È andato tutto bene, di François Ozon (2021)

di Andrea Lilli –

I genitori, nessuno se li può scegliere. Ad Emmanuèle Bernheim ne capitarono due appartenenti al mondo delle arti figurative: la madre scultrice (Claude de Soria) e il padre grande collezionista e divulgatore d’arte contemporanea (André Bernheim). Il lavoro e il partner invece sì, si possono scegliere. Ed Emmanuèle decise di tuffarsi definitivamente e continuare a nuotare nelle acque familiari delle immagini e delle parole, affermandosi come scrittrice e scenografa e legandosi per trent’anni, fino alla propria scomparsa (prematura, nel 2017), ad un importante storico e critico del cinema, Serge Toubiana. Tra l’altro, la Bernheim collaborò con François Ozon in ben quattro dei suoi film, fra il 2000 e il 2009.

È andato tutto bene, apparso l’anno scorso in competizione al Festival di Cannes e da due giorni nelle sale italiane, è l’interpretazione di Ozon del libro omonimo di Emmanuèle Bernheim, l’ultimo e il più autobiografico. Pubblicato nel 2013, quattro anni dopo la morte per eutanasia di suo padre André, non è solo il racconto della fine dell’anziano genitore, che afflitto dalle conseguenze di un ictus chiede ad Emmanuèle di aiutarlo a farla finita con una vita giudicata ormai indegna: è il pretesto per la resa dei conti finale tra una figlia e il padre, o meglio: tra Emmanuèle donna ed Emmanuèle figlia. Un’autofiction autoterapeutica, che parte da casa Bernheim ma affronta temi diffusi e conquista l’attenzione di qualunque lettore: oltre alla libertà di vivere e morire come si vuole e al rapporto figli/genitori, in È andato tutto bene si parla (si accenna a parlare) di relazioni problematiche tra genitori, tra sorelle (il libro è dedicato dall’autrice alla sorella Pascale), di depressione (della madre), di rapporti omosessuali (del padre), di conflitto tra lavoro e vita affettiva, di trattamenti ospedalieri non sempre esemplari, di radici ebraiche, eccetera, con una scrittura asciutta e diretta. Appassionata, talvolta frenetica, ma anche divertita e divertente. Una scrittura così scorrevole che, nell’anno successivo alla pubblicazione, il libro vinse il premio del pubblico della popolare rivista femminile Elle.

Le due sorelle: Emmanuèle (Sophie Marceau) e Pascale (Géraldine Pailhas) col padre André (André Dussollier)

Il film è una versione non del tutto fedele del libro: a parte la variazione arbitraria di certi dati (nel libro André si suicida all’età di 89 anni, nel film a 85 e senza alcun riferimento alle patologie pregresse; inoltre, nel film André anticipa ad aprile l’ultimo gesto, che in realtà aveva invece rinviato a giugno. Particolari non insignificanti, sia nel contesto che in una riflessione più generale sull’eutanasia), Ozon usa un registro tutto sommato morbido e leggero, quasi fatuo, che finisce per nascondere la tragicità della situazione, più che ridimensionarla. Ozon sembra occuparsi delle armonie del volto di Sophie Marceau e delle sue (tante) acconciature, nel primo film in cui la dirige, più che impegnarsi a spiegare i motivi per cui André, pur riprendendosi dalla semiparalisi post-ictus, non si aspetti più nulla di buono dalla vita. Pur attento ad alcuni minuscoli dettagli (le manovre di inserimento delle lenti a contatto, il tramezzino-reliquia conservato in frigo e poi gettato), Ozon non riporta sullo schermo tutto il peso del dramma di Emmanuèle, attanagliata tra l’ennesimo ordine paterno cui dover obbedire e l’istinto di non eseguirlo, almeno non come e quando da lui imposto. E così facendo, se non tradisce, trascura il testo e l’autrice.

