‘Roma’ (1972), di Federico Fellini

di Girolamo Di Noto

“È del poeta il fin la meraviglia”

(Giambattista Marino)

Nessun regista al mondo si è tanto distinto per la sua visionarietà ed estrosa fantasia come Federico Fellini. La carica magica e onirica dei suoi sogni e delle sue inquietudini, la sua ironia graffiante, la sua leggerezza e originalità, il suo talento multiforme hanno dato luogo ad autentici capolavori cinematografici e- nonostante i fiumi di inchiostro che si sono versati nell’analizzare la sua opera- Fellini resta ancora oggi un autore da studiare e da scoprire, sfuggente a qualsiasi definizione, sia perché il suo spessore artistico è quello di un genio, sia perché la materia prima che ha messo in risalto nei suoi film è stata la vita, raccontata sotto ogni prospettiva e in tutte le sue contraddizioni.

Roma è uno di quei film del regista riminese che appartiene alla dimensione del sogno e del mondo della fantasia. Nonostante il soggetto richiami alla mente una città reale, Fellini la trasfigura, ce la consegna perennemente immersa nella contraddizione e nel mito, pulsante di vita, bella, opulenta, ma anche avvolta da una luce crepuscolare e decadente.

“Che cosa penso quando sento la parola ‘Roma’?” Me lo sono spesso domandato. Penso ad un faccione rossastro che assomiglia a Sordi, Fabrizi, la Magnani. È una città orizzontale, di acqua e di terra, sdraiata, ed è quindi la piattaforma ideale per voli fantastici “.

Presentato fuori concorso a Cannes nel 1972, Roma è prima di tutto un atto d’amore nei confronti della città eterna, completamente sganciato da strutture narrative, un percorso personale caratterizzato da uno stile che mescola cronaca finta a ricordi autobiografici, nostalgici, visionari. Il film comincia sotto forma di ricordo d’infanzia, con il regista che si ritrova bambino alla scoperta di Roma. “Avevo la Roma immaginata da ragazzo a Rimini, sulla base di libri scolastici, il fascismo, Giulio Cesare, il cinema americano “. Nel 1939 il giovane si trasferisce nella capitale e scopre il suo vero volto: popolare dietro la facciata monumentale. Nelle prime sequenze c’è l’impatto che produce Roma nello sguardo assetato e curioso del timido provinciale.

Si ritrova a vivere in una pensione familiare di poche pretese, vede sfilare gente chiassosa e volgare, donnone triviali, individui che sghignazzano, dalla battuta pronta. Attraverso un continuo alternarsi di piani temporali e un incessante zigzagare tra passato e presente, Fellini compone una storia di Roma per immagini, passando dal lirismo alla satira fino alla nostalgia più struggente con uno sguardo disincantato. L’infanzia romagnola, l’arrivo alla stazione Termini, le mangiate in trattoria, i bombardamenti che interrompono il clima festoso di una serata si alternano ai caotici ingorghi automobilistici del Raccordo anulare, agli interminabili e faraonici lavori nella metropolitana. Attraverso l’occhio mobilissimo della macchina da presa di Fellini si passa dai fascisti agli hippies in un batter d’occhio, così come velocemente si passa dall’umanità caotica che popolava le trattorie di una volta ai motociclisti lanciati a piena velocità tra i monumenti romani.

Fellini miscela ed amalgama una materia immensa di ricordi producendo a tratti un documentario onirico e fantastico. Diverse e celebri sono le scene degne di essere raccontate, una serie di sequenze da godere per quello che sono, senza per forza cercare significati nascosti.

Indimenticabile, ad esempio, è il modo in cui Fellini tratteggia la vita dei romani in trattoria: accompagnati da stornelli popolareschi e caratterizzati-come diceva Flaiano- ” da esigenze gastrosessuali”, i romani sono ossessionati dal corpo, dalle fettuccine, dalla pajata, mangiano in mezzo alla strada, indifferenti ai tram che passano vicino ai tavoli e ai bambini che scorazzano in mezzo a tavolate enormi. Sono sboccati( ” Come magni cachi “), sono a torso nudo o in canottiera, possono anche risultare rivoltanti, ma danno un senso di familiarità e di solidarietà che oggi sