La croce di ferro, di Sam Peckinpah (1977)

di Bruno Ciccaglione

La croce di ferro è un capolavoro dimenticato dal grande pubblico, ma amatissimo dagli addetti ai lavori, tanto che Orson Welles appena lo vide inviò a Sam Peckinpah un telegramma, scrivendogli che gli pareva il più bel film di guerra che avesse mai visto con protagonisti uomini comuni in uniforme, dai tempi di All’Ovest niente di nuovo di Lewis Milestone. Quentin Tarantino, molti anni più tardi, ricorderà come il suo Inglorious Basterds sia stato fortemente ispirato da “La Croce di ferro”.

Dopo una carriera costellata da grandi e controversi successi (Il mucchio selvaggio, Cane di Paglia, Pat Garret e Billy the kid) e da feroci attacchi e polemiche (la violenza iperrealistica dei suoi film gli procurò accuse di ogni genere), Sam Peckinpah, considerato uno degli apripista della New Hollywood, il re-inventore del western, l’inventore del pulp e così via, decide di dedicarsi a quello che sarà il suo unico film di guerra. La storia, che traspone il romanzo di William Henrich La carne paziente, ambientata tra le truppe tedesche sul fronte orientale nella seconda guerra mondiale nell’anno 1943, è una durissima condanna della brutale oscenità della guerra.

La prima particolarità del film riguarda la scelta di mettersi “nei panni del nemico”. L’amaro eroe della storia infatti è un sergente della Wermacht tedesca, Rolf Steiner, interpretato da uno straordinario James Coburn. Pluridecorato con la Croce di ferro (la massima onorificenza militare tedesca), Steiner guida in modo anticonvenzionale ma molto efficace una piccola pattuglia di uomini fidatissimi, che si muovono a cavallo delle linee nemiche, con azioni che ricordano la guerriglia, tutti ormai totalmente disillusi sull’esito della guerra, come sul futuro della Germania. Legati uno all’altro dalla durezza delle esperienze che vivono, gli uomini che vediamo condividono con Steiner l’atteggiamento sprezzante verso l’autorità, il potere, le gerarchie militari e naturalmente verso Hitler e il nazismo, guidati ormai solo dallo spirito di sopravvivenza e da un codice etico che li unisce uno all’altro in un modo unico.

L’altro elemento di originalità lo si intuisce dall’osservazione di Welles che lo paragonava ad un film sulla prima guerra mondiale. L’ambientazione e la ricostruzione – con le trincee scenario dominante di molte scene – ricordano più la prima che la seconda guerra mondiale e in effetti il tema di una radicale alterità tra la truppa e gli ufficiali, ricorda moltissimo la dinamica messa in scena da Francesco Rosi in Uomini contro (1970). Ma se il tenente Santini (Gian Maria Volonté) era chiaramente ispirato dagli ideali socialisti che lo portano a disobbedire agli ordini in nome di un alto ideale, nulla del genere è neppure immaginabile nella Wermacht durante la seconda guerra mondiale.

Quando si rivolge al capitano Kiesel, alla presenza del pur comprensivo colonnello Brandt (James Mason), Steiner/Coburn non ha timore di dire apertamente: “Crede che perché lei e il colonnello Brandt siete meno arroganti degli altri ufficiali io vi odi di meno?”. Ma a farlo parlare così non è un ideale, semmai è proprio la fine di ogni ideale. La sfiducia e il disincanto sono totali e l’unica cosa che conta è esser fedeli a un proprio codice morale, che solo incidentalmente a volte coincide ormai con le necessità militari. E infatti gran parte dei conflitti e dello scontro, a volte anche mortale, avviene al di qua del fronte, tra le truppe che vestono la stessa uniforme.

È l’elemento della provenienza di classe a determinare tutto, anche in guerra: chi si salverà e chi è carne da macello, chi ha qualcosa cui tornare e chi con la guerra ha già perso tutto. L’antagonista principale di Steiner/Coburn, infatti, è un “rampollo dell’aristocrazia prussiana”, il capitano Stransky (un eccezionale Maximilian Schell), che in preda a una sfrenata ambizione ha chiesto di essere inviato sul fronte russo con l’unico scopo di ottenere la Croce di ferro e che per questo è disposto a tutto, compreso ricattare o uccidere i suoi stessi uomini, ordinare la fucilazione di un soldato-bambino sovietico, far sparare consapevolmente su Steiner, unico ostacolo all’ottenimento della decorazione.

