Fran Lebowitz- Pretend It’s a City, di Martin Scorsese (2021)

di Marzia Procopio

Il tipo di snobismo che ho, ha a che fare con: «Sei d’accordo con me su questo?»

Nel 2010 per la rete statunitense HBO andò in onda il documentario di Martin Scorsese Public speaking, che il grande regista americano (non nuovo ai documentari, avendone girati 19 dal 1966, di cui due dedicati a Bob Dylan, l’ultimo nel 2019) aveva deciso di dedicare alla sua amica Fran Lebowitz, una delle scrittrici e soprattutto umoriste più celebri d’America, divenuta famosa per la fulminea causticità e la non appartenenza a cordate, che le ha permesso di rappresentare solo se stessa e di non piegarsi mai alle regole e alle convenzioni. Da pochi giorni è uscito per Netflix Fran Lebowitz – Pretend It’s a City, una sorta di sequel che è anche, come il primo, un ritratto appassionato di New York. In sette episodi, ognuno dei quali incentrato su un tema diverso – denaro, che non ha mai desiderato ma l’ha terrorizzata, benessere, libri, viaggi, tabagismo – sempre in forma di auto-racconto, Lebowitz ripercorre la sua vita osservando, con gli inseparabili occhiali tartarugati, i minuscoli episodi che a uno sguardo ordinario possono sembrare insignificanti e lei riesce invece a trasformare in pezzi di umorismo sopraffino.

In Public Speaking Lebowitz, nata nel 1950 da due ebrei russi immigrati nel New Jersey e trasferitasi nel 1970 a New York City con 200 dollari in tasca e senza conoscere nessuno, si raccontava seduta in uno stand al “Waverly Inn”; in Pretend It’s a City i due newyorkesi conversano, seduti a un tavolino del Players Club, di salute, sport, soldi, libri. Lebowitz ha opinioni taglienti, poco ortodosse, che esprime con la grande libertà e il divertimento che la contraddistinguono: ebrea, scrittrice, omosessuale quando ancora non era facile esserlo (la madre non incoraggiava le sue doti di umorista, perché convinta che agli uomini non piacciono le donne spiritose, e lei dell’umorismo ha fatto bandiera, tratto distintivo e professione), opinionista senza potere ma con molta influenza, lettrice onnivora da quando aveva sette anni (i libri sono la cosa che più si avvicina ad un essere umano e lei non riesce a buttarli nemmeno quando sono brutti), icona di stile suo malgrado per una riconoscibilità che ricorda Diane Keaton in Io e Annie, infine attrice nella parte della giudice in The Wolf of Wall Street, ha fatto tante cose senza farne una professione e senza mai rinunciare ad essere se stessa; i moltissimi, diversi lavori fatti all’inizio per mantenersi – donna delle pulizie negli alberghi, autista, venditrice ambulante, tassista (unica donna a NY nei primi ’70 e pertanto guardata con sospetto dai colleghi), collaboratrice ventunenne della rivista Interview di Andy Warhol, con cui però non andava d’accordo, le hanno permesso di intercettare i tic e i vezzi dei salotti bene del Greenwich Village facendosi così un’idea precisa dell’upper class e di scriverne in modo infallibilmente preciso.

Gli articoli scritti per i magazine per cui lavorava diedero vita, nel 1978 e nel 1981, rispettivamente a Metropolitan Life (che vende 83 mila copie e la fa notare dal Washington Post come la potenziale più grande umorista del suo tempo), e Social Studies: osservazioni nitide sulla vita contemporanea caratterizzate dallo stile caustico, spudorato e politicamente scorretto che contribuì a fare di Lebowitz un personaggio pubblico. Dopo il suo primo e unico libro per bambini, Mr. Chas and Lisa Sue Meet the Pandas (Due panda a New York, 1994), arriva il “blocco dello scrittore”: fu questa impasse a spingerla a diventare, da autrice prolifica, un’influente opinion leader che si guadagna da vivere grazie alle stand-up comedies e alle conferenze pubbliche, e soprattutto lo è perché non le interessa esserlo. «Fare distinzioni è la mia professione, e giudicare è la mia professione», dice Lebowitz a Scorsese nel secondo episodio, e per tutta la serie lo fa in modo estemporaneo e con una spettacolare sicurezza di sé.

A Scorsese serve poco, per costruire uno spettacolo strepitoso: basta lasciar parlare Lebowitz di New York e delle sue idee, e anzi, uno degli aspetti più apprezzabili di Pretend It’s a City, titolo ben più significativo della sua traduzione italiana Fran Lebowitz – Un viaggio a New York, è vedere il grande regista fare un passo indietro e godersi, da testimone e non da protagonista, le estroversioni del suo soggetto: così si limita a fare le domande giuste ed esplode in risate e in esclamazioni fuori campo, mentre ascolta la sua amica trasformare il più piccolo, banale episodio in un delizioso racconto umoristico, come nel caso della sigaretta elettronica che fa sparire, durante un volo, l’istinto omicida di lei, tabagista incallita.

