Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon), di Sidney Lumet / USA 1975

di Roberta Lamonica

Sonny (Al Pacino) estrae un fucile da una scatola per fiori, citazione da Rapina a mano armata di Stanley Kubrick (1957)
Sonny (Al Pacino) estrae il fucile da una scatola di fiori, citazione da Rapina a mano armata di Stanley Kubrick (1957)

“Attica! Attica! Attica!”, grida Sonny – un Al Pacino sudato ed esagitato – fuori dalla banca che ha tentato di rapinare e all’interno della quale tiene in ostaggio con il suo sodale Sal (John Cazale), impiegati e direttore. Un grido che apparentemente poco ha a che fare con la situazione contingente, con la lucida disperazione che ha portato un reduce del Vietnam a diventare in poche ore il caso mediatico di tutti i network televisivi americani.
Invece il grido di Sonny diventa un’eco profondissima che ci porta drammaticamente in avanti nel tempo, ai giorni nostri, ai pugni alzati per protestare contro la discriminazione razziale e non solo, quella discriminazione che ha portato all’uccisione di George Floyd oggi e all’uccisione nel carcere di San Quintino di George Jackson, attivista politico membro del movimento delle Black Panthers, allora.
Sonny è un emarginato, un derelitto, pagina di storia accartocciata di un’America matrigna le cui istituzioni hanno ingannato, ucciso e tradito figli e nipoti: “Baciami! Baciami! Quando mi si fotte voglio essere baciato sulla bocca!”, dice Sonny all’agente Moretti (Charles Durning) che conduce le trattative per il rilascio degli ostaggi; un diverso, come dirà nel suo testamento: “A mia madre io chiedo perdono: per te non hanno senso le cose che ho fatto e detto, ma devi capirlo, sono diverso”. Un omosessuale con moglie e figli che ha ‘sposato’ la sua compagna transessuale, Leon (Chris Sarandon) solo un anno prima e che vuole a tutti i costi trovare il denaro per pagarle l’intervento di cambio di sesso.

Chris Sarandon per entrare nel ruolo della moglie transessuale di Sonny, Leon, iniziò a girare a Manhattan con tacchi, make up e unghie laccate. Nessuno sembrò badare a lui. NY assorbe tutto, dichiarò. E il suo personaggio è credibile e intenso.

Atmosfera claustrofobica, costruzione teatrale, sudore a profusione, dialoghi serrati con ampio spazio all’improvvisazione, primi piani espressivi uniti a una cura ossessiva per la costruzione corale della scena; questi i segni distintivi del cinema di un autore che aveva stregato pubblico e critica già con il suo film d’esordio, La parola ai giurati (1957), atto di accusa contro la sommarietà e il pregiudizio dietro certe sentenze giudiziarie, e che avrebbe profeticamente descritto il futuro cinico e teso alla sola spettacolarizzazione della televisione e dei mass media in Quinto Potere (1976).

Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon) è un film di Sidney Lumet del 1975, ispirato da un articolo uscito su Life, ‘The boys in the Bank’, su una tentata rapina alla Chase Manhattan Bank nel 1972. Oscar alla migliore sceneggiatura a Frank Pierson, per un capolavoro di recitazione di Al Pacino. Un film che guarda dentro le bugie, dietro l’ossessione per l’ordine e il rispetto per le regole, che mostra la paura del giudizio della gente (“Sonny ma dicono che io sono omosessuale! Non è vero!“) e il pericolo gravissimo nella sfera sia pubblica che privata della manipolazione dell’informazione, che qui assume le caratteristiche perverse e voyeuristiche che Billy Wilder aveva descritto meticolosamente ne L’asso nella manica. Al Pacino all’inizio non voleva accettare il ruolo perché sapeva quanto Lumet pretendesse dai suoi attori e lui aveva appena finito Il Padrino parte seconda. Ma la sceneggiatura (e l’ipotesi che il ruolo potesse andare a Dustin Hoffman) lo convinse e alla fine accettò, regalandoci una delle migliori interpretazioni della sua carriera.

la meravigliosa recitazione per sottrazione di John Cazale

Al Pacino spinse molto per avere Cazale nel ruolo di Sal anche se non c’era alcuna somiglianza con il vero Salvatore Naturale, giovanissimo e di bell’aspetto. Cazale fu talmente bravo nella lettura dello script, che Lumet lo scelse immediatamente per il ruolo. La connessione emotiva tra Pacino e Cazale è fenomenale e toccante. I due attori pensarono ai loro personaggi e al rapporto tra loro come a quello tra due persone che non si conoscevano realmente e che venivano catapultate in una situazione emotiva così intensa da accelerare enormemente il processo di conoscenza reciproca.

E il grande pregio del film sta proprio in quest’attenzione assoluta ai personaggi e alla loro costruzione. Sal ha una personalità particolare, buona e fragile, fatta di debolezze e fede, ma anche di determinazione e lucidità; Sonny, invece, vuole rendere tutti felici, la moglie, Leon, la folla, Moretti, gli ostaggi. Vorrebbe proteggerli, ma è intrinsecamente destinato a fallire. In definitiva è un reduce ‘svitato’, affetto da disturbo da stress post traumatico, un assaggio del Travis Bickle che si sarebbe mosso l’anno seguente nelle luci sfocate della notte di Taxi Driver. Eppure Al Pacino fa sembrare il suo Sonny assolutamente credibile e emotivamente affidabile. Egli diventa sempre più empatico con gli ostaggi e lo spettatore inizia a non percepirne più la pericolosità; in tal modo ne è manipolato come gli ostaggi con i quali lentamente si identifica. Questo grazie al fatto che essi sembrano persone vere che tentano di tirarsi fuori da una situazione vera con tutto il relativo bagaglio di debolezza, vulnerabilità, forza e, perché no?, anche humour.

