Vittime del peccato (Messico, 1951), di Emilio Fernandez.

di Girolamo Di Noto

Autentico mattatore dell’età d’oro del cinema nazionale, Fernández definiva se stesso ‘IL cinema messicano’. ‘Vittime del peccato’ non ha goduto dello stesso successo di altri suoi film, come ‘Enamorada’, per esempio, e viene considerato già nella fase decadente della sua produzione.

Per certi versi, questo film rimanda all’opera teatrale di Maxim Gorkij ,’L’albergo dei Poveri’, (senza mai raggiungere la profondità della trasposizione cinematografica operata da A. Kurosawa), ma anche a un certo filone sul sacrificio e la maternità tanto cari a Hollywood negli anni ‘20 e ‘30, come ‘Madame X’ e ‘Solo per te ho vissuto’.

L’intera storia si muove intorno a Violeta, interpretata dalla bellissima e seducente Ninòn Sevilla, una ballerina di rumba del Cabaret Changò che finisce a battere il marciapiede e a mettersi nei guai dopo aver preso la decisione di adottare un neonato abbandonato in un bidone della spazzatura. Il gesto- tutto umano e intriso di pietà- di accollarsi le cure di Juanito, il figlio ripudiato da una sua collega e dallo spregevole gangster protettore, le frutterà una serie di vicende dolorose dalle quali saprà uscirne solo attraverso la sua caparbietà e disperata ostinazione a non arrendersi mai.

Il film trova la sua forza nella figura di questa energica e combattiva donna, per nulla passiva e impotente, capace di difendersi non solo con le parole, ma anche a suon di schiaffi in un mondo dominato dal ” machismo” e da uomini infidi che vedono nella donna un mero oggetto di scambio.

Violeta si distingue dalle altre donne che popolano il film e che sono rassegnate alla loro condizione: loro vorrebbero conoscere l’emancipazione e sperano che il successo possa portarle a diventare autonome nelle scelte, ma in realtà sono ancorate al ‘macho’ che le sfrutta e costituiscono un peso non appena manifestano una timida propensione alla maternità.

Le donne di Fernandez somigliano a quelle di Mizoguchi, sempre alle prese con lo scarto tra ciò a cui aspirano e l’amara realtà che le circonda. Violeta emerge come eroina a riscattare non solo la sua condizione, ma anche quella delle sue colleghe, le ‘vittime del peccato’, costrette a prostituirsi e a confrontarsi con gli aspetti più malati e deteriori della società, ma che rimangono pure e incontaminate nell’anima.

Il film è straordinario anche perché corredato da numeri musicali davvero pregevoli e che sono funzionali alle scene. In particolare si segnala oltre alla protagonista che si muove a passo di rumba con disinvoltura e traboccante erotismo anche il mambo travolgente di Perez Prado con la sua orchestra, la canzone allusiva e a doppio senso ‘Ay José’, cantata da Rita Montaner, e soprattutto la toccante interpretazione di Pedro Vargas, uno dei più importanti cantanti messicani che, intonando le parole della canzone ‘Pecadora’, accompagna la silenziosa presa di coscienza della vera madre di Juanito e il suo inevitabile e assurdo destino: “Come può il destino averti reso peccatrice, se non sai vendere il tuo cuore?”

Un film da scoprire e da conservare gelosamente nello scrigno dei nostri ricordi cinematografici.

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