L’eclisse (Michelangelo Antonioni, 1962)

di Venceslav Soroczynski

Se mi chiedete di pensare a delle labbra, immaginare degli occhi, descrivere il suono di una risata, penserò alle labbra, agli occhi, alla risata di Monica Vitti. Al suo fascino silenzioso, alla sua bellezza annoiata, alla sua camminata incerta sulle scale. Al suo sguardo quando guarda la cinepresa e anche quando non la guarda.

Il film si apre con un interno alto borghese. L’uomo dice: “Voglio solo farti felice” e la ragazza: “Quando ci siamo conosciuti, avevo vent’anni ed ero felice”. Quell'”ero” leggetelo in corsivo. E poi è tutto un registrare asetticamente la vita, documentare la fine di un amore sotto un tetto e l’inizio di un altro su una strada.

È una pellicola di lunghi silenzi, di sguardi vuoti che mirano l’infinito, o il dentro di sé. I capelli sono mossi dal vento in una strada desolata, o da un ventilatore in un lunedì 10 luglio, o da un ragionamento troppo difficile da condurre.

Evidente è il contrasto fra la frenesia della borsa valori e l’anemia affettiva dei personaggi; fra una madre che investe in Borsa e una figlia che non sa come disinvestire il suo cuore; fra il bianco dei volti e delle pareti e il nero degli abiti e delle scarpe lucide. È come una scacchiera interiore, questo film; come un gioco da tavolo a due, in cui o si vince insieme, o si perde entrambi.

Indimenticabile il minuto di silenzio in Borsa per la morte di un operatore finanziario, minuto che termina in un inferno di compravendite, risate e superstizione. La curiosità e l’ingenuità della donna, la leggerezza e il pragmatismo dell’uomo, esperto operatore di Borsa che però non si aspettava la domanda: “Ma quando uno perde in Borsa, i soldi dove vanno?

Chi nel cinema cerca solo l’azione può fare a meno di guardare questo Antonioni: durante certe scene, fate in tempo ad andare in cucina, mettere su il bollitore del the, aspettare che fischi e tornare in soggiorno. Ma vi perdereste il vento nei rami, l’avarizia dei baci, le strade di periferia, la poesia dell’accadere involontario e quotidiano nelle immagini del finale.

Chi, invece, cerca l’azione senza prima aver provato qualcosa di diverso, impieghi due ore in questa pellicola. È un cinema che non tornerà più, perché queste atmosfere non si girano più e tantomeno si vendono a 7 euro il biglietto. E forse non si cercano neppure nella vita vera, perché la velocità ha superato la bellezza e i soldi l’intelligenza.

Questo è il cinema italiano che non riesco a sostituire con nessun altro e a cui penso quando cerco qualcosa per cui commuovermi durante l’inno nazionale.

 

 

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