Notte e nebbia, di Alain Resnais (Francia/1955)

di Girolamo Di Noto

“Ci sono film gradevoli, altri belli, alcuni magnifici. Questo era necessario” (Ado Kyron)

Nessun documentario sull’Olocausto è stato così capace di rendere nella vera dimensione l’orrore e la paura ininterrotta come Notte e nebbia di Alain Resnais. In questo immenso film di 30 minuti, il regista francese ricostruisce i crimini commessi dai nazisti nei campi di concentramento. Grazie ad un fitto e suggestivo gioco di rimandi tra passato e presente e a una sapiente alternanza tra il colore e il bianco e nero, Resnais racconta, attraverso le parole di un ex prigioniero, il poeta e saggista Jean Cayrol, l’orrore indicibile “per non dimenticare e per incitare alla vigilanza. Senza sosta”.

La testimonianza, visiva e parlata, esprime, innanzitutto, ciò che ogni esperienza della Shoah ha di irriducibilmente unico: la difficoltà di narrare l’inenarrabile, l’impossibilità di comprendere una realtà inafferrabile. C’è nel film la volontà da un lato di raccontare le atrocità, di proclamare ad alta voce gli eventi orribili e dall’altro la consapevolezza che per quanto possa essere precisa e fedele, una testimonianza non sarà mai abbastanza accurata e vivida per descrivere l’orrore che le vittime subirono. Notte e nebbia non ha perso una scheggia della sua forza e della sua capacità di ricordarci la fragilità dell’essere umano, contrapponendo tutto il dolore del mondo all’indifferente routine dei carnefici, al colore delle riprese contemporanee che ci mostra i crematori oggi, “cartoline da fotografare per turisti”; di quelle baracche di legno, di quei mattoni, di quei sonni minacciati non resta oggi che mostrare la superficie, “la scorza”, non restano che binari in disuso circondati da strade dove la vita scorre indifferente.

La Shoah fu una realtà che andò oltre il potere dell’immaginazione e l’impegno del regista francese è quella di dare una risposta che da un lato non ne neghi la natura traumatica, dall’altro non la compensi e la semplifichi troppo facilmente. C’è dunque l’urgenza di ricordare, di non guardare queste rovine come se la violenza fosse morta sotto le macerie. Per Resnais non bisogna fingere di credere che tutto ciò è di un solo tempo e di un solo Paese. “La bestia umana è sempre in agguato “- ci ammonisce il regista – e l’invito che ci offre non è solo quello di non dimenticare ma anche di vegliare sulle facili semplificazioni. Come nel successivo Hiroshima, mon amour il tempo fisico del presente e il tempo metafisico della memoria si uniscono, così in Notte e nebbia si incastrano il passato – indicibile, inaccettabile- e il presente, quest’ultimo sintetizzato efficacemente “nell’erba fedele tornata sugli spazi intorno alle baracche”, che si fa carico di un compito necessario, ovvero quello di evitare che la memoria diventi cattiva, “fredda e opaca come l’acqua degli stagni nel cuore di gennaio”.

Il film mostra materiali d’archivio incentrati sulle atrocità compiute da nazisti, sulla vita nei lager e sugli internati richiamando l’attenzione soprattutto su questo “gioco gerarchico incomprensibile” tra uomini rasati, numerati, tatuati, denudati e uomini mossi unicamente dall’odio cieco, esecutori di un potere che si sfoga sugli inermi. Il male rappresentato in questo film non è solo presente nelle immagini agghiaccianti che scorrono impietose come quelle dei cadaveri ammassati coi bulldozer, delle file dei bambini silenziosi, delle volute di fumo che fuoriescono sotto un cielo muto, delle masse con le loro inutili valigie che attraversano portali maestosi “che saranno varcati una sola volta”. Il male va anche a braccetto con l’assurdo, con gli slogan che sembrano sberleffi (“Il lavoro rende liberi”, “L’igiene è salute”), con un’orchestra sinfonica che suona nella neve, con le piante rare coltivate in una serra da Himmler, con la schizofrenia dei pianificatori dello sterminio, padri di famiglia e criminali glaciali.

Il documentario, concepito quando ancora era molto difficile parlare della tragedia, procede per salti temporali, frammenti narrativi che caratterizzeranno il cinema a venire di Resnais. Le parole di Jean Cayrol e la musica lieve di Hanns Eisler accompagnano gli occhi accusatori e brucianti degli scheletrici sopravvissuti, braccati di Varsavia, Odessa, Zagabria, resistenti, gente presa in flagrante o per errore, si soffermano sulle SS dai lucidi stivali, sui soffitti solcati dalle unghiate, sulla contabilità delirante dei morti, sulle parole del kapò che non lasciano scampo: “Non sono responsabile”.

Günther Anders, nel suo saggio “L’uomo è antiquato”, parlava di “atroce innocenza dell’atrocità”. “Non sono responsabile “, dice il kapò e con questa affermazione giustificava il suo operato, la sua efferata violenza, capace di nascondere il male fatto con l’argomento dell’esecuzione di un dovere. Obbediva ad un ordine. L’obbedienza, però, non sempre è una virtù. Il film di Resnais è un invito a non dimenticare la tragedia immane dei campi di sterminio, nonostante la vita si riappropri dello spazio attraverso il colore del presente, nonostante il buio della notte e della nebbia sembrino ormai diradati. Il regista affida alle nuove generazioni un compito di vigilanza perché il rischio di non andare oltre la superficie di quelle immagini usurate dallo sguardo e trasformate in musei è sempre alto, perché l’orrore non si ripeta e il male più assoluto non diventi banale.

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