L’albero, di Julie Bertuccelli (2010)

di Corinne Vosa

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”.
(da “Anna Karenina”, di Lev Tolstoj)

locandina, Morgana Davies e Charlotte Gainsbourg

Ne L’albero (The Tree) l’infelicità assume dei contorni quanto mai bizzarri e surreali, rivelando una sensibilità emotiva disarmante e un’unicità incantevole.

Sotto il sole infuocato dell’Australia si consuma un dramma improvviso. Peter O’Neil, padre di famiglia e marito perfetto, mentre è alla guida del suo furgoncino ha un infarto e si schianta contro l’enorme fico secolare che imponente affianca casa sua, morendo in presenza della figlia Simone (Morgana Davies). La moglie Dawn (Charlotte Gainsbourg) è sconvolta e non riesce a riprendersi dal dolore inaspettato, mentre Simone inizia a maturare un’insolita convinzione: il padre si è reincarnato nel gigantesco albero e le parla attraverso le sue foglie.


Dramma viscerale e coinvolgente, L’albero affronta la delicata tematica dell’elaborazione di un lutto. Diretto dalla regista francese Julie Bertucelli e tratto dal romanzo Padre Nostro che sei nell’albero di Judy Pascoe, il film ruota attorno a una fascinazione ossessiva per la figura solenne dell’albero, vero e proprio personaggio, immobile e silenzioso eppure presente e di grande eloquenza espressiva.
Corpo su cui si rifugiano altri corpi, ripreso da più angolazioni possibili, rigoglioso e fecondo, l’albero è il punto di riferimento di cui Dawn e i suoi figli hanno bisogno. Con il suo robusto tronco si accinge a ricoprire il ruolo di capofamiglia, quella figura che ormai di fatto è assente. Padre e amante, confidente e compagno, l’albero assurge simbolicamente a tutti questi compiti e in una prima fase salva i personaggi dal baratro dello sconforto.

L’intersecarsi dei suoi rami, la sua bellezza maestosa e regale ammalia e affascina, medicina per lo spirito e il cuore. Un contatto devoto tra cielo e terra, mortalità ed eternità.

Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto.
(Rabindranath Tagore)


Ma questa sublimità si irradia fino all’inverosimile. L’albero è dappertutto. Le radici si impossessano non solo della casa ma anche della vita della famiglia O’Neil . È il ricordo che incatena e impedisce di andare avanti. Un ricordo non più sano, generatore di sensi di colpa. “Parlami” lo interroga Dawn. Psicologicamente si potrebbe dire che il “personaggio” dell’albero, soprattutto per Simone e in parte per Dawn, rappresenta un congelamento del dolore in una prolungata fase di negazione, uno sfumato rifiuto della realtà che si apre a una dimensione sovrannaturale .
L’attaccamento morboso al passato isola Simone in una bolla sospesa nel tempo, mentre Dawn prova apparentemente ad andare avanti, rifugiandosi nel conforto di un altro legame, ma dentro di sé non è davvero pronta.

Il breve dialogo tra il fratello maggiore Tim e Simone è un’esemplificazione di questa stasi emotiva: “Quanti anni hai? Devi stare in mezzo ai vivi!” le dice Tim “E ai morti” risponde lei.
Solo un evento di forza maggiore potrà slegare i vincoli claustrofobici dei vecchi legami e aprire realmente a nuovi sconosciuti orizzonti di vita e rinascita.


Morgana Davies si rivela un talento sorprendente e incisivo, con i suoi occhi espressivi e un carisma innato. Simone è l’anima del film e tutto ruota intorno al suo legame viscerale con l’albero-padre.
Charlotte Gainsbourg è un’intensa coprotagonista e interpreta benissimo il ruolo di una donna insicura e fragile, abituata ad appoggiarsi ad altri, ma che si ritrova in una situazione che le richiede il massimo della forza interiore per se stessa e per i figli. La sua sfida sarà maturare un’autosufficienza, la consapevolezza di bastare alla sua famiglia e poterla proteggere senza dover confidare nell’aiuto altrui. Due attrici straordinarie per un film lirico e toccante. Due sguardi femminili trasognati che devono confrontarsi con l’accettazione di una dura amara realtà.

Il film è costellato di metafore bibliche e echi alle dieci piaghe d’Egitto, simbologia relativa al senso di colpa che si sedimenta nel cuore dei personaggi e a una liberazione spirituale necessaria. Ne sono un chiaro esempio la scena delle rane nel bagno, le varie infestazioni di insetti o elementi naturali sgraditi e la fuoriuscita di acqua insanguinata. Lo stesso albero di fico è fortemente presente nell’iconografia biblica, simbolo di fede e pace, Eden e Terra Promessa, ma nel film assume i nuovi orizzonti di significato psichico approfonditi in questa recensione. Prendendo in esame l’intuitiva sovrapposizione padre-Dio è possibile anche una riflessione di carattere religioso: una maniacale devozione alla fede, un ostinato isolamento nell’amore divino e nella sfera trascendentale può trasformarsi in una prigionia autoinflitta.

L’albero è al momento disponibile in Italia senza interruzioni pubblicitarie nell’abbonamento Amazon Prime e gratuitamente su YouTube.

“Secondo te siamo una famiglia felice?” Chiede Dawn al figlio maggiore Tim. “Che cosa importa? E poi le famiglie felici sono una noia” le risponde lui, creando un allaccio invisibile con il meraviglioso incipit di Anna Karenina.

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