‘M, il mostro di Düsseldorf’ (Germania, 1931), di F. Lang

di Girolamo Di Noto

Pietra miliare del cinema tedesco della Repubblica di Weimar, quello per intenderci che va dal 1918 al 1933, dalla fine della prima guerra mondiale alla presa del potere nazista, splendido per la cifra stilistica, ricco di simboli e di metafore che richiamano l’espressionismo, M non è un film strettamente di denuncia. Pur essendo ispirato ad una vicenda realmente accaduta- Lang aveva trovato tra i fatti di cronaca nera il protagonista- il film è proiettato in una sfera più ampia.

Un maniaco omicida si aggira per le strade di una cittadina tedesca adescando bambine che uccide senza pietà. La caccia al mostro vede impegnati da un lato i poliziotti, i rappresentanti della legge e dall’ altro coloro che la legge la infrangono, ovvero i capi delle principali bande criminali, desiderosi che la caccia al maniaco vada a buon fine poiché vedono nel conseguente aumento delle retate e della vigilanza una minaccia seria ai loro loschi affari. Catturato, grazie all’aiuto di un mendicante cieco che scopre l’identità del mostro attraverso un indizio sonoro, il maniaco sta per essere condannato da un verdetto di morte emesso da un tribunale improvvisato fatto di assassini e ladri, quando irrompe la polizia che consegna il mostro alla giustizia ordinaria.

La preoccupazione del regista viennese non tende verso la testimonianza fedele del fatto accaduto, ma è tutta proiettata- anche grazie alla ricchezza che può apportare il sonoro nato da pochi anni- verso la ricostruzione del mondo reale attraverso l’occhio magico dell’ arte. A Lang non interessa sapere CHI è il mostro, ma COSA è il mostro.

Non esiste per Lang una netta linea di demarcazione tra il Bene e il Male; in M il Male mostra la sua più terribile espressione: l’impersonalità. All’opposto di Mabuse la figura dell’ assassino non ha niente di mostruoso; non è un cittadino demoniaco, è piuttosto un tipo inosservato tra la folla tant’è che occorrerà segnarlo con una M in gesso sulla spalla perché possa essere riconosciuto.

Un altro elemento drammatico del film è il suono. Oltre ad essere un sinistro leitmotiv che accompagna tutta la durata del film, il suono è adoperato da Lang in modo da intensificare la tensione e il terrore. Il film si apre sulla sequenza in cui un venditore ambulante cieco vende un palloncino per Elsie, la prima bambina attratta dal mostro, mentre l’assassino fischietta un motivetto di Grieg. Poco dopo la bambina scomparirà. Verrà trovata uccisa in un bosco. A Lang non interessa seguire l’assassinio nelle sue visibili atrocità. Il mostro di Düsseldorf non si vede mai all’ opera. Neanche una goccia di sangue viene mostrata dal regista; a lui interessa filmare l’assenza, il vuoto che quella bambina lascia con la sua scomparsa. Scala vuota, piatto, posate, sedia vuota, pallone impigliato tra i fili: Lang da grande artista qual è mostra il risultato della violenza non rinunciando a simboli, metafore, ellissi ripetute.

Nessuna inquadratura in Lang è mai puramente capricciosa o gratuita; quando il regista fa vedere la vetrina di un negozio, non è certo solo per il gusto di fotografare gli oggetti esposti. Davanti ad una vetrina di coltellinaio l’assassino è volutamente ripreso in modo che la sua faccia appaia incorniciata dalla luce riflessa di affilati coltelli. È un presagio, poiché subito dopo compare l’immagine di una bambina nella stessa cornice e si vede Lorre reagire, pulirsi la bocca con la mano, si sente il suo respiro affannoso. Circondato da coltelli, il mostro si sente dominato dai suoi impulsi malvagi, non può più tenerli a freno.

Un’ultima importante considerazione è giusto osservarla per quel che riguarda l’allestimento del processo organizzato dal tribunale della malavita.

Al di là dell’ambiguita dei ruoli di giudice e assassino, l’interesse si sposta sull’impotenza e sulla lacerazione del protagonista: ” Non è colpa mia[ …] che posso fare d’altro? Non ho forse questa maledizione in me? […] Dopo, dopo mi trovo dinanzi a un manifesto e leggo quello che ho fatto. E leggo, leggo. Io ho fatto questo? Ma se non ricordo più nulla! Ma chi potrà mai credermi? Chi può sapere come sono fatto dentro? Che cos’è che sento urlare dentro al mio cervello? E come uccido: non voglio! Devo! Non voglio! Devo!”.

È questa la tragedia dell’assassino: vivere nell’agghiacciante coscienza di non poter desistere dall’ opera criminale verso cui si sente attratto. È questa la vera condanna su cui Lang focalizza la sua attenzione: non solo sulla condanna ipocrita decisa dal capo dei malviventi, giudice in quell’istante ma anche ricercato dalla polizia per tre omicidi, ma anche su quella di chi non può far nulla per evitare che gli impulsi assassini prendano il sopravvento, impotente com’è a tenere a bada la forza irrefrenabile che lo assale.

Straordinaria l’interpretazione di Peter Lorre nei panni del mostro, credibile nei suoi silenzi, con i suoi occhi sgranati e indimenticabile la regia di Lang, maestro e fine esploratore dei labirinti oscuri della mente umana.

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