A ben vedere, la capacità di Scorsese di lasciare la scena alla sua interlocutrice mettendola in primissimo piano somiglia alla caratteristica del lavoro di Lebowitz in quarant’anni di carriera – esprimere opinioni senza voler essere protagonista né portavoce di nessun partito o movimento di opinione e senza inseguire la popolarità – ed è forse una delle sue più grandi capacità come regista. Del resto, che Scorsese ami i suoi personaggi e riveli molto di loro attraverso la parola è evidente fin dai tempi di Taxi Driver, Il padrino e, in seguito, The Wolf of Wall Street, nei vivaci monologhi di Travis Bickle/De Niro, di Henry Hill/Ray Liotta e Joran Belfort/Leonardo Di Caprio, e anzi, il suo amore per i racconti che i personaggi fanno di sé si rivela per la prima volta in American Boy, un documentario del 1978 in cui il cineasta intervistava Steven Prince, amico e stravagante ex road manager e tossicodipendente che aveva recitato, nel piccolo ruolo di venditore di armi, in Taxi Driver, intervenendo con parsimonia e sempre dando a Prince spazio per raccontare le sue storie.

Qui interviene ancora di meno, perché Lebowitz ha bisogno di molto spazio. Donna volitiva, tagliente, che ha idee precise su qualsiasi cosa – come quando, sulla salute, sentenzia: «Le cattive abitudini possono ucciderci, ma le buone abitudini non ci salveranno» – Fran si conferma fan della “massima definitiva”, anche se ama anche le battute minori, come quando, parlando di un bambino i cui genitori gli permettevano di mangiare il gelato a colazione, dice: «Quella casa per me era come il marchese de Sade». La osserviamo mentre cammina per le strade della città con la sua uniforme fatta di Levi’s con risvolto, stivali da cowboy, camicie bianche con i gemelli e blazer scuri sotto cappotti di taglio maschile; e ciò che colpisce non è solo il fascino di una città talmente iconica e amata dal cinema che chi la visita per la prima volta ha sovente l’impressione di conoscerla già, ma anche il fatto che Pretend It’s a City mostra New York com’era quando le persone ancora uscivano di casa per andare al cinema, a teatro, nelle decine di librerie lungo la Fourth Avenue: la maggior parte delle conversazioni di Lebowitz con Scorsese sono state registrate alla fine del 2019, prima del trauma collettivo della pandemia, il che conferisce all’opera il potere di ingenerare, accanto al divertimento, anche malinconia.

Le conversazioni sono montate in alternanza con clip di eventi pubblici in cui viene intervistata su un palco da personaggi importanti – Spike Lee, Alec Baldwin, l’attrice, regista e produttrice Olivia Wilde – e filmati in cui cammina per le strade di una Manhattan pre-pandemica, le spalle larghe sulla difensiva e l’aria imbronciata di chi prova nei confronti del prossimo una sorta di fastidio ontologico. E se, prevedibilmente, Lebowitz non possiede cellulare, computer né a maggior ragione un abbonamento a Netflix, sorprendentemente dice di non andare al cinema e di detestare i voli di linea perché non sopporta gli altri esseri umani.

Si ride molto, soprattutto Scorsese e gli altri americani fra cui c’è Toni Morrison (amica intima, alla quale la serie è dedicata), che conoscono gli oggetti dei racconti di Lebowitz e comprendono meglio la sottigliezza delle battute. Come già in Public Speaking, i filmati d’archivio di performance musicali – Marvin Gaye che prova I Want You, i New York Dolls (gruppo rock formatosi a New York nel 1971) che cantano Jet Boy – contribuiscono a evocare una città ormai lontana, unica al mondo, e a far provare anche a chi guarda nostalgia per la città degli anni ’70, senz’altro più sporca e pericolosa ma anche più vivace sotto il profilo artistico. Eppure, a rendere lo spettacolo così avvincente rimane Lebowitz, che parla di New York in un modo che ci aspettiamo e che per questo ci piace: le sue costosissime case (nella vulgata inaccessibili, ma di fatto, se fosse davvero così, come potrebbero abitarci 8 milioni di persone?), i grattacieli («La cosa grandiosa della Grand Central Station, il motivo per cui è così bella, è perché una persona l’ha costruita», dice nel quarto episodio), gli insopportabili turisti che si fermano in mezzo alla strada, e le persone sempre con gli occhi bassi sui loro telefoni che non guardano dove stanno andando; la metropolitana puzzolente e la vocazione di NY a cambiare continuamente così che, non appena ci si abitua a qualcosa, essa scompare.

Quando si lamenta, sembra quasi voler distruggere una città già provata, mentre le scrive contemporaneamente una lettera d’amore. Certo, la New York di Lebowitz e Scorsese, la Manhattan dell’élite colta, non è rappresentativa se non di se stessa, e si ha la sensazione che sia lei sia Scorsese possono divertirsi a ricordare e romanticizzare il passato più povero della città protetti dalla sicurezza delle loro vite agiate. Snob ma non classista, arrabbiata per finta con Bloomberg quando proibì il fumo nei locali pubblici, con la sua lingua caustica chiude sempre lei, fulminea, la partita: «Ma ti rendi conto o no che quando degli artisti stanno in una stanza e bevono e fumano quello che succede si chiama storia dell’arte?».

In una NY che cambia velocemente e continuamente, non ci sono più le orde di turisti che affollano Times Square contro cui inveire, i taxi che non si fermano sulle strisce per far attraversare i pedoni, la metropolitana perennemente in ritardo e affollata, i palcoscenici riempiti da spettatori accalcati. Struggente quando rievoca le altre pochissime occasioni in cui ha visto New York silenziosa, dopo l’11 settembre e poco prima della sentenza del processo a O.J. Simpson, oggi anche lei come noi spettatrice suo malgrado di città sospese, alla fine della serie ci troviamo a desiderare di vederla presto di nuovo attraversare i marciapiedi affollati, urlando a qualche malcapitato turista “Move! Pretend it’s a city, not your living room”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: