La Visita, di Antonio Pietrangeli (1963)

di Laura Pozzi

Durante la cerimonia dei David di Donatello, svoltasi a Roma due giorni fa, l’inarrestabile e monumentale Sandra Milo (premiata con il David alla carriera), ha voluto ricordare il suo grande amore per Federico Fellini e omaggiare il film che le ha regalato indiscutibilmente il ruolo più significativo e toccante della sua carriera: La visita di Antonio Pietrangeli. Una piccola gemma da riscoprire, custodire gelosamente e rivivere alla luce di un abbagliante seppur breve filmografia (quella del regista romano) che troverà in Io la conoscevo bene il suo capolavoro. Liberamente tratto da un omonimo racconto di Carlo Cassola, sceneggiato da Ettore Scola e Ruggero Maccari, musicato da Armando Trovajoli, Pietrangeli si posiziona dietro la macchina da presa dopo il forfait di Giuseppe De Santis impegnato sul set di Italiani brava gente (1964). Un’usanza, questa, molto in voga nel cinema degli anni ‘60 e ben tollerata da registi che si trovavano improvvisamente nel bel mezzo di un set a dirigere storie ideate da altri. Pietrangeli non ci pensa su due volte, afferra il timone e si lascia guidare da sincero entusiasmo anche per la scelta dell’attrice protagonista, la Sandrocchia nazionale proposta dal produttore Moris Ergas e già incisiva presenza in Adua e le compagne e il successivo Fantasmi a Roma.

La storia “vive” e si esaurisce cinematograficamente nell’arco di 24 ore, il tempo necessario per quella visita preparata con cura da Pina (una Sandra Milo di rara e profonda sensibilità) e Adolfo (un subdolo e sprezzante François Périer), dopo un proficuo scambio epistolare nato da un annuncio per cuori solitari, inserito dalla donna in un momento di lancinante solitudine. Un momento magistralmente fotografato e immortalato dal regista in uno dei flashback più evocativi e struggenti del film. Il vuoto esistenziale di Pina trova voce e momentaneo conforto nelle rime di Sergio Endrigo e in quella Io che amo solo te, capace di rigare il suo volto (ma anche un po’ il nostro) di lacrime. Pina è una trentaseienne apparentemente frivola e gioiosa, impiegata nel consorzio agrario della bassa Padana, mentre Adolfo lavora come commesso in una libreria della Capitale. Due universi distanti e incompatibili, celati da maschere di finta condivisione e accomunati da un’alienazione esistenziale non troppo dissimile da quella di Michelangelo Antonioni. Le diversità saltano agli occhi, ma le aspettative restano contro ogni pronostico alte e quel treno che sfreccia veloce su anonimi paesaggi e formali parole trascritte su un foglio, ci catapultano fin dall’inizio nelle fragilità e debolezze di due protagonisti che per gran parte della storia reciteranno una parte, calandosi in un ruolo di comodo, alla lunga insostenibile. Una finzione nella finzione, magnificamente esplorata e squarciata con geometrica precisione da efferati flashback, volti a restituire “la giusta distanza”. Una tecnica narrativa già abilmente padroneggiata e portata al suo zenit nella drammatica e successiva parabola esistenziale di Adriana Astarelli.

Pina denominata (a sua insaputa) dai suoi compaesani “bella culandrona” è una campagnola non più giovanissima, ma ancora frizzante e volitiva, pervasa da un esplosivo candore adolescenziale che riversa nella sua fresca e contagiosa risata. Un fisico giunonico, perfettamente armonizzato con la natura circostante, con gli animali, con una nobiltà d’animo troppo distante dal cinismo freddo e distaccato di Adolfo, un uomo gretto, sprezzante, razzista indurito da un’esistenza sterile e sentimentalmente vuota. Pietrangeli tratteggia i personaggi con la medesima cura, evita favoritismi e mostra come non sia semplicemente il”regista delle donne”. Senza dubbio Pina è il motore della storia, è colei con la quale si empatizza più facilmente grazie a quella finta ingenuità che lascia volutamente trasparire, ma certe storture di Adolfo, certe ataviche zone d’ombra non lasciano di certo indifferente per quella familiarità che la vita a volte impone. Il tentativo di conoscersi e darsi una possibilità, deflagra miseramente al cospetto di una spietata  e anaffettiva solitudine. “La solitudine è brutta, specialmente d’inverno. E qui è sempre inverno” confessa Pina alla fine di una visita più lunga e impegnativa del previsto. E Adolfo non può fare a meno che abbandonarsi, deporre le armi, poggiare lo scudo, per rispecchiarsi nella dura disamina di Pina. E godersi la durezza e autenticità di quel momento, irripetibile per entrambi.

Pietrangeli obbliga i suoi personaggi a gettare la maschera, rimuovere il trucco, confessare le reciproche debolezze, per un frammento di verità che solo il cinema può rendere eterno. Per poi chiudere il cerchio e tornare dove tutto è iniziato. Ancora una stazione, un treno, una promessa o forse due da mantenere e l’incontenibile voglia di reimmergersi nelle rassicuranti ipocrisie di tutti i giorni. Quelle che aiutano a (soprav)vivere meglio.

Il film è disponibile gratuitamente (con pubblicità) su CHILI

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