“Dove ti piacerebbe andare, Sal?” “In Wyoming”.

Quel pomeriggio di un giorno da cani è un film corale, in cui i personaggi si muovono con uno stesso obiettivo, quello di rendere la travolgente verità di un episodio di cronaca apparentemente non più interessante di altri, ma le cui motivazioni alla base hanno implicazioni e conseguenze molto più drammatiche di quanto previsto.

Lumet è un regista premuroso e con un’idea di cinema ben chiara. Progressista per vocazione, aveva bisogno che tutti fossero coinvolti in egual misura nel suo progetto. Tutti gli attori avevano una posizione precisa nell’inquadratura, a prescindere dall’importanza del ruolo, una parte di un quadro collettivo. Tutti gli attori in qualche modo si conoscevano, avevano lavorato insieme a teatro e quindi si creò un’atmosfera di grande naturalezza. La banca diventò la loro casa e i rapporti tra di loro sembravano estremamente naturali. Lumet scritturò persone prima che attori, addirittura gli fece portare il loro abbigliamento, dicendo che non c’erano costumi di scena. E non voleva personaggi con movenze macchiettistiche. Voleva persone vere. Addirittura, lui e Pierson rividero lo script sulla base dell’improvvisazione. D’altronde l’inizio stesso del film vuole trasmettere un effetto di autenticità: New York in una caldissima giornata estiva con la vita ripresa nel suo svolgersi, senza alcuna luce artificiale; Brooklyn vista da una station wagon nella sua sorniona quotidianità. Queste prime scene hanno la musica in sottofondo di Amoreena, di Elton John. Unica canzone in tutto il film. La canzone parla di un uomo a cui manca l’amore della sua donna, che però qui è un uomo (Elton John avrebbe fatto coming out un anno dopo, in un articolo su Rolling Stone).

Lumet e una delle sue inquadrature di gruppo dal sapore fortemente teatrale

Il film ha una struttura teatrale (pressoché rispettate le unità di luogo, tempo e azione) divisa in tre atti: il primo atto dura circa 30 minuti, il secondo atto circa un’ora e il terzo atto di nuovo 30 minuti. Il primo atto è rapido e stabilisce con chi si ha a che fare. Frank Pierson usa questo primo atto per tratteggiare i due rapinatori e impostare l’azione: una rapina, una banca, degli ostaggi, l’inizio di una trattativa. Sonny e Sal sono due balordi improvvisati, pericolosi proprio per loro incapacità e inesperienza, che li rende comici e risibili.

Il secondo atto, quello del braccio di ferro con l’agente Moretti, è il più lungo del film. Due rapinatori e ostaggi in una banca… Pierson fa sviluppare i fatti secondo la logica delle cose: fa barricare le porte, scambiare gli ostaggi, parlare con gli investigatori, il circo dei media, l’intervista a Sonny, le sue richieste e il suo piano di lasciare il paese, l’arrivo di Leon: tutto usato in modo da rivelare di più sulle motivazioni, la sfiducia, l’umanità, gli obiettivi evidenti e le motivazioni profonde, la vita privata. È come se si stesse raccontando la storia di Sonny attraverso questi eventi. C’è una grande enfasi sulla teatralità di Sonny, sul mondo come palco su cui svelare ipocrisie e indossare maschere, in questa parte del film. Pacino usa la parte antistante la banca come un palcoscenico dal quale recitare di fronte a un grande pubblico.

Giornalisti, folla e Polizia accalcati durante la trattativa tra Moretti e Sonny

Il terzo atto è segnato da un completo cambio di atmosfera, metaforicamente rappresentato dal taglio della corrente elettrica. Nel secondo atto Sonny e Moretti costruiscono un rapporto, Moretti cerca di assecondarlo in ogni modo. Sonny sembrava avere il controllo della situazione e il coltello dalla parte del manico, fino a quel momento, ma quando Sonny capisce che la sua telefonata con Leon è ascoltata dalla Polizia, il silenzio e il volto di pietra di Moretti diventano per lui tragica conferma di aver perso ogni potere e speranza di farla franca.

Sonny in uno dei momenti più drammatici del film

Perché vedere Quel pomeriggio di un giorno da cani 35 anni dopo la sua uscita, allora? Perché questo film è un atto di accusa feroce contro una società incapace di recuperare i figli che aveva mandato al massacro solo pochi anni prima e che avrebbe continuato a mandare al massacro fino ai giorni nostri. Perché il focus sulle diversità ha continuato ad avere i contorni di fobia e rifiuto, e perché espone con ferocia e senza pietà un’informazione che schiaccia la storia personale dell’individuo per sguazzare nella pruderie borghese e provinciale e politicamente schierata di un Occidente che non impara. Mai.


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3 risposte a "Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon), di Sidney Lumet / USA 1975"

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  1. Al Pacino ha spaccato anche in Scent of a Woman – Profumo di donna. E’ il mio film preferito in assoluto insieme a Stanno tutti bene. Tra l’altro quest’ultimo lo danno proprio stasera su La5: non perdertelo.

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