quanto si creda.

Gli adulti, tutti, non escono bene da questo film: quelli che hanno paura degli orchi e alla fine non li combattono diventano inevitabilmente complici e cattivi quanto loro, schiavi che zittiscono le coscienze e voltano le spalle. La mamma severa di Luna non capisce e piange disperata, facendo passare sua figlia per pazza – forse nell’intento di proteggerla – piuttosto che accettare il suo punto di vista, facendo così scendere ancora una volta una mannaia tagliente su una speranza che in Luna non muore mai.

Il sogno si ferma dove la realtà è cronaca locale e familiare ai nostri occhi, come la lingua in cui si parla. L’omertà è un orco che mangia i bambini innocenti, tarpa le ali e prospetta un orizzonte oscuro. Le vittime sono dei fantasmi e di fantasmi è pieno il film. Il pentito che mai si nomina, la povera madre di Giuseppe che è un fantasma sin dall’inizio (cosi suggestivo, quando appare alla finestra e scompare dietro un riflesso), vestita a lutto e impazzita di dolore, una figura senza conforto e senza speranza. E Giuseppe, infine, il cavaliere ‘senza macchia e senza paura’, dagli occhi gentili e intelligenti. Un fantasma suo malgrado, che si guarda nudo sul letto della sua prigionia, finalmente spogliato del suo passato e del suo nome, così pesante, così devastante.

E quando Giuseppe si spoglia del suo fardello, noi lo accompagniamo dolenti e colpevoli verso una fine coraggiosa, a schiena diritta. Ispirato al rapimento e alla successiva uccisione di Giuseppe Di Matteo, il film di Grassadonia e Piazza trasforma un fatto di cronaca mostruoso in una fiaba nera, in cui realtà e sogno, orrore e speranza si inseguono e si sovrappongono fino all’ultima inquadratura. Eppure allo spettatore è dato di viaggiare negli abissi del dolore dei protagonisti, un dolore che deve vestire i panni del fantasmatico e del fantastico per poter essere tollerato, laddove la speranza cede il passo alla disperazione.

Quando il subumano prende il sopravvento sull’umano e tutto si compie, allo spettatore resta la pietosa consolazione di immaginare che quei piccoli brandelli di tessuto connettivo siano in realtà tanti pezzetti di un sogno di amore, di vita e gioventù trasportati dall’acqua in ogni singolo atomo della coscienza e della memoria di ognuno di noi.

Un film molto bello, diretto da due artisti che cercano di trovare nuove vie nel genere e di inventare nuovi mondi cinematografici.

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