Nello sguardo di Monica Vitti

di Marco Grosso

Ogni volta che in uno dei 4 film di Michelangelo Antonioni (L’avventura, L’eclisse, La notte, Deserto rosso) appare lei, si prova un istante di commozione estetica come quella che forse proviamo di fronte alle grandi opere d’arte e alle muse da cui sono state ispirate.

Dall’incontro artistico e sentimentale di Monica Vitti con il geniale regista ferrarese è sorta l’icona più ieratica ed erotica della storia del cinema italiano. La Vitti di Antonioni è infatti una figura ossimorica: diva anti-diva, inespressiva fino alla glacialità siderale e insieme ipnotica e sensuale fino all’ebbrezza dionisiaca: così in L’Avventura e in L’eclisse Claudia-Vittoria passa dallo sguardo contemplativo e analitico fisso sul vuoto di dentro e di un tempo storico sospeso (spesso rivolto allo spazio urbano fuori dalla finestra) a improvvisazioni euforiche (come la scena del ballo africano con le amiche e della corsa al cane in L’eclisse o la performance canora sulle note di Mina in L’avventura).

Tutto contribuisce nei capolavori di Antonioni, compreso l’abbagliante bianco e nero della trilogia dell’incomunicabilità o il colorismo sperimentale di Deserto Rosso, alla definizione di questa “icona” così antica (quasi un richiamo della “Musa Polimnia”, detta anche la “Musa pensosa”) e insieme così contemporanea, post-modernamente spaesata, assente, perduta in una solitudine irrimediabile e invocante.

Con lei ci si muove nel territorio delle dechirichiane museinquietanti (ed inquiete). Il suo corpo è in ogni suo dettaglio soggetto e oggetto di questa trasfigurazione: la sua voce ruvida e avvolgente, l’aria e l’anima scapigliate, l’andatura talora fine e leggera talora nervosa e instabile, le sublimi imperfezioni del suo volto. Così alla mdp e agli occhi di chiunque si sforzi di decifrarlo (attori e spettatori) il suo sguardo algido e assente allude sempre altrove e si offre ritraendosi, smarrito in un tempo di decadence e di naufragio del Senso o, più definitivamente, esiliato nell’intimo e indefinito Altrove della Bellezza.

Lo sguardo di Monica Vitti non è un’apparizione più di quanto non sia una sparizione, è l’epifania di un’eleganza disarmata, capace di irresistibile e involontaria seduzione ma anche di una nudità-essenzialità inafferrabile, sempre attraversata e turbata dalle ombre di una grazia dolente.

Il suo sguardo è l’incantesimo di un’Eclisse, che è impossibile non guardare, pericoloso fissare. Sul suo sguardo, centro di un cinema spogliato fino alla purezza di uno Sguardo pensante, lo spettatore non può che fermarsi e soffermarsi come al crocevia di disperazione e ironia, dell’incanto e del disincanto, di una dolcezza che non cessa di essere indocile, di una vulnerabilità che non cessa di restare impenetrabile.

Monica diventa, nelle visioni di Antonioni, l’enigma stesso e la quintessenza lirica del Femminile. Solo un’immensa attrice come lei poteva riuscire, dopo l’indimenticabile “avventura” con Antonioni, a spogliarsi ancora di se stessa e della sua mirabile icona per trasfigurarsi ancora e rivestire le sembianze della più irresistibile attrice comica della storia del cinema italiano.

4 risposte a "Nello sguardo di Monica Vitti"

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  1. Ed è proprio questo tuo commento, gentile Marco Grosso, che mi ha affascinato, donandomi più di un “istante di commozione estetica”. Il ritratto di Monica che con le tue appassionate e appassionanti parole, hai esaltato mi ha fatto rivivere tutte quelle emozioni e sensazioni che l’eccellente bravura di Monica ha suscitato sempre. Grazie di cuore e complimenti per la tua sensibilità.

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    1. Ma tutto questo Monica non lo sapeva, almeno non così consapevolmente. Però ha saputo gestirlo senza farsene travolgere (a differenza di attrici più sfortunate). Il cinema è stato la sua vita, e viceversa.

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