‘La madeleine’ proustiana in ‘Hiroshima mon amour’

‘Hiroshima, mon amour’ (1959), di A. Resnais con E. Riva e E. Okada.

A.Resnais, al suo primo lungometraggio, scrive una pagina indimenticabile della storia del cinema.

‘Hiroshima, Mon Amour’, come ‘A bout de souffle’ e ‘Les 400 coups’ è uno spartiacque, un punto di riferimento ineludibile per una nuova generazione di registi che destruttura la narrazione cinematografica tradizionale e si fa vessillifera della rivoluzione espressiva degli anni ’60.

Un’attrice francese e un architetto giapponese si incontrano e vivono l’avventura di una notte che si rivelerà però una sorta di ‘madeleine’ proustiana, riportando a galla ricordi e dolori mai superati.

La sperimentazione cinematografica di Resnais, più che nell’impronta letteraria ‘teatrale’ della sceneggiatrice Marguerite Duras, è ravvisabile nella sua assimilazione della filosofia di André Breton, secondo il quale la realtà interiore soggettiva e la percezione della realtà oggettiva dovevano giungere necessariamente a una sintesi. E per rendere questa sintesi, il cineasta francese si serve di tutti i mezzi a sua disposizione: scelte di montaggio con ellissi, dissolvenze e salti, uso dei flashback, uso di un testo che fraseggia con le immagini frammentarie ad esso legate, atmosfera lirica che stride con la drammaticità del contenuto, in un rapporto tra spazio e tempo che si nutre di assenze e contraddizioni e che spesso sembra immerso in un flusso di coscienza e non in una realtà fattuale.

Il passato e il presente si rincorrono, si sovrappongono e si giustappongono, come le braccia dei due amanti nella primissima inquadratura. Braccia cosparse di vita (il sudore) ma anche di morte ( la polvere atomica). Il dolore collettivo come ‘piano terapeutico’ per guarire il dolore individuale.

Eppure il trauma personale della protagonista, la perdita dell’innocenza dei sentimenti, la sottrazione della femminilità e della libertà durante la guerra in patria, lasciano un solco tanto profondo da non poter essere colmato dal ricordo comune di una tragedia collettiva e dal bisogno di leccarsi reciprocamente le ferite. Ecco perché le immagini dolorose e strazianti degli effetti della bomba atomica, il tour nel museo della memoria di Hiroshima assumono una valenza quasi esclusivamente documentaria, e quel ‘ tu non hai visto nulla’ è paradossalmente riferito all’enormità della percezione del dolore personale che deflagra nell’anima di ‘Lei’, attrice francese senza nome, con la forza di 1000 bombe atomiche. Perché Nevers è stata la sua Hiroshima. E Nevers e Hiroshima sono due facce di un’umanità in balìa di se stessa.

‘Hiroshima non amour’ è un film sulla memoria e sull’impossibilità dell’oblio. Sul bisogno di legare per sempre al proprio vissuto una sofferenza che diventa ontologica, che si sostituisce al proprio nome e al proprio essere e che non ci lascia altra possibilità se non quella di ‘amare’ rubando respiri a una vita che sembra averci abbandonato per sempre.

Per questo ‘Lui’, architetto giapponese senza nome, altro non può essere che Nevers, il luogo della memoria e dell’amore, il ‘mai’ fatalmente destinato a ripetersi all’infinito, cristallizzazione di un unico insostituibile ricordo di felicità e di autentica umanità.

E a Lui, non resta che seguirla, accoglierla e aspettarla, fissando in una notte senza fine la possibilità intravista di dare vita a un nuovo Amore.

Una risposta a "‘La madeleine’ proustiana in ‘Hiroshima mon amour’"

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  1. Le grandi tragedie dell’umanità sembrano destinate a finire avvolte dall’oblìo. Per questo Hiroshima e la sua pretesa di stagliarsi contro il destino di sangue del genere umano risultano un’illusione, così come dal nostro passato non otteniamo che ricordi sfumati. Eppure è proprio da questo contrasto che a Hiroshima – e dove se no? – la protagonista trova l’occasione per guardare dentro di sè e riconoscere d’avere dimenticato, salvando così la propria facoltà di ricordare.

    “Je me souviens.

    Je vois l’encre.

    Je vois le jour.

    Je vois ma vie. Ta mort.

    Ma vie qui continue.

    Ta mort qui continue.”

    ______________________

    “Tu me tues.

    Tu me fais du bien.

    J’ai le temps.

    Je t’en prie.

    Dévore-moi.”

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