‘L’asso nella manica’: la festa è finita, (ma non) andate in pace

di Laura Pozzi

Sicuramente uno dei suoi film meno celebrati, ma di certo uno tra i più feroci e implacabili nello smascherare il cinismo e l’ipocrisia dilagante nella società americana degli anni ’50. Anche se poi limitare temporalmente un’opera così dannatamente attuale come Ace in the Hole ( titolo cambiato poi con The Big Carnival) appare quasi un affronto alla sagacia e lungimiranza del grande Billy Wilder. Il geniale regista di origine polacca stavolta non fa sconti a nessuno e risulta più che mai intricato scovare un briciolo d’umanità nelle viscere di una storia popolata da un pugno di personaggi interessati solo al profitto e al tornaconto personale. A capitare questa selva di dannati troviamo Chuck Tatum ( uno stratosferico Kirk Douglas, che probabilmente durante la sua carriera pagò la scelta di questo ruolo con una serie di Oscar mancati) giornalista talentuoso nel fiutare il grande scoop, ma sprezzante e sbruffone quanto basta da trovarsi puntualmente sbattuto fuori dalle redazioni dei più prestigiosi quotidiani americani. Giunto nell’ ibrida cittadina di Albuquerque si svende per pochi dollari all’onesto direttore di un giornale locale dove sul muro del suo ufficio capeggia a lettere cubitali l’imperativo ( con tanto di ricamo ) Tell the Truth. Un’esortazione che mal si sposa con l’impudenza di Tatum e alla sua idea di giornalismo “spettacolare” dove vige il motto” le cattive notizie vanno a ruba”.

Inviato per un servizio fuori città in compagnia del giovane Herbert i due

s’imbattono casualmente in un incidente che vede coinvolto Leo Minosa un uomo intrappolato sotto la caverna dei sette avvoltoi dopo aver tentato di saccheggiare alcune tombe indiane. Tatum non impiega molto a capire che la tanto agognata riabilitazione professionale deve inevitabilmente passare attraverso la sofferenza e la finta solidarietà per quell’uomo, persuaso dalle sue bugie a restare immobile per ben cinque giorni sotto quell’inferno roccioso.

Sì, perché il diabolico piano di Tatum orchestrato con la complicità dell’agghiacciante Lorraine moglie di Minosa e di uno spietato sceriffo corrotto prossimo alla rielezione prevede di ritardare il più a lungo possibile i soccorsi e le operazioni di scavo in modo da circuire le masse, alimentando clamore e patologica curiosità intorno ad una tragedia che non tarderà a trasformarsi in un’ atroce e sadica carnevalata. Per assistere al salvataggio in diretta e rendere più dolce l’attesa per le migliaia di persone accorse sul posto, verrà costruito un lugubre luna park con tanto di giostre, concerti country e punti ristoro. L’affare Minosa si trasforma ben presto in un business commerciale senza precedenti sotto lo sguardo impassibile e compiaciuto di Tantum, ormai certo del “colpaccio”.

Ma il potere di manipolare la vita di un uomo indifeso a proprio piacimento, per quanto (probabilmente) ci troviamo a vivere nel peggior mondo possibile non può sempre avere la meglio e Wilder lo sa e la cruenta espiazione di Tantum sta lì a confermarlo. Nell’ ultima disperata conversazione con un quotidiano newyorkese avrà il coraggio di ammettere che Leo Minosa non è morto, ma è stato assassinato. Ma non soltanto dal suo egoismo, ma da tutti coloro che inconsapevoli o meno hanno partecipato a quell’assurdo teatrino dell’orrore, media in testa. A ben vedere una realtà pressoché identica e tristemente nota a quella odierna, solo che Wilder l’aveva capito più di mezzo secolo prima e non a caso questo film fu più volte rievocato durante i drammatici giorni in cui si cercò inutilmente di salvare il piccolo Alfredino Rampi caduto dentro un pozzo artesiano a Vermicino.

Il film fu praticamente ignorato dal pubblico e duramente contestato dalla stampa, ma il sardonico Billy mise tutti a tacere dichiarando “I critici scrissero su Ace in the Hole: “Come si può credere che un giornalista si comporterebbe così? Come si può essere un regista cinico come Wilder?” Ero sul Wilshire Boulevard, molto depresso da questa lettura e proprio davanti a me un uomo fu investito da un’auto. Un fotografo arrivò di corsa, io dissi:”Soccorriamolo… e lui rispose: “Non io, grazie; debbo fare le foto.”

5 risposte a "‘L’asso nella manica’: la festa è finita, (ma non) andate in pace"

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  1. Kirk Douglas è stato strepitoso anche ne Il bruto e la bella, mentre il figlio mi è piaciuto soprattutto in Sindrome cinese e Un alibi perfetto. Hai visto qualcuno di questi film?

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