‘C’eravamo tanto amati’ (1974), di E. Scola

di Roberta Lamonica

‘C’eravamo tanto amati’. Chi? E soprattutto, quando? Ettore Scola costruisce la narrazione della vita di tre amici nell’arco di trent’anni di storia d’Italia non in un passato cristallizzato o finito ma in un tempo imperfetto, incompleto e incompiuto e che proprio per questo finisce con un grande ‘boh!’.Antonio, Nicola e Gianni sono stati partigiani e compagni sulle montagne alpine durante la Resistenza. Finita la guerra ognuno torna alla propria vita di prima, con il proprio carico di speranze ed entusiasmo.

Gianni (V. Gassman), determinato e idealista, continua gli studi di giurisprudenza e diventa avvocato; Nicola (S. Satta Flores), intellettuale rivoluzionario, torna al suo paese e diventa insegnante in un liceo; Antonio (N. Manfredi), mite e profondamente onesto, riprende il suo posto come portantino all’ospedale S.Camillo di Roma.

E proprio all’ospedale Antonio incontra Luciana (S. Sandrelli), giovane aspirante attrice, venuta dal nord a cercare fortuna nella capitale.Luciana è il personaggio pivotale intorno al quale ruota e si snoda l’evoluzione dell’amicizia dei tre amici e nucleo simbolico imprescindibile del film. Perché Luciana personifica quell’Italia che i tre hanno sognato e contribuito a creare e di cui ognuno vede l’aspetto a lui più vicino. Luciana compare nella storia all’ospedale, fragile e affamata, in mezzo ai resti umani di due guerre. Lei è la nuova repubblica, appena uscita dal referendum costituzionale, nella quale si rispecchiano quegli italiani che cercano operosamente di ricostruire e costruire la propria nuova vita post bellica, nella piena fiducia delle istituzioni, e dei quali Antonio è simbolo e rappresentante.

Ma Luciana viene sedotta dal fascino di Gianni l’idealista, parte di quella schiera di onesti che “se gli capita l’occasione diventano più mascalzoni dei mascalzoni veri”. E il fascino di Gianni fa presa su Luciana come il fascino del compromesso seduce la politica italiana da cui, a sua volta, ben presto Gianni si fa sedurre.E il tradimento di Luciana verso Antonio si configura come il tradimento del Paese nei confronti del proprio popolo, attratto dal fumo ingannevole del potere e del denaro. Un potere che ha il volto di una borghesia crassa, unta e ignorante; il volto tragico e grottesco di Romolo Catenacci (un immenso Aldo Fabrizi) e della sua famiglia, composta da nostalgici fascisti, palazzinari che intonano l’inno nazionale all’arrivo della porchetta, vessillo davanti al quale festeggiare con politici e prelati conniventi ogni volta che si gettano le fondamenta di un nuovo palazzo e di un nuovo insulto all’onestà di un popolo intero.

Non è difficile riconoscere nella famiglia Catenacci i tratti che saranno propri della famiglia Mazzatella di ‘Brutti, sporchi e cattivi’; senonché Romolo Catenacci ancora crede nella possibilità di una mobilità sociale che consenta alla sua famiglia –tramite il matrimonio di sua figlia Elide (G. Ralli) con Gianni- di far coincidere potere economico e status socio-culturale. Nel film successivo di Scola, invece, i protagonisti saranno maschere tragiche legate al verismo della loro rappresentazione e della loro condizione.Luciana, l’Italia traditrice e tradita, prova a trovare rifugio tra le braccia di Nicola portatore di istanze di un rinnovamento a sinistra che alla lunga si dimostrerà inadatto a interpretare i cambiamenti della società e i suoi reali bisogni.

