Tenebre (1982) – il ritorno alla luce

di Fabrizio Spurio

Dopo il dittico stregonesco/alchemico di “Suspiria” e “Inferno” Argento spiazza tutti portando sugli schermi un giallo radicalmente diverso dalle due pellicole precedenti. “Tenebre”, in antitesi con il titolo, è un film estremamente luminoso, sia in interni che in esterni. C’è un ripudio, uno scarto palese dai film precedenti. All’inizio del film il voice off di Argento stesso narra l’inizio della storia, leggendo le parole, scritte su una pagina ripresa a tutto schermo, che esalta il valore catartico dell’omicidio: e questo si può considerare una sorta di manifesto della pellicola. Il libro viene gettato tra le fiamme come a voler dire:”questa storia non parla di libri maledetti, ma di omicidi e assassini, non c’è più un grimorio maledetto legato alla stregoneria. Chi uccide è un assassino, un uomo dalla mente perversa”. Il volersi distaccare dalle trame precedenti è sottolineato anche dal primo omicidio della pellicola. Il folle uccide una cleptomane interpretata da Anja Pieroni, una scelta non casuale in quanto la stessa attrice interpretava, in “Inferno”, la Mater Lachrimarum. Quindi viene virtualmente cancellato il passato per proiettarsi nel futuro. Non ci sono più goticismi e colori assurdi, ma solo geometrie fredde e asettiche, locali invasi dal bianco, strade e piazze desolate, con pochissime persone. L’illuminazione è data da luci potenti che annullano l’ombra negli ambienti. L’occhio dello spettatore può osservare chiaramente tutta l’immagine, non ci sono zone d’ombra dalle quali potrebbe sbucare l’assassino.

La macchina da presa compie acrobazie, soprattutto nella sequenza dell’assassinio delle due lesbiche. Una speciale macchina da presa, la Louma, montata su un’asta estensibile che permette di girare intorno ad una palazzina, crea un piano sequenza che unisce i tre personaggi nella scena: Tilde (Mirella D’Angelo) al piano terra, la sua amica (Mirella Banti) al piano superiore e l’assassino che fuori, in giardino, forza una finestra per entrare. L’omicidio diventa un’arte, le vittime vengono uccise e fotografate. Ma il film è diviso in due blocchi ed il primo termina nel momento in cui il critico Cristiano Berti (John Steiner) viene assassinato con un colpo d’ascia in testa. C’è uno scarto in questo momento. Gli omicidi precedenti a questo sono condotti in modo lineare con un rasoio.

Le donne che il folle vuole eliminare hanno sempre qualche cosa che le allontana dal senso morale della sua mente deviata: la cleptomane, le due lesbiche e, se il caso non si fosse messo in mezzo, anche una prostituta. Il caso ha un ruolo fondamentale nella trama. L’assassino dimentica nella toppa della porta le chiavi del covo. Deve tornare indietro e recuperarle, facendo saltare il piano punitivo per la prostituta vittima designata. Nella stessa sera Maria (Lara Wendel), una vicina di casa del protagonista, inseguita da un doberman, finisce nella villa dell’assassino ed entra proprio nel covo dove trova molte prove di colpevolezza del folle. Verrà eliminata. L’assassino segue un piano dettato dal libro Tenebrae, un giallo scritto da Peter Neal (Anthony Franciosa), arrivato a Roma per la promozione del libro.

Le persone che vengono assassinate sono un tributo allo scrittore, accusato di averne corrotto la moralità con i suoi scritti. Sarà quindi lui l’ultima vittima designata. Ma, come già detto, c’è uno scarto nella vicenda. L’omicidio del critico segna l’inizio di un’ulteriore serie di delitti molto più violenti e selvaggi che culminano nel pirotecnico e sanguinoso finale. I personaggi cadono sotto i colpi dell’ascia e del coltello, sia nel presente che nel passato. C’è nella vicenda un ambiguo flash back: una ragazza irretisce alcuni ragazzi su una spiaggia. Uno dei ragazzi la schiaffeggia e lei, infuriata, lo fa pestare dagli altri e gli infila anche un tacco delle sue scarpe, smaltate di rosso, in bocca. Sarebbe una scena già dura di per sé, se non fosse per il sottotesto che segna la sequenza: la donna con le scarpe rosse è interpretata da Eva Robins, famosa ermafrodita delle cronache mondane.