Pur se i protagonisti del film, inclusi gli eroi, sono tedeschi durante la seconda guerra mondiale, il film tiene adeguatamente a sottolineare che non si tratta di nazisti. Perfino il capitano Stransky, che pure teorizza la propria intelligenza superiore “per sangue e per differenza di classe”, tiene a precisare di non essere mai stato un nazista: si tratta invece di un fiero sostenitore della supremazia della aristocrazia prussiana, che disprezza le umili origini da cui proviene Hitler, come disprezza chiunque non possa vantare il rango che ha lui. L’unico personaggio che è chiaramente un nazista è una recluta delle SS, che non a caso farà una brutta fine (ne diremo tra un attimo).

Il film è davvero un film d’azione, con molte scene di violenza girate al rallentatore, come è tipico dello stile di Peckinpah, che realizza così il paradosso formale di un estremo realismo della rappresentazione della violenza, attraverso l’alterazione palese della durata temporale delle sequenze. Il montaggio è frenetico e al solito il numero di inquadrature è altissimo (anche se non raggiunge il record delle 3.643 inquadrature de Il mucchio selvaggio…). Lo sguardo è sarcastico e inquietante sin dai titoli iniziali: il montaggio contrappone immagini di repertorio della propaganda nazista a quelle degli orrori della guerra, il tutto commentato da un coro di bambini che cantano una vecchia canzone tedesca.

Emblematica dei principi che guidano Steiner/Coburn nel suo modo di fare la guerra è la scena in cui la sua pattuglia, rimasta oltre le linee nemiche, si imbatte in un reparto femminile dell’Armata Rossa a riposo. Sebbene la rappresentazione particolarmente sensuale delle soldatesse rischi di far dimenticare il ruolo importante che esse ebbero come eroiche combattenti della Unione Sovietica – caso unico tra gli eserciti regolari nella seconda guerra mondiale – Steiner non solo chiarisce subito ai suoi uomini che non tollererà comportamenti meno che rispettosi verso queste donne loro prigioniere, ma solidarizza pienamente con loro dopo che la recluta SS ha stuprato una di loro: non solo le lascerà libere, ma senza alcuna remora lascerà che esse compiano la loro vendetta su di lui.

Il film fu girato tra Trieste e la allora Jugoslavia (che garantiva tra l’altro la disponibilità di armi e attrezzature sovietiche originali, tra cui due ambitissimi carri armati, protagonisti delle lunghe scene di battaglia), tra mille peripezie finanziarie, crisi alcoliche del regista e del suo amico e sodale bevitore James Coburn. Esilarante il racconto di quest’ultimo su una fuga in macchina a Venezia con Peckinpah. Lasciato sbronzo il regista nella propria camera d’albergo e incontrato per caso Fellini nella hall, non riuscì a contenere l’entusiasmo di quest’ultimo che volle assolutamente conoscere l’ammirato collega americano. L’incontro tra il fan Fellini e il suo idolo Peckinpah avvenne con quest’ultimo in mutande e ancora in pieno hangover…

Abbandonato per motivi finanziari e di ritardi ormai ingestibili sul piano di lavorazione il finale pirotecnico che Peckinpah aveva originariamente immaginato (che prevedeva sei giorni di riprese con effetti speciali costosissimi), il regista improvviserà una soluzione più economica, ma che risulterà particolarmente efficace. Invece che uccidere il capitano Stransky, che pure ha fatto sterminare quasi tutti i suoi uomini, Steiner lo sfida, per una volta, a combattere davvero quella sporca guerra da cui, grazie a un provvidenziale ordine di trasferimento, l’alto ufficiale stava ancora una volta per svignarsela. Gli farà vedere “where the iron crosses grow”, dove crescono le croci di ferro, tradotto in italiano un po’ liberamente con “ti farò vedere come si ottiene una croce di ferro”. La risata quasi isterica con cui Steiner si appresta a quest’ultima scorribanda sul campo di battaglia, non lascia spazio ad alcuna speranza.

2 risposte a "La croce di ferro, di Sam Peckinpah (1977)"

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