Finalmente domenica!, di François Truffaut (1983)

di Andrea Lilli –

L’ultimo gioiello realizzato da François Truffaut (1932-1984) è un gustoso giallo tinto di rosa, cucinato in bianco e nero in omaggio ai polizieschi americani anni ’40-’50, genere particolarmente caro al regista francese; un frizzante noir sentimentale servito tra le palme e le passioni della Costa Azzurra.

Julien Vercel (Jean-Louis Trintignant) gestisce un’agenzia immobiliare con la segretaria Barbara (Fanny Ardant) in un piccolo centro non lontano da Nizza. Un posto tranquillo, almeno finché non viene assassinato brutalmente il proprietario del cinema Eden, l’amante della signora Vercel. Poco dopo sarà trovata morta anche lei, e poi sarà il turno della cassiera del cinema (le riprese furono fatte a Hyères, ma la città non è mai nominata: potrebbe essere Cannes…). Julien è subito sospettato: gli indizi a suo carico sono schiaccianti. Ricercato dalla polizia, si nasconde nel retro dell’agenzia mentre la bella e intraprendente Barbara, segretamente innamorata di lui, prende l’iniziativa e usa ogni mezzo, dal rimmel alla Torre Eiffel, per trovare il vero colpevole e conquistare Julien.

Fa un certo effetto vedere questo film oggi, mentre Jean-Louis Trintignant compie 90 anni, e da almeno tre convive con un cancro. Chissà come sarebbe ora Truffaut 88enne (che penserebbe dell’anno di disgrazia 2020?), cosa ci avrebbe ancora regalato, se un tumore al cervello non se lo fosse portato via un anno dopo Finalmente domenica!. Tempo prima aveva dichiarato di voler dirigere altri cinque film, per fermarsi al trentesimo della carriera, e quindi dedicarsi alla scrittura e alla lettura di libri, fin da piccolo uno dei suoi piaceri preferiti.

Tratto da un romanzo di Charles Williams e girato in poche settimane tra novembre e dicembre 1982, Vivement dimanche! uscì nell’agosto 1983. A luglio il regista era stato colpito da un primo ictus. A settembre fu confortato dalla nascita di Joséphine – la sua terza figlia, la seconda per Fanny Ardant – che coronava la storia d’amore tra i due, ormai consolidata.

Il legame sentimentale fra Truffaut e Ardant è la vera cifra di questo film: ne è percorso ovunque, in filigrana lo connota più di ogni altro ingrediente, più dell’evidente, affettuoso omaggio al maestro Alfred Hitchcock. Truffaut aveva tre passioni: le donne, il cinema e i romanzi. Finalmente domenica! è il centro dell’area di questo triangolo, ed è qui che si muove con grazia e disinvoltura la protagonista, irresistibilmente lanciata verso una meritata domenica di amore e libertà.

Fanny. Che questo sia il suo film, lo capiamo ancor prima che inizi la storia, rapiti dal sorriso di Barbara quando fra i titoli di testa si reca al lavoro; affascinati dal piglio veloce, dai passi decisi che la portano in fretta da Julien: in quella carrellata di un minuto, che dà il “la” al ritmo incalzante dell’intera pellicola, non c’è solo il consueto Truffaut incantato dalle donne, dal loro “mistero insondabile“, dai “compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). C’è soprattutto un François innamorato perso di Fanny, già protagonista de La signora della porta accanto (1981), che qui risplende come non mai – corpo e anima – nell’eleganza vintage del bianco e nero di Nestor Almendros. “No, non ho nessun rimorso, non ho mai fatto parte della società degli uomini, tutto quello che ho fatto è per le donne“, farà dire Truffaut (di sé) al colpevole, “Le donne sono magiche, e allora anch’io sono diventato un mago“, concluderà.

Per il ruolo di Julien, signore grigio di mezza età, uomo tranquillo e un po’ distratto, e ciononostante irrinunciabile per i desideri di Barbara, erano perfetti il viso rassicurante e i toni moderati di Jean-Louis Trintignant. L’età e l’indole dell’attore convinsero Truffaut, che non aveva ancora mai lavorato con lui, a sceglierlo come spalla di Fanny Ardant, e in definitiva come proprio alter ego. L’aura luminosa dell’eroina non poteva essere offuscata da un personaggio maschile esuberante, imponente. È qui, e in un’ironia sottile tutta francese, che sta la differenza fra Truffaut e i suoi amati noir americani: mentre in quelli l’eroe che agisce-capisce-trionfa è il maschio omerico, coraggioso e astuto, e una donna lo aspetta sospirando, in Truffaut succede l’opposto. In questo come in altri suoi film. Non è dunque per caso che il nome del coprotagonista appaia sullo schermo così, con una divertente citazione, volontaria o meno, della fatale Signora con il cagnolino di Cechov.

Tra l’altro Trintignant è più basso della Ardant. Non troppo, non come quel cane, ma – guarda caso – come Truffaut sì: tuttavia non ha mai preteso il supporto di quelle scarpe rialzate che in Casablanca (1942) Humphrey Bogart calzava al cospetto di Ingrid Bergman. Per Truffaut, l’autorevolezza dell’uomo non risiede nella statura, nei muscoli o nel mero temperamento ardimentoso, bensì consegue alla capacità di sintonia con la donna, anche quando è lei a prendere l’iniziativa, ad una sensibilità adattativa e costruttiva nel rapporto che passa anche attraverso incomprensioni e litigi (Julien dapprima licenzia Barbara; in altra occasione la schiaffeggia). In molti dei suoi film Jean-Louis Trintignant ha recitato parti da antieroe. Qui si cala perfettamente nei panni di una vittima, oggetto prima di tradimenti, poi di un piano criminale, che non solo assiste ma partecipa alla propria salvezza, nella misura in cui riconosce le doti della donna che lo soccorre, anche quelle non fisiche. E solo così riesce a trasformare una catastrofe in occasione di felicità.

Non mancano i siparietti di alleggerimento: Barbara con l’hobby della recitazione che fa le prove in teatro con un costume da paggio rinascimentale, e per una buona mezz’ora di film sarà costretta a indossarlo anche fuori, nel pieno delle indagini, sotto il classico trench da detective. Il vicino di casa ficcanaso, che porta a passeggio il cane e spia cosa succede a casa di Julien. L’albanese che alle 11 di notte va a chiedere asilo politico alla Polizia. Il rubinetto d’acqua che scoppia in mano al commissario e bagna tutti intorno. Il ciclista che ripara per strada la bicicletta. Infine, i bambini del coro che giocano col copriobiettivo di una macchina fotografica, mentre Julien e Barbara (incinta) si sposano. Truffaut ama sempre inserire elementi di realtà quotidiana slegati dalla narrazione, con lo scopo di ‘risvegliare’ lo spettatore, sorprenderlo, strappargli un sorriso en passant.

Qui si toglie pure lo sfizio di farlo rabbrividire, lo spettatore, gelandolo col movimento vitale dell’occhio di un cadavere, quello di Madame Vercel: l’ennesima, macabra e divertente, parodia dei B-movie americani.

A proposito di salvezza, c’è infine da notare un altro nome nei titoli di coda: quello dell’assistente operatore Florent Bazin, figlio del grande critico cinematografico André Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinéma, maestro e salvatore, letteralmente, di François Truffaut quando era solo un ragazzo sbandato. Riconoscente, Truffaut gli dedicò il suo primo lungometraggio, I 400 colpi (1959), e quando fu possibile non mancò mai di ricambiare, cercando di far lavorare il figlio nelle troupes dei suoi film. Fino all’ultimo.


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