‘L’ultima risata’: quando un oggetto definisce l’identità di un uomo.

di Girolamo Di Noto

‘L’ultima risata’(Germania/1924), di Friedrich Wilhelm Murnau

Capolavoro del cinema muto, straordinario per forza visiva e poetica, Der Letzte Mann (‘L’ultima risata’ nell’edizione italiana ma letteralmente ‘L’ultimo uomo’) è il film che fece di Murnau uno dei nomi più importanti del cinema degli anni Venti e in particolare di quel cinema tedesco che ha saputo raccontare, anche in maniera purtroppo tragicamente profetica, le paure, gli spettri, gli umori cupi della Germania della Repubblica di Weimar.

È la storia di un portiere d’albergo che non avendo più la forza per portare i bagagli dei clienti viene degradato a custode di gabinetti, perdendo così il diritto a portare la sua livrea gallonata. Lui continuerà a metterla la sera quando torna a casa, ma quando i suoi vicini scopriranno il ‘demansionamento’, verrà costretto a passare la notte nei gabinetti dell’ hotel.

Al di là della superlativa prova dell’ attore Emil Jannings e della straordinaria capacità del regista di farsi capire con la sola forza delle immagini (se si escludono le due didascalie di inizio e fine e il testo della lettera di licenziamento del protagonista, il film non fa mai ricorso a cartelli), a richiamare l’attenzione dello spettatore è un oggetto: la livrea.

Il vecchio portiere che indossa la livrea, con la sua sola presenza, sembra conferire un mitico splendore alla grigia esistenza degli inquilini della casa in affitto in cui abita presso i parenti. La presenza dell’oggetto qui porta con sé il prestigio di un’autorità: diventa elemento di distinzione, porta fuori l’individuo dall’ anonimato. Quando il direttore dell’ albergo spoglia il vecchio della divisa, lo priva materialmente di quel segno che lo costituiva come soggetto, come identità. Privato della divisa, i suoi passi diventeranno incerti, il portamento non più fiero, la camminata curva, ingobbita, informe. Il crollo dell’uniforme determina la catastrofe: le massaie lo sbeffeggiano e i suoi stessi parenti lo mettono in strada. Non è più degno di avere rispetto: poiché il portiere è stato fabbricato dal suo oggetto, la privazione di esso lo ha ridotto ad un totale abbruttimento, gli ha fatto perdere il senso di sé.

Nel saggio ‘La vita delle cose’, edito da Laterza, il filosofo italiano Remo Bodei mette in contrapposizione oggetto e cosa e analizza la rete di relazioni che si stabilisce tra cosa e soggetto umano. È uno scambio di senso alla pari quello che avviene tra cosa e soggetto. Da un lato, come scrive Bodei: “investiti di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, gli oggetti diventano cose”, dall’altro le cose contribuiscono nello stesso tempo alla definizione del carattere delle persone, conferendo loro un’identità precisa.

Impossibile dilungarsi sugli innumerevoli esempi che ci offre il cinema a tal proposito, ma mi limiterò a citarne alcuni: la relazione, ad esempio, che intercorre nel film ‘Il sorpasso’ di Dino Risi tra Bruno (Vittorio Gassman) e la sua automobile, una Lancia Aurelia GT. La fiancata, leggermente ammaccata e non del tutto riparata, ci indica allo stesso tempo un’attitudine del protagonista alla guida spericolata e una situazione economica non del tutto stabile. Il contrassegno ‘Camera dei Deputati ‘ esibito bene in vista sul parabrezza ci fa ben capire le intenzioni cialtronesche e furbe del personaggio.

In M- il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang, quando il mostro resta bloccato nel ripostiglio di una fabbrica nel tentativo di sfuggire dai suoi inseguitori, quasi non lo si riesce a distinguere dall’ammasso di roba vecchia in cui cerca di nascondersi. Diventa egli stesso un oggetto, si mimetizza nell’anonimato delle cianfrusaglie che lo circondano.

Questi pochi cenni sono sufficienti per far capire quanto gli oggetti siano entrati a definire in modo determinante i personaggi.

Nel caso del film di Murnau, gli oggetti si richiamano ad una dimensione storico sociale: il regista tedesco avrà pietà del personaggio trasformando il vecchio, grazie a una improvvisa eredità, in un cliente milionario dello stesso albergo, ma non riuscirà a nascondere appieno la sua sostanziale sconfitta, la sua solitudine, facendo di esso un memorabile ritratto della Germania “degradata” dal disarmo dopo la Grande Guerra e incapace di accettare questa situazione. Non appena si presenta l’occasione, emerge il significato di un oggetto: il bottone, strappato dalla livrea e ripreso mentre cade; grazie a questo dettaglio, l’azione di svestire è equiparata a una degradazione. Il carosello della porta girevole dell’albergo, il cui movimento il portiere è così fiero di dominare dirigendo le entrate e le uscite, diventa il turbine della vita in cui entrano ed escono gli uomini. Dal momento in cui verrà privato dell’ uniforme, alla porta girevole verrà conferito un senso più privato: diventerà una sorta di spirale che allude alla condizione del protagonista vertiginosamente caduto in basso, senza nessuna direzione e nessuna via di salvezza.

L’unica via di salvezza sembra essere riposta nell’autorità e la livrea costituisce un suo rassicurante emblema. Unica via di uscita è la sottomissione all’autorità che di lì a pochi anni si manifesterà purtroppo non in un simbolo, in una metafora, ma lungo una direzione che porterà all’ avvento del nazismo.

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