Ad ogni modo, la trama del film di Ozon segue perlopiù quella tracciata dalla Bernheim. Combattuta fra il sottrarsi all’ennesima violenza e il cedere all’amore incondizionato verso un padre assente, egocentrico e capriccioso, attirato più da avventure maschili occasionali che dalla moglie depressa, un padre che in buona sostanza se n’è sempre fregato delle figlie, così come poco gli interessa delle eventuali conseguenze penali a loro carico in quanto complici di un suicidio assistito, Emmanuèle sceglie di agire senza presentare il lungo conto dei torti subiti, e senza farsi guidare da altri preconcetti, morali o religiosi che siano. Decide di adottare un criterio solo: quello della massima pietas verso un uomo che è comunque suo padre, comunque amato, comunque irrecuperabile.

Vorrei non essere sua figlia. Vorrei essere solo un’amica.

E allora agisci come un’amica.

Se poi aiutarlo ad esaudire il suo ultimo desiderio – o capriccio? – coincide con un vecchio sogno, quello di uccidere il tiranno anaffettivo, questo non ostacolerà troppo la sua determinazione.

Con il consenso tormentato ma non decisivo della sorella Pascale, e nell’indifferenza della prima vittima di André, la madre malata di Parkinson e depressa cronica (Charlotte Rampling nel suo ruolo più ingrato), Emmanuèle contatta una clinica di Berna e organizza il da farsi. Interviene un’emissaria svizzera dal sorriso facile, inquietante più che rassicurante (Hanna Schygulla), e tutto viene predisposto. Invece di impugnare maldestramente la propria pistola, o rischiare il mal di pancia prima che il classico tubo di barbiturici faccia effetto, o sporgersi scomodamente dai piani alti dell’ospedale in cui è ricoverato, André inviterà le figlie e il genero al suo ristorante parigino preferito, il ‘Voltaire’ sul lungosenna, condividerà con un ultimo pasto il piacere di un’altra arte sublime, quella culinaria. Quindi si farà prelevare dall’ambulanza che lo porterà al sicuro tra le Alpi (curiosamente Bern-Heim significa Casa Berna, in tedesco), dove sarà accudito con la massima cura. Dovrà solo bere un paio di bicchieri di una moderna cicuta, e addormentarsi accompagnato dalle dolci note di una sonata di Brahms, per la modica cifra di diecimila euro.

E chi non li possiede?

Deve rassegnarsi a vivere.

Gli unici ad interferire nel piano, per quanto blandamente, sono alcuni agenti di polizia, costretti ad immischiarsi dalla spiata di Gérard, un affranto e isterico ex amante del vecchio, che vorrebbe sabotare il suicidio programmato ma poi si eclissa, soddisfatto del regalo di un orologio superlusso. E nel film, con maggiore impatto perché inaspettato, seppur inefficace, uno dei due autisti dell’ambulanza diretta a Berna. Che non ha affatto l’aria di un Caronte, quando, ingenuo e imbarazzato, alza gli occhi su André e gli chiede candidamente: Ma perché vuole morire? La vita è bella

Qualche anno prima di quella di Ozon, Emmanuèle Bernheim stava preparando col regista sperimentale Alain Cavalier un’altra versione cinematografica di Tout s’est bien passé, in cui la scrittrice avrebbe interpretato sé stessa e Cavalier il padre: un lungometraggio assolutamente originale, vibrante tra il documentario poetico e l’autofiction, ma il progetto fu interrotto dall’aggravarsi delle condizioni di salute della scrittrice, spentasi poco dopo per un cancro ai polmoni. Il film fu fatto lo stesso con altri contenuti, e apparve a Cannes 2019 sotto il titolo Être vivant et le savoir. Essere vivi e saperlo. Come l’autista nero dell’ambulanza.

Tra meno di un mese François Ozon presenterà a Berlino il lavoro successivo a questo, Peter von Kant, film d’apertura del festival. Si tratta di una declinazione al maschile del film di Fassbinder Le lacrime amare di Petra von Kant (1972), dove ovviamente recitava la musa del regista tedesco, Hanna Schygulla, cinquant’anni più giovane della signora della morte svizzera. Sicuramente non passerà inosservato: ecciterà e indignerà tanti spettatori, come è tradizione per i film di Ozon. Ma sarà una traduzione o un tradimento dell’originale?


  • In sala dal 13 gennaio

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