L’ultimo metrò, di Francoiş Truffaut (1980)

di Girolamo Di Noto

Il teatro e la vita e il modo in cui essi si mescolano mirabilmente sono al centro del film di Truffaut L’ultimo metrò, racconto ambientato al tempo della guerra, durante l’occupazione tedesca, che mette in scena le vicissitudini della proprietaria di un teatro, Marion Steiner (Catherine Deneuve), intenta a continuare l’opera del marito regista (Heinz Bennent), nascosto nei sotterranei perché ebreo, destreggiandosi abilmente tra i sospetti della Gestapo e quelli dei collaborazionisti. L’arrivo di un nuovo attore (Gérard Depardieu) garantirà il successo al teatro, ma complicherà la vita privata della donna.

Truffaut è stato uno dei pochi registi a trasporre sul grande schermo la sua vita e le passioni che lo hanno animato: se quella per il cinema è raccontata ne I 400 colpi e in Effetto notte e quella per i libri in Fahrenheit 451, la passione per il teatro è ben descritta ne L’ultimo metrò, opera di pregevole vitalità ed eleganza che richiama, per il gioco dei travestimenti e la vertiginosa compenetrazione tra realtà e finzione, il capolavoro di Lubitsch To be or not to be (Vogliamo vivere).

Come il film di Lubitsch anche quello di Truffaut è una risposta resistente agli orrori della guerra e del nazismo e le armi utilizzate per raggirare il nemico sono la parola, qualsiasi forma di espediente che riveli astuzia e intelligenza e un’incrollabile voglia di aggrapparsi alla vita.

In un periodo così oscuro come è quello dell’occupazione tedesca, attori e spettatori vivono quotidianamente nel pericolo incombente della Gestapo, devono affrettarsi a prendere l’ultimo metrò dopo lo spettacolo per rispettare il coprifuoco imposto dai tedeschi, vivono nel timore di essere traditi, non possono andare fino in fondo con le loro idee, devono ” fingere “, devono costantemente scendere a compromessi. Tra le macerie della realtà emerge un bisogno impellente, vitale di recitare, aggrapparsi alle illusioni, trovare un conforto dall’orrore della guerra e, in tal senso, il teatro assurge a luogo di consolazione, unica fonte energetica di una popolazione stremata dalla fame e dal freddo, rappresentazione emblematica del guardare oltre le avversità.

La vita quotidiana di una compagnia teatrale operante a Parigi nel 1943 è caratterizzata da un senso di solidarietà, di cameratismo che vive dietro le quinte rimescolato con le passioni umane. Di fronte all’agguato del nemico bisogna sempre tenere aguzzo l’ingegno come nella scena in cui in un attimo i protagonisti riescono a cambiare gli arredi dello scantinato (la scenografia) quando arriva l’ispezione.

Di fronte ai blackout energetici e all’esigenza di mandare avanti lo spettacolo il teatro resta l’unico farò ad illuminare la città e le luci di scena in questo caso sono in realtà dei fari d’auto alimentati dai trovarobe che pedalano. Tutti si muovono con circospezione e cautela, tutti i personaggi hanno qualcosa da nascondere, a cominciare da Lucas, il regista che deve dissimulare la sua presenza fino ad arrivare al bambino che coltiva tabacco illegalmente e a Marion che deve cercare di non esporsi troppo riguardo i sentimenti che prova verso Bernard.

L’ultimo metrò è un piccolo compendio di storia dello spettacolo francese, una storia congegnata perfettamente, con colpi di scena, che si apre come Baci rubati, con una canzone d’amore d’epoca, riprende il triangolo di Jules e Jim in maniera più ottimista, esalta la creatività collettiva come Effetto notte.

Quanto all’epoca, non è la ricostruzione ambientale che interessa al regista, bensì la rievocazione emotiva. “Sono certo che questa visione dell’occupazione è la mia visione infantile. Non dimentichiamo che nella guerra avevo otto anni e dodici alla fine”. Truffaut la storia la riempie con i dettagli che colpiscono “il bambino che ero allora”. Il personaggio di Jacquot, il figlio della portinaia, è quello che forse più si avvicina al bambino Francoiş. In particolare c’è una scena eloquente che rievoca la memoria del tempo passato: quando un tedesco accarezza sulla testa il figlio della custode del teatro la madre ordina al ragazzo di lavarsi i capelli. Ebbene, Truffaut da bambino si era sentito dire la stessa cosa, ma dalla nonna.

Lo sfondo della guerra, nel film, resta marcato, ma l’attenzione del regista è sempre sui personaggi. Come in Jules e Jim la Storia non è mai in primo piano, così anche in questo film il regista si concentra sulle relazioni che intercorrono tra i personaggi, sull’arte della recitazione sia sul palco che nella vita e vede nel personaggio interpretato magnificamente dalla Deneuve il perno attorno a cui ruotano tutti gli eventi. Salda e incrollabile di fronte alle brutture della guerra, elegante e sensuale, Marion si serve della sua bellezza nelle trattative che intavola con la Gestapo. Donna forte e volitiva, ha bisogno di portare in scena un testo per salvaguardare la sicurezza del marito ebreo, ma è anche donna che cede al sentimento per un altro uomo.

L’ultimo metrò è anche un grande film d’amore, o meglio un grande film sulla difficoltà di amare, sulla difficoltà di donarsi appieno ai sentimenti. L’amore tra Bernard e Marion è dissimulato, sommerso, fatto di pochi ma intensi sguardi, di un bacio improvviso dietro il sipario. Si confonde nella finzione: c’è una vicenda d’amore che li lega e c’è la messa in scena di questa vicenda attraverso la rappresentazione teatrale. Tutto è velato, alluso, non detto: ogni scena è impregnata di erotismo, la passione traspare ovunque, l’atto sessuale è visto nell’incrociarsi delle gambe.

Nel dramma che interpretano il personaggio di Bernard dice che “guardarla è una gioia e insieme una sofferenza” e mai battuta di finzione è stata mai così vera. I due affidano alla parola teatrale ciò che apertamente non possono dirsi, i loro rapporti sono velati, eppure non passano inosservati a chi come il marito, regista del dramma che sta dirigendo di nascosto, ascoltando le battute attraverso le tubature, avverte le sfumature, percepisce i toni dell’amore tra la moglie e Bernard. Costretto al chiuso, ricercato, messo al bando dalla società a causa della legge tedesca, Lucas in un primo tempo si sente schiacciato dal peso della solitudine, ma dopo si rende conto di trovarsi in una condizione tale da non potergli sfuggire nulla: domina e dirige tutto ciò che lo circonda, perfino l’amore di sua moglie per Bernard, che rivela con tutta calma a quest’ultimo di conoscere in occasione del loro incontro.

Truffaut, nell’analizzare con la sua consueta sensibilità la complessità dei sentimenti, dà vita ad una storia d’amore in una commedia recitata che continua nella realtà, produce un amore a più voci, che la protagonista, una donna forte in tempo di guerra, sa orchestrare mirabilmente. Ma soprattutto, mettendo in risalto il connubio tra rappresentazione scenica e vita, offre una dichiarazione d’amore per il teatro, esalta l’arte come veicolo di cambiamento sociale e di giustizia, riesce, come i protagonisti del film, a placare la propria inquietudine e ad esprimere l’immenso mondo poetico che ha dentro di sé.

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