Sugar Baby, di Percy Adlon (GER 1985)

di Andrea Lilli –

Primo di una trilogia cult, Sugar Baby è il film con cui nel 1985 Percy Adlon lanciò Marianne Sägebrecht come antidiva, ovvero come modello di donna estraneo al repertorio convenzionale, protagonista anche in Bagdad Cafè (1987) e Rosalie va a far la spesa (1989). È la storia di un amore metropolitano controcorrente, un incontro magico tra figure marginali disegnate con ironia e dipinte con una fotografia particolare, basata su colori artificiali al neon e inquadrature sghembe: tutti elementi tipici dello stile di Adlon, tra i registi tedeschi più interessanti e meno frequentati.

Un corpo di donna che galleggia leggero, solo, abbandonato, alla deriva nel recinto di una piscina. È la prima scena del film, e sarà anche la penultima. La donna si lascia sollevare e portare dall’acqua come se niente e nessuno possa essere più affidabile, per farsi trasportare. Nessuno… eccetto un conducente di metropolitana. Una storia delicata, delirante, deliziosa, delittuosa. Ecco i quattro lati, i limiti entro i quali si muove, vola libero finché possibile, il corpo di Marianne. Ma anche quello di Huber.

Delicatezza

Marianne (Marianne Sägebrecht) è una donna di 38 anni delicata e sensibile. La sua vulnerabilità è difesa dall’obesità e nascosta in abiti amorfi e abitudini sciatte, ripetitive, ma certe volte una luce attraversa gli occhi celesti e svela i suoi pensieri. Vive nella periferia di Monaco, da sola in un monocamera scomodo e squallido, privo di qualsiasi decorazione a parte un paio di souvenir. Non ha amici; un televisore e una radio bastano a riempire il vuoto delle pareti domestiche. Quando rincasa dal lavoro, appende il vestito a un chiodo e si corica nel lettino, dove mangia guardando la tv, che resta accesa mentre lei si addormenta. A colazione accende la radio. Passa le domeniche nello stesso modo: a casa, mangiando e dormendo. Sa cucinare: Delikatessen bavaresi, ovviamente.

Lavora come dipendente di un’agenzia funebre, la Ruhesanft (Dolce Riposo). Il mestiere di becchino non è ben visto, si sa: disprezzato da tutti, anche da chi magari ne fa uno non tanto diverso. Quando Marianne va al supermercato, l’addetta al reparto Carni commenta: “Eccola, ogni volta che la vedo mi viene la pelle d’oca. Come si fa a fare un lavoro simile? Maneggiare cadaveri…”. Marianne li spoglia e li riveste, li ricompone, li posa con rispetto nella bara che prima allestisce con cura, e poi solleva e sposta grazie alla solida muscolatura. Mano di ferro in guanto di velluto nero, diciamo. Indifferente ai vivi che la circondano rumorosamente, Marianne è premurosa e delicata con i morti.

Delirio

Una mattina la radio trasmette una vecchia canzone, “Sugar Baby” di Peter Kraus: un successo popolare diffuso da un filmetto del 1958, che in Marianne risveglia ricordi archiviati, resuscita desideri da tempo sepolti. In quel momento scatta qualcosa di incontrollabile. In metropolitana si distrae, dimentica di scendere alla solita fermata, Nordfriedhof (Cimitero Nord), quella del posto di lavoro. Le voci dei conducenti della metro, che col microfono annunciano ai passeggeri le stazioni, non le sono più indifferenti. Una in particolare: quella di un autista biondo, alto, snello, e molto più giovane di lei. Al capo della Dolce Riposo chiede otto settimane di ferie, accumulate da tempo. Ne ottiene cinque, ma non parte per Maiorca, il lago di Garda o l’Adriatico: compra un orario della metropolitana di Monaco e si lancia all’inseguimento del biondo conducente (Eisi Gulp). Vuole assolutamente conquistarlo. All’inizio lui la ignora, la larga sagoma di Marianne sembra trasparente. L’impresa è folle, ma lei è determinata, metodica, paziente nel delirio come nel lavoro. Marianne identifica, studia e al momento giusto raggiunge il 25enne Huber. Il suo Sugar Baby. È sposato? Fa niente: la moglie lo trascura, non lo rende felice come lei sa di poter fare.

Delizia

La metamorfosi di Marianne si compie. La passione la trasforma in un’altra donna. Si è truccata, profumata, ha cambiato acconciatura, vestiti, scarpe, arredi, materasso. Il triste monocamera è diventato un accogliente nido d’amore. I fornelli elaborano piatti irresistibili abbinati ai vini giusti, appare un giradischi, il tango si alternerà al bagnoschiuma nell’intimità degli abbracci. Marianne ha usato tutte le armi a disposizione, anche quelle che nemmeno sapeva di avere, per convincere un Huber peraltro non troppo recalcitrante nel farsi sommergere di carezze, leccornie, attenzioni, lenzuola di raso. “Sugar Baby” diventa il soprannome di entrambi, che però non si limitano a condividere le delizie dei sensi: sviluppano perfino un dialogo da esseri pensanti. Circondati da una cultura del lavoro come valore assoluto e principe, l’autista di metropolitana e l’operatrice funeraria ritrovano se stessi in un’oasi di libertà. In fuga dal deserto di una routine alienante, creano un’intesa a tutto tondo disegnata sulle curve di Marianne, un connubio che trova l’apoteosi nel locale da ballo dove si lanciano in uno sfrenato rock’n’roll. Qui la Sägebrecht rivela doti imprevedibili.

Delitto

Se ogni piacere deve avere un prezzo, questa coppia strana ma felice ne paga uno alto. La fredda moglie di Huber, partita per un viaggio di lavoro, ricompare improvvisamente all’orizzonte e piomba nella balera decisa a riscuoterlo. In mancanza di altri argomenti insulta Marianne, le dà della disgraziata davanti a tutti, la picchia selvaggiamente e trascina via Huber come fosse un cagnolino. Una furia criminale che distrugge per invidia e frustrazione la fragile felicità di altri. Il giovane autista non fa una bella figura, e a Marianne non resta che un occhio nero. E la soddisfazione di aver realizzato il suo sogno: Sugar Baby.


  • Il film è disponibile in versione originale (sottotitoli in inglese) qui

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