‘Le catene della colpa’ (Usa/1947), di J. Tourneur

di Girolamo Di Noto

Atmosfere fosche, venate di suggestioni espressioniste, ombre inquietanti che scavano volti e sembrano proiettare i sentimenti dei personaggi. Gangsters, detective disillusi, dark lady seducenti: è il mondo del Noir, affascinante e pericoloso, un mondo buio in cui l’inesorabilità del destino si compie in un clima di mistero e fatalità.

Tratto dal romanzo di Daniel Mainwaring, ‘Il passato non muore mai’ (firmato con lo pseudonimo di Geoffrey Homes ), ‘Le catene della colpa’ (Out of the past) di Jacques Tourneur può essere considerato un caposaldo del Noir classico poiché contiene tutti gli elementi del genere: la presenza di un detective solitario e disincantato (reso efficacemente da Robert Mitchum), una dark lady ambiziosa, crudele e affascinante (interpretata da Jane Greer), un gangster avido e prepotente (Kirk Douglas, pressoché sconosciuto, qui al suo secondo film), una fotografia fortemente contrastata (splendida, di Nick Musuraca, già conosciuto per la sua maestria nell’illuminare Gardenia blu di Lang e La scala a chiocciola di Siodmak) e uno scenario fatto di night, bar esotici, motel e strade bagnate dalla pioggia.

Il protagonista Jeff Bailey (R. Mitchum) si è trasferito a Bridgeport, una piccola cittadina tra i monti della California, dove spera di condurre un’esistenza tranquilla. Ha aperto una stazione di servizio, frequenta una donna dolce e innocente, Ann, che lo ama pur trovandolo misterioso. Pochi abitanti, aria incontaminata di montagna, preoccupazioni sotto controllo: il contesto non potrebbe essere più idilliaco. Ma un giorno nella sua vita si ripresenta Joe, un malvivente che rintraccia Bailey per conto di Nick Sterling (K. Douglas), suo vecchio datore di lavoro. Tempo prima, Jeff, allora detective privato a New York con il nome di Markham, aveva avuto l’incarico da Sterling di ritrovare la sua donna, l’affascinante Kathie Moffet (J. Greer) che gli aveva sparato e rubato quarantamila dollari. La ritrova ad Acapulco, in Messico, ma anziché riportarla da Nick, se ne innamora. Colpito dal suo fascino, decide di fuggire con lei, ma inutilmente. Kathie tornerà da Nick, il quale darà a Jeff un nuovo incarico, ma l’imprevedibilità della donna, dal volto angelico, ma dal comportamento perverso, rimescolerà ancora una volta le carte, mettendo al centro un destino ineluttabile e spietato da cui è impossibile sfuggire.

Prima di realizzare Le catene della colpa, Tourneur si era cimentato alcuni anni prima in film sul soprannaturale ( il regista aveva sempre rifiutato il termine horror). Celebre e passata alla storia del cinema la trilogia prodotta da Val Lewton comprendente i film: Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombie, L’uomo leopardo. Sin dalle sue prime opere emergono alcune situazioni destinate a tornare nei film successivi e in particolare ne Le catene della colpa: l’angoscia della tensione, la paura scaturita dal non visto, la presenza delle ombre, del buio e soprattutto l’impotenza dei personaggi di fronte ad una minaccia che, in questo caso, si materializza nel fantasma del passato. Ciò che incatena principalmente il detective è un passato che stenta a morire e non servirà rifugiarsi in una anonima provincia, lontano da tutto e da tutti, per voltare pagina e ricominciare da capo. Malgrado i suoi sforzi, non riuscirà a sfuggirgli. Nello stesso modo il protagonista non può nascondere fino in fondo la sua vera identità: durante il tragitto verso la casa di Sterling, Jeff non può far altro che confessare il proprio passato ad Ann: “Sono stanco di fuggire, devo mettere tutto in chiaro” e attraverso l’uso del flashback racconta la storia che lo ha portato alla rovina, rivela la sua vera identità e soprattutto la sua completa sottomissione verso una passione distruttrice come quella incarnata dalla seducente Kathie. Efficaci in tal senso sono i pensieri del detective, pronunciati dalla voce fuori campo, riguardanti ora l’attesa dell’ incontro con la donna : ” Mi rendevo conto ogni giorno di più fino a che punto un uomo possa rimbecillire”, ora la folgorazione avvenuta: ” Un giorno infine la vidi entrare nel caffè, e allora capii”. Si illude, ma presto gli eventi prenderanno un’altra piega e il disinganno avrà il sopravvento. La disillusione di Mitchum ha un precedente in un altro mostro sacro di Hollywood: Humphrey Bogart che, sei anni prima, nel 1941, si rese protagonista di due film fondamentali del Noir: Il falcone maltese di John Houston e Una pallottola per Roy di Raoul Walsh. Il suo corpo- come ha scritto il critico Renato Venturelli in un importante saggio sul Noir- ” non ha più l’aggressiva fisicità di un James Cagney o di un Edward G. Robinson, ma esprime un disincanto più nervoso e intellettualizzato, capace di nascondere i suoi risvolti idealistici dietro le armi del cinismo e dell’ ironia”.

Film ricchissimo di situazioni, colpi di scena che deve la sua grandezza alla bravura degli attori, ad una fotografia sontuosa, capace di far rivivere attraverso le ombre riflesse sui muri il cinema tedesco dell’ era di Weimar, e alla sensibilità di un regista che, con grande cura e dettagliata precisione, è riuscito a scandagliare l’animo umano, nel sottile confine tra il Bene e il Male.

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