Quindi il tutto prende una piega sottilmente perversa in quanto serpeggia nella sequenza una sotterranea ambiguità tra la ragazza e i suoi spasimanti. La stessa ragazza, in successivi flash back, sarà pugnalata a morte dal misterioso folle della pellicola. Ma il gioco di Argento è costruito alla perfezione. Peter Neal è lo scrittore di gialli che mette in scena gli orrori che descrive. È indirettamente l’alter ego di Argento stesso, l’autore accusato dai critici cinematografici di aver creato la sua fama sulla violenza e sul sangue. Argento sberleffa i critici con un particolare scenico. Nel finale Peter Neal si suicida ma solo più tardi si scopre che ha simulato tutto usando un rasoio falso con tanto di pompetta per il sangue. Come a voler affermare che Argento ci spaventa e ci sconvolge con trucchi da baraccone e cartapesta. La trama è complessa, si snoda mettendo in campo due assassini, uno che subentra all’altro.

La passione scivola tra le piaghe della carne e del sangue simboleggiata dal colore rosso. Le scarpe rosse della donna della spiaggia, simbolo feticistico della passione che sconvolge la mente del folle, vengono sottratte dalla mano omicida e vengono regalate a Jane (Veronica Lario), la fidanzata di Peter. Ma l’uomo da qualche tempo intreccia una relazione con Anne (Daria Nicolodi), la sua segretaria. Di contro anche Jane ha una relazione con Bullmer (John Saxon), l’agente letterario di Peter. Il rosso delle scarpe di Jane si riflette nella macchina rossa di Anne. Le fidanzate di Peter sono quindi legate da un filo rosso che parte addirittura da quando Peter uccise la donna della spiaggia. Come spesso succede nei film di Argento, anche in questo la polizia non riesce a risolvere il caso, anche se è più presente e attiva del solito. Il commissario Germani (Giuliano Gemma), riesce a fine vicenda a scoprire il colpevole, ma realmente scopre il secondo omicida in quanto il primo assassino Cristiano Berti viene scoperto e ucciso dallo stesso Peter.

Il finale è un susseguirsi di colpi di scena, dall’omicidio di Jane, con lo spettacolare schizzo di sangue ad imbrattare la parete bianca come una tela di Hermann Nitsch, al falso suicidio dell’assassino. Alla fine solamente Anne sopravviverà alla furia dell’assassino, e lo osserverà morire trafitto accidentalmente (ancora il caso) da una scultura irta di cunei d’acciaio. Se l’omicidio è una forma d’arte, allora spetta all’arte, sotto forma di una scultura moderna, porre fine all’incubo. Anne urla tutto il suo orrore mentre osserva Peter agonizzare, un grido prolungato e liberatorio, uno sfogo per tutta la violenza a cui ha assistito durante la vicenda e che alla fine lascia uscire, sputato fuori proprio dal suo urlare isterico e senza freni per cercare di mantenere il suo equilibrio mentale. In realtà Argento ci fornisce la soluzione lungo tutto il film. In una scena nell’appartamento di Peter viene inquadrata una scultura metallica, lucida e tagliente come un coltello, sulla cui sommità si riflette un minaccioso bagliore: il male tagliente è in quella casa, la follia è tra quelle mura. In un’altra scena, durante il sopralluogo a casa di Berti dopo che è stato assassinato, Germani e Peter parlano di quello che sta accadendo.Peter Neal afferma che in tutta quella storia c’è una contraddizione: è vivo chi dovrebbe essere morto ed è morto chi dovrebbe essere vivo. In effetti la vittima Peter ha ucciso il suo assassino Berti. Un giallo isterico ed estremo, un susseguirsi di urli, schizzi di sangue e vetri infranti. Il film chiude un’epoca, quella del thriller italiano, nato proprio negli anni ’70 a seguito del successo di Argento e del suo “Uccello dalle piume di cristallo”. La produzione di questo genere di film ha portato sugli schermi nazionali centinaia di pellicole con folli omicidi di ogni tipo e scene di violenza sempre più fantasiose. Nel 1982 la produzione di queste opere è scesa drasticamente e “Tenebre” risulta essere una summa di tutto il thriller italiano. Nel film c’è la violenza e la follia, la perversione e il trauma infantile, la nenia e il trauma rimosso, la sessualità deviata. La pellicola è il simbolo di un cinema nazionale che sta andando verso il suo tramonto produttivo.

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