‘Alla mia piccola Sama’ [For Sama], di Waad al-Kateab (Siria/GB, 2019)

  • di Andrea Lilli

L’antichissima Aleppo era una città meravigliosa, prima della repressione scatenata da Bashar al-Assad contro la ribellione dei cittadini e degli studenti universitari, che nel 2012 si sollevarono denunciando il sistema corrotto e liberticida del presidente siriano e del suo partito Baath. La risposta di Assad fu una carneficina da parte dall’esercito, che prese il controllo della parte Ovest della città mentre in quella Est si rifugiarono i ribelli, seguita da un assedio feroce di quattro anni mirato a sterminarli, grazie anche all’aiuto degli aerei russi, chiamati a bombardare indiscriminatamente quel quadrante urbano.

sama scrittta

Sama, il nome della figlia della regista Waad al-Kateab, significa ‘Cielo’. For Sama, il titolo di questi cento sconvolgenti minuti, ha due significati: ‘Per Sama, mia figlia: perché capisca i suoi genitori, la loro lotta’, e ‘Per il cielo: perché torni com’era’.

Lo dice la voce narrante della stessa regista, chiarendo: “Vogliamo rivedere il cielo come era prima dei bombardamenti aerei”. Come era prima della repressione, dell’assedio, dei carri armati, dei cecchini e dei gas tossici di Assad. Prima degli incendi, delle polveri di calcinacci, delle gomme bruciate per oscurare la vista agli aerei russi, prima che Aleppo fosse distrutta, ridotta in macerie, la sua popolazione terrorizzata, massacrata, resa profuga dal cinismo brutale di un dittatore. 

Sama nasce e cresce durante l’assedio. Deve convivere con i fragori delle esplosioni, le corse ai rifugi, i traslochi da camere distrutte ad altre pericolanti, la mancanza di elettricità, di acqua, le urla terrorizzate, i pianti, le insonnie, la paura.

WAAD_pennello

Questo è un film che né Sama né noi avremmo mai voluto vedere, ma che vedere è necessario per capire davvero cosa è successo nell’assedio di Aleppo Est, durante la guerra civile siriana, dal 2012 al 2016. Davvero, perché sono autentiche le bombe e le case che scoppiano nel film, intorno alla videocamera e sulla testa di quelli che non sono attori, ma vittime e sopravvissuti reali. Sono veri i feriti, veri i soccorritori. Il sangue e il dolore non sono finti, il terrore non è recitato. Sono veri gli studenti universitari ottimisti e sorridenti ripresi nel 2012 e le decine di cadaveri ritrovati nel 2013 sul fondo del fiume, piangono vere lacrime le donne che urlano disperate, le bambine che le asciugano. Ma pure sono autentici, e fanno bene al cuore, i momenti di convivialità, di solidarietà, di gioco, di ironia.

La giovane madre di Sama non ha fatto solo un film: ha documentato la propria vita, rischiandola ogni giorno con le amiche, i compagni, mentre con loro la racconta, a Sama e a noi.

Waad al Kateab - regista

Non è una combattente rivoluzionaria con la mitragliatrice in trincea. La sua arma è una Sony, lo sguardo è femminile, l’obiettivo è denunciare: documentare di un movimento spontaneo popolare e democratico le legittime speranze prima, e le atrocità subite poi. Da studentessa di Economia si è scoperta attivista, poi giornalista. Per tutti gli anni della rivolta ha filmato video trasmessi dal canale inglese Channel 4, seguitissimi. Nel mettere in difficoltà Assad, la sua attività freelance è stata molto più efficace di tante azioni di guerriglia urbana, e questo primo lungometraggio di Waad al-Kateab ha avuto risonanza e riconoscimenti in tutto il mondo, dal premio a Cannes 2019 alla nomination per gli Oscar 2020.

La seconda parte del film documenta la tenacia dell’instancabile marito Hamza, conosciuto all’Università di Aleppo durante la rivolta del 2012, sposato tra le bombe con cerimonia semplice, felice luna di miele in sala operatoria, mentre si occupa di trecento pazienti al giorno. Si schernisce mentre la moglie e il co-regista britannico Edward Watts lo riprendono con la videocamera, tra pochi e troppo impegnati dottori, infermieri, strumenti e farmaci del solo fatiscente ospedale di Aleppo Est rimasto in piedi, l’ultimo di nove che erano. Finché anche quello viene bombardato, distrutto.

Hospital Aleppo with Sama

Durante il film ci si chiede in continuazione: perché rischiare la vita così? Perché non vi salvate? Non pensate, genitori, che almeno per il bene di Sama è vostro dovere andare via, almeno quanto quello di restare a curare i feriti? Il perché di tutto questo, un giorno Sama lo capirà? Dubbi che del resto è la stessa al-Kateab a porsi, rispondendo: è vero, i bambini non c’entrano niente con questa guerra, ma è dovere di un medico assistere i malati che restano, aiutare i feriti, le donne partorienti; e io continuo a filmare perché quello è il mio dovere, e mi rende più sopportabile l’incubo di essere qua. Andarsene via da qui prima degli altri, significherebbe privare di senso tutta la nostra lotta, tradire i nostri valori.

Nel dicembre del 2016 le forze governative, vinte le ultime resistenze, impongono le loro condizioni ai ribelli superstiti. E’ un miracolo che la famiglia al-Kateab sia ancora integra, e per di più Waad è nuovamente incinta. La città è completamente distrutta, abbandonata, morta. Resa ancora più silenziosa e spettrale dalla neve che tutto ricopre, in una sorta di velo pietoso. Si procede alle operazioni di sgombero. I ribelli, raccolte le poche borse, entrano in macchine bersagliate dagli ultimi cecchini. Obbligati ad andarsene dal loro Paese, tutti in esilio. Con gli alberi e le rose, un giorno torneranno.

Sama


 

In sala dal 13 febbraio

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