E proprio quando il film sembra aver portato ognuno in una diversa direzione (bellissima la ripresa dall’alto che idealmente divide il film in due parti con Antonio e Nicola che si separano e la mdp che scende a inquadrare un madonnaro intento a dipingere una madonna con bambino che gradualmente si colora e colora il film), ecco che giunge una nuova consapevolezza.Luciana, la nostra Italia personificata, non è madonna ma madre e capisce che la via da seguire è quella di un compromesso che rinunci agli ardori della rivoluzione, rifugga dalle lusinghe di un potere corrotto e si nutra invece della condivisione e del senso di appartenenza comune a una folla silenziosa e resiliente. Lo sguardo malinconico di Luciana denuncia la delusione di una nazione che ha abdicato alle proprie speranze e aspirazioni e si è rassegnata a un ruolo marginale nella lotta per i propri diritti.La consapevolezza del fallimento fa piangere disperatamente Nicola (‘credevamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi’) e  isola nella ‘solitudine dell’uomo ricco, perché raro’, Gianni.

Ed è qui che forse c’è una flebile speranza per l’orgoglio di una nazione. ‘Per tutti questi anni io non ho fatto che pensare a te’, dice Gianni. ‘Ma io no!’, risponde Luciana, con un sorriso conscio e malinconico. L’Italia è andata avanti, oltre la blandizie del potere, oltre lo svilimento degli ideali politici e reclama il diritto all’istruzione per tutti come momento irrinunciabile per la crescita di una nazione.

‘C’eravamo tanto amati’ è un omaggio emozionante al cinema italiano citato in tutti i modi e visto come insieme di momenti emblematici  dei cambiamenti di un paese nel ‘suo farsi’.Bellissima la difesa di ‘Ladri di Biciclette’ nel cineforum di Nocera Inferiore da parte di Nicola: “Nocera è Inferiore perché ha dato i natali a individui ignoranti e reazionari come voi tre!” e la citazione alla famosa critica mossa da un giovane Andreotti a ‘Umberto D.’ e al bisogno di ‘lavare i panni sporchi in casa’.

Entusiasta l’omaggio a ‘La corazzata Potemkin’ con una vera e propria rievocazione della scena della carrozzina che cade dalla scalinata di Odessa.

Splendida la riflessione operata da Elide sull’incomunicabilità e sul cinema di Antonioni con le sequenze de ‘L’Eclissi’ e dei primi piani di una elegante e raffinata Monica Vitti, modello estetico cui Elide si ispira e specchio della propria situazione sentimentale.Elide è il personaggio tragico per eccellenza nel film, agnello sacrificale e sacrificato sull’altare di un’ascensore sociale che blocca ognuno al piano di partenza, destinata a un crudele destino di oblio e disamore. E ancora l’omaggio a Fellini e la ‘La Dolce Vita’ durante la famosa scena del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi e poi Cinema che diventa presenza fisica durante la proiezione di ‘Schiavo d’amore’, per cui il film diventa espediente narrativo per il doppiaggio mentale che veicola i pensieri più segreti di Antonio e Luciana.E infine la presenza inquietante e profetica della televisione nella sua veste più popolare con Mike Bongiorno e ‘Lascia o raddoppia’. Il dramma dell’intellettuale Nicola di fronte all’ambiguità e superficialità del messaggio televisivo e all’incapacità della televisione di comprendere la dialettica tra finzione e realtà operata invece dal cinema. La televisione si pone per Nicola come il cinema si poneva per Pirandello all’inizio del secolo, ibrido gioco senza autenticità.‘C’eravamo tanto amati’ è il film con cui la commedia all’italiana raggiunge il suo punto di massimo splendore, in cui convivono in una stratificazione incredibile di registri stilistici e comunicativi trent’anni di Storia d’Italia raccontati attraverso la storia di personaggi comuni, dalle piccole storie individuali che però, come disse lo stesso Scola ”solo in apparenza subiscono i fatti della storia. Essi possono vivere più scomodamente, in stato di allarme e di tensione, possono anche essere uccisi ma dal punto di vista filosofico, fisiologico e etico è l’uomo che ne esce vincitore: è l’uomo che è importante, non i Napoleoni”.

 

 

 

 

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