‘I pugni in tasca’ (Italia/1965), di Marco Bellocchio

di Girolamo Di Noto

“Sta’ pur certo che all’ inferno non andremo noi/ ché all’ inferno siamo stati sempre”.

Bertold Brecht

In una grande villa, sulle colline di Bobbio, nel piacentino, una madre cieca vive con i suoi quattro figli: il maggiore, l’avvocato Augusto, è l’unico a condurre una vita apparentemente stabile e sicura; il minore, Leone è affetto da un ritardo mentale; Giulia (la bellissima Paola Pitagora), psicologicamente instabile, è incapace di amare al di fuori della cerchia familiare; Alessandro, paranoico ed epilettico ha bisogno di autostima e di amore, ma non riesce ad impegnarsi attorno a progetti di vita quotidiani. Proprio lui, con delirante freddezza, progetta una strage a cui possa sopravvivere il solo Augusto, l’unico considerato “normale” e libero di poter vivere la propria vita a suo agio. Il suo piano è quello di potare l’albero malato della famiglia e medita questa “soluzione finale” offrendosi di accompagnare i suoi familiari in auto lungo una strada che conduce ad uno strapiombo. Il piano non andrà a buon fine, ma il macabro progetto di Alessandro non sarà certo messo da parte e troverà altre strade per poterlo realizzare.

Opera prima dissacrante ed estrema, il film di Bellocchio, allora venticinquenne, venne rifiutato dalla Mostra di Venezia e fece il suo debutto ufficiale al Festival di Locarno, aggiudicandosi il premio per la miglior regia. Al centro del film c’è una visione patologica dell’istituzione familiare. Tolstoj, nell’introdurre il celebre romanzo Anna Karenina, scrisse a proposito della famiglia: “Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. La famiglia de I pugni in tasca non è una famiglia felice. Il padre è inesistente, la madre è cieca e si trascina tra vecchie cose che parlono solo di morte; l’esistenza di ognuno è incompleta e racchiusa nel guscio anonimo e tedioso della provincia e in una casa che sembra un polveroso mausoleo di memorie e consuetudini domestiche. Esemplare la sequenza attorno al tavolo della cena in cui ci viene presentata la famiglia attraverso i gesti caratteristici dei singoli. Alessandro non sta mai fermo, giocherella con le dita, si sporge indietro sulla sedia, tocca con le gambe quelle della sorella; Leone sta bevendo il suo caffè in un piattino, il gatto mangia indisturbato dal piatto della madre non vedente.

È un universo familiare ormai sgretolato, immobile che all’inizio pare nascosto dietro la tranquillità delle mura domestiche, ma che poi esploderà nella rabbia dissacrante di Alessandro, nella sua ribellione contro l’ipocrisia e la mancanza di affetto, ma forse anche contro sé stesso, incapace com’è di uscire dal torpore melmoso dei rapporti familiari. Si ribella insultando, sbeffeggiando, distruggendo, ma tutto quello che fa lo portano però al nulla. Odia la sua famiglia, ma non aspira ad un’alternativa diversa. È un personaggio solitario, non riesce a porsi sulla stessa lunghezza d’onda con il mondo. La prima scena in cui compare è quella che lo vede saltare da un albero: irrompe ai nostri occhi provenendo da un mondo tutto suo. Si arrampica in cima al campanile e mentre osserva il paese nel giorno del mercato, lo sentiamo recitare i versi leopardiani delle Ricordanze:

” Nè mi diceva il cor che l’età verde/ sarei dannato a consumare in questo/ natio borgo selvaggio “.

Non ha contatto con gli altri, sviluppa le sue pulsioni sessuali in un rapporto di complicità incestuosa con la sorella o con una prostituta. Eppure, malgrado la sua natura perversa, sembra più vero di tutti. È crudele, egocentrico, eroe negativo senza dubbio, ma resta terribilmente sincero, non si nasconde dietro le ipocrisie della società, incarnate, invece, dal fratello maggiore Augusto, quello considerato normale.

Augusto in fondo sogna quello che Alessandro vuole realizzare, ovvero riportare la famiglia ad una parvenza di normalità senza provare vergogna, non è affranto dalla morte tragica della mamma, anzi rappresenta per lui nient’altro che un tornaconto economico; Augusto, infine, rappresenta l’italiano medio che sogna di sistemarsi, che sfoga le proprie pulsioni sessuali non con la fidanzata, ma con una prostituta. È evidente, in tal senso, l’attacco di Bellocchio alla classe borghese, con i suoi luoghi comuni, lo squallore morale, il conformismo e che si può sintetizzare nella scena, che ricorda L’Age d’Or di Buñuel, della disperata allegria di Alessandro e Giulia, quando, dopo la morte della madre, gettano dalla finestra mobili, ritratti di famiglia, inutili suppellettili realizzando un falò su cui bruciare tutti quei simboli del passato borghese da cui liberarsi. “È una specie di esaltazione della abnormità e della anormalità contro la norma del vivere borghese”, scrisse Pasolini a proposito di questo film.

Il titolo del film in un certo senso può alludere all’atteggiamento malato di Alessandro, un atteggiamento di rivolta ad una condizione esistenziale che si esalta nella solitudine. Bellocchio ha dichiarato a posteriori di aver scoperto il possibile riferimento del titolo al verso di Rimbaud “Je, m’en allais, les poings dans me poches crevées”( Andavo, i pugni stretti nelle tasche sfondate).

In realtà, in un’intervista apparsa su Filmcritica n.161,1966, il regista così disse: “Chi tiene i pugni in tasca si avvia inesorabilmente verso le conseguenze estreme della propria ignavia: quanto più i pugni sono rimasti stretti nell’ angustia di una progressiva incapacità di azione, tanto più incontrollabile e fatale esploderà infine il desiderio di rivolta e la troppo complessa vocazione al male”.

Un film che sconvolse per l’irriverenza e per la rabbiosa irruenza che portava con sé (il senso di liberazione dalle “bocche inutili”, l’atteggiamento dissacrante, anche questo di bunueliana memoria, verso la Chiesa, come il segno della croce blasfemo dopo l’incontro del protagonista con una prostituta, le gambe sulla bara aperta) e che si chiude con un finale da melodramma. La voce di Violetta della Traviata che riempie la piccola stanza di Alessandro nella terribile scena finale, quel “sempre libera degg’io/ folleggiar di gioia in gioia” cala il sipario, fatale sulla sua esperienza. Un adolescente perennemente insoddisfatto, terribilmente inchiodato al presente, senza futuro e neanche, a dirla con Leopardi, “un van desìo del passato”. Un personaggio originale e stravagante interpretato magistralmente da Lou Castel, perfetto nel saper far convivere dentro di sé tenerezza e follia, rabbia repressa e fragilità.

2 risposte a "‘I pugni in tasca’ (Italia/1965), di Marco Bellocchio"

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