Fantasmi a Roma, di Antonio Pietrangeli (1961)

di Andrea Lilli –

Spettri minacciosi, ombre inquietanti, allucinazioni demoniache, erinni vendicative e zombie rancorosi: non siete soli. Tra voi si aggirano anche gli altri, i fantasmi buoni, garbati, divertenti. Se è vero che film e fantasmi sono fratelli, prodotti dell’immaginazione e dei sogni, mettiamo pure in conto che, fra tanti incubi tristi e pesanti, talvolta ne spunta qualcuno bello, leggero, elegante. Sempre di anime in pena si tratta, beninteso, spiriti usciti troppo presto dai corpi per morte improvvisa o violenta e destinati a restare in sospeso, irrisolti tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ma non tutti gli sfigati sviluppano un caratteraccio, post mortem. Ci sono pure fantasmi tranquilli, che si fanno gli affari loro e non danno fastidio a nessuno, anzi: possono risolvere problemi. Soprattutto a Roma, città eterna che di problemi ne ha sempre tanti, alcuni eterni. Fantasmi a Roma, diretto da Antonio Pietrangeli, sceneggiato dallo stesso regista con Ennio Flaiano, Ettore Scola e Ruggero Maccari su soggetto di Sergio Amidei, è un esempio di come i maestri della commedia all’italiana fossero aperti ad ogni tipo di soggetto e laici in tutti i sensi, anche nel “sesto”. Questo film delizioso è firmato anche da Nino Rota (musiche dirette da Armando Trovajoli) e Giuseppe Rotunno, il che, insieme ai nomi degli attori e degli sceneggiatori, ci ricorda un romagnolo che Roma la conosceva bene.

“Roma è la città delle illusioni. Non a caso qui c’è la Chiesa, il Governo, il Cinema: tutte cose che producono illusioni…”

Gore Vidal, in ‘Roma’ di Federico Fellini, 1972

Mentre scorrono i titoli di testa, un lento piano-sequenza ci introduce di notte in un grande e antico palazzo situato nel centro storico (esterni: piazza e via della Pace, dietro piazza Navona. Gli interni sono stati costruiti in studio). È la dimora avita del principe Annibale di Roviano (Eduardo De Filippo), e questo è il momento in cui il nobiluomo, in malcelato disagio economico, si trascina verso il letto sbadigliando e borbottando.

Il monologo di Eduardo e la comparsa del primo fantasma domestico, l’obeso fra’ Bartolomeo (Tino Buazzelli), ci confermano che qui non si muore di paura né di noia. Il frate, vittima di una smisurata fame medievale, spegne la luce lasciata accesa da don Annibale; ed ecco apparire le sagome lattiginose degli altri fantasmi di famiglia: Poldino, il fratello maggiore del principe, rimasto fanciullo per un incidente; l’ottocentesca, procace Flora (Sandra Milo), romantica suicida per amore; e il libertino Reginaldo (Marcello Mastroianni), perfetto Casanova precipitato da un balcone del ‘700 per un qualche appuntamento illecito. Il quartetto diacronico di antenati del principe, che vive solo, raccoglie i suoi unici coinquilini, affezionati quanto lui alla storica casa di famiglia. Lui non li vede, ma in qualche modo ne avverte la presenza. Loro lo proteggono amorevoli, controllano la situazione, e fanno dispetti agli intrusi manipolando gli oggetti circostanti a loro insaputa.

da sinistra: Tino Buazzelli, Claudio Catania, Sandra Milo, Marcello Mastroianni

In particolare, difendono don Annibale dall’offensiva dell’ingegner Telladi (Claudio Gora), emissario di una società immobiliare interessata ad acquistare il palazzo dei Roviano per abbatterlo e sostituirlo con un orrendo supermercato. Ricordiamo che il film è del 1961. Sessant’anni fa, in pieno boom cementizio non si andava troppo per il sottile, piani regolatori e vincoli urbanistici erano più suggerimenti che obblighi, facilmente aggirabili con abusi, condoni e congrue tangenti elargite a chi di dovere nel momento giusto… Una tradizione che continua tuttora, ma in modo più discreto. L’anziano Annibale comunque non cede alla speculazione, rifiuta qualsiasi cifra. Non gli interessa campare pieno di soldi in un appartamento anonimo, preferisce dormire povero nel grande palazzo che conserva la storia della vita sua e dei suoi cari fantasmi, con le loro umane debolezze: Reginaldo irresistibilmente attratto dalle donne, Flora dall’amore romantico, Poldino dalle pause tra una lezione e l’altra, fra’ Bartolomeo dal cibo di qualità.

Un giorno il principe decide di riparare da solo la vetusta stufa a gas. In trame precedenti Eduardo De Filippo aveva già avuto a che fare sia con presenze spettrali (Non ti pago!; Questi fantasmi) che con le stufe difettose (Tutti a casa): qui trova una buona sintesi. Inesperto, provoca un’esplosione che spedisce il suo spirito a ricongiungersi con quelli dei parenti invisibili. La proprietà del palazzo passa a Federico di Roviano (secondo di tre ruoli di Mastroianni, qui attore principale), balordo nipote nullafacente fidanzato con Eileen (Belinda Lee), spogliarellista poco fine ma molto pragmatica, che lo convince a contattare l’ingegner Telladi per vendere al più presto l’immobile. Federico firma subito il contratto, e spera di riscattarsi così dalla fastidiosa fama di mantenuto.

Belinda Lee

I fantasmi, che non hanno alcuna intenzione di trasferirsi altrove, sono però relativamente tranquilli: per buttare giù l’antico palazzo e costruire il mostro moderno ci vogliono autorizzazioni, nulla osta, licenze preliminari che stando alle carte bloccherebbero il progetto. Ma sono carte altrettanto autorevoli le banconote che arrivano abbondanti nelle mani dei funzionari pubblici di turno. I permessi arrivano. Gli inquilini ora si preoccupano seriamente. Resta loro un modo solo, per scongiurare lo sfratto: fare scoprire su una parete nascosta del palazzo la presenza di un’opera d’arte di altissimo pregio, tale da obbligare a conservare e salvaguardare quello stabile così come è, e renderlo visitabile al pubblico, impedendo definitivamente la realizzazione di qualunque nuovo progetto. Per esempio, sarebbe perfetto un affresco di Giovan Battista Villari detto il Caparra, nome goliardico ma plausibile per un caposcuola della pittura cinquecentesca.

Fra’ Bartolomeo e Reginaldo vanno in missione alla ricerca del fantasma del Caparra (uno spassoso Vittorio Gassman), artista anticlericale dal carattere difficile, rissoso, morto tragicamente – alla maniera del Caravaggio. Lo trovano in una periferia oppressa da schiere di casermoni, accasato nell’unica costruzione d’epoca sopravvissuta: in realtà è la Torre del Quadraro in piazza dei Consoli. Pochi anni prima era tutta campagna e pecore, ora è il popoloso quartiere Don Bosco. I due fantasmi Roviano convincono il Caparra a dipingere in poche ore un capolavoro nel loro palazzo, promettendogli ospitalità, visto che a breve anche la Torre potrebbe essere abbattuta e lui di nuovo sarà sotto sfratto.

Vittorio Gassman

Il Caparra ne approfitta per avvicinare la bella Flora, usarla come modella è un buon pretesto per darle l’assalto. Come si vede qui troviamo un particolare tipo di fantasmi. Buoni e cari, eterei, sì, ma non fatti d’aria. L’affresco viene terminato a tempo record. Per autenticarlo viene convocato un perito esperto in opere d’arte, il quale ovviamente non resta insensibile alla meccanica delle tangenti dell’immobiliare, e infatti nega la paternità del Caparra. Ma i fantasmi hanno imparato la lezione di Telladi, e il grande esperto intasca anche il loro ‘incentivo’ aggiungendo che l’affresco è invece del Caravaggio. Si prepara il gran finale: battuti gli speculatori con le loro stesse armi, i fantasmi Roviano restano a casa, raggiunti da Federico che, rinsavito, manda a quel paese Eileen. Il Caparra, irascibile come Michelangelo Merisi, se ne torna al Quadraro maledicendo i critici d’arte.

Una combinazione di fattori, fortunata o calcolata che sia, ha fatto di questa pellicola un gioiello del tutto anomalo della commedia all’italiana. Antonio Pietrangeli, un medico che prima di mettersi direttamente dietro la cinepresa era già noto giornalista e critico cinematografico, nonché aiuto regista e sceneggiatore di nomi importanti come Rossellini, Germi, Visconti, Blasetti e Lattuada, probabilmente si ispirò anche ad un vecchio cortometraggio propagandistico, Fantasmi a Cinecittà (1940) di Domenico Paolella, dove due gentili spettri del ‘700 si staccano dai quadri su cui furono dipinti e ci portano a spasso per gli studi di Cinecittà, presentandoci alcuni protagonisti del cinema di allora mentre sono al lavoro: Amedeo Nazzari, Paolo Stoppa, Gino Cervi, Totò, Alessandro Blasetti. Del resto, il gemellaggio tra cinematografo e i fantasmi ha radici antiche, almeno quanto la caverna di Platone.

A proposito di ‘vedute in movimento’ e proiezioni luminescenti, tra le tante piacevolezze Fantasmi a Roma ci offre una prova della grande tecnica fotografica di Giuseppe Rotunno, scomparso nel febbraio di quest’anno all’età di quasi 98 anni. L’apparenza lieve dei fantasmi, il contrasto con le persone reali, i passaggi tra le pareti etc. sono resi efficacemente senza ricorrere a complicati effetti speciali, bensì con trasparenze, dissolvenze, trucchi, ombre, colori dosati e manovrati con abilità e gusto superiori a qualunque tecnica computerizzata.

“Io direi che la luce nel cinema, come nella vita, è tutto. Senza la luce il cinema non esisterebbe.”

Giuseppe Rotunno, (Roma, 19 marzo 1923 – Roma, 7 febbraio 2021)

Di sicuro, senza la magica luce di Peppino Rotunno questi godibilissimi Fantasmi di Roma non sarebbero esistiti.


– 12.10.2021

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