Un uomo, una donna (1966), di Claude Lelouch

di Andrea Lilli –

Se è vero che troppa bellezza fa soffrire, compatiteci: siamo irrecuperabili masochisti, noi che nel giorno del 90° compleanno di Jean-Louis Trintignant decidiamo di rivedere il suo film più bello, quello a cui deve la massima parte della celebrità: Un uomo, una donna. E lo rivediamo a metà dicembre, proprio nei giorni in cui inizia la trama di questa storia indecente, spudoratamente romantica che garantì a Claude Lelouch tutta la carriera successiva, grazie all’accoglienza del pubblico mondiale e a un mucchio di riconoscimenti, Oscar compresi. Facciamoci del male con questo bellissimo film, infieriamo sul muscolo cardiaco senza pietà. Tanto peggio, tanto meglio.

Osserviamo dunque la bellezza dei lineamenti di Anne/Anouk Aimée, le sopracciglia e i grandi occhi neri, la bocca timida e allo stesso tempo decisa che passa dall’ansia alla curiosità, dallo stupore al sorriso. Guardiamo le sue mani sottili scostare i capelli dal viso cento volte, e cento ancora mentre si chiudono e si aprono le palpebre, nel pudore, nel dolore o nel piacere che sia. Vediamola, l’incantevole tenerezza di Anne mentre racconta la storia di Cappuccetto Rosso alla piccola figlia Françoise, emergendo dalla foschia del mare. “Non mi piace questa favola, è triste!”, “Quale ti piacerebbe sentire?”, “Barbablù!”. Ci vuole sempre un po’ di ironia. La dolcezza pura è solo zucchero 100%, fa troppo male: iperglicemia, diabete.

E al fianco di Anne/Anouk, guardiamo l’agire bello e discreto di Jean-Louis Duroc/Trintignant, il cavaliere errante che si sposta, vicino, lontano, intorno a lei. Assistiamo complici alla meraviglia che lo sorprende, quando inciampa in lei. Condividiamo il suo istinto, ammiriamo la strategia educata, rispettosa ma perentoria di quest’uomo dai tratti fisici non eccezionali, dal carattere non esuberante, ma dotato di un’arma rara e potente: la semplicità dello sguardo schietto, diretto, lo sguardo leale di chi sa quel che vuole, e lui vuole quella donna, sa che vuole stare con lei, lei che ancora non sa quanto abbia bisogno di lui. Vediamo Jean-Louis giocare a sua volta con il figlio Antoine, mentre passano la domenica insieme, anche loro a Deauville, località di mare della Normandia.

Eccoli: giunti entrambi da Parigi, li vediamo incontrarsi per la prima volta a due ore e mezzo dalla capitale, davanti al portone del collegio cui hanno affidato i bambini. Tra i giovani vedovi Jean-Louis ed Anne la scintilla scocca subito, inevitabile. Nessun dubbio: è amore a prima vista. Un amore maturo ma travolgente che Claude Lelouch riprende ispirato, con grande mestiere. Le scelte di luce, di colore alternato al bianco e nero, i primi piani ravvicinati e le profondità di campo, l’uso del teleobiettivo, i lunghi piani sequenza e i rapidi movimenti di macchina a spalla, i cambi di scena nelle narrazioni in parallelo, i flashback, le musiche appiccicose, volevo dire orecchiabilissime, la presa del suono in diretta, i rumori naturali, i dialoghi improvvisati coi bambini, le citazioni ad effetto: con pochi soldi a disposizione e in appena tre settimane di riprese, Lelouch ha usato magistralmente ogni strumento possibile, e ciò che vediamo – dalla nebbia iniziale sul lungomare al folgorante fermo immagine finale – è un miracolo di fantasia e di montaggio.

Nel contenuto, la trama è semplice e coinvolgente, quanto inverosimile: lui è un noto pilota automobilistico; durante una gara a Le Mans ebbe un grave incidente, tanto preoccupante che sua moglie si suicidò durante una crisi di nervi. Lei invece lavora nel cinema, è una scenografa contenta del suo lavoro; il marito amatissimo, stuntman e musicista, lo perse in un incidente sul lavoro, durante una scena di guerra. Lui e lei, dopo alcune esitazioni, un rally con la neve a Montecarlo e un set coi cammelli, si troveranno teneramente abbracciati. Ma non è tanto questa particolare tipologia dei personaggi, da fotoromanzo anni ’60, che conta. Anne e Jean-Louis potrebbero benissimo fare altri mestieri meno spettacolari, anche se la sceneggiatura ne soffrirebbe un po’.

Quello che conta, è la storia del rapporto tra un uomo e una donna che si innamorano e imparano ad amarsi: la straordinaria bellezza del film sta tutta qui, e non è poco. Sta nei dialoghi, nei silenzi, nelle immagini che raccontano il pudore del trattenersi e il coraggio di lasciarsi andare. Sta nell’arte con cui ci restituisce la vitalità dell’entusiasmo di lui e il peso del passato affettivo di lei. Sta nella luce dei loro sguardi e sorrisi, e nella pioggia che incessante (Deauville: città d’acqua) si riversa sui dubbi, sugli slanci, alimentandoli più che frenandoli. Sta nella canzone della Piaf che in macchina rimedia alla tensione del loro imbarazzo. Sta nella mano di lui che esita a raggiungere lei. Sta nel telegramma a Montecarlo di lei, timida e coraggiosa insieme, “Bravo! Je vous aime. Anne”. Sta nelle corse di lui, nelle congetture che fa mentre si rade la barba in auto galoppando da lei.

La bellezza grande di questo film sta nel cane che si slega dal padrone e corre libero davanti al mare, nei bambini che accettano i nuovi partner dei genitori, nell’accettare l’amore quando arriva, nel seguire i sogni, perché “è da matti rifiutare la felicità”, e perché, comunque, l’amour est bien plus fort que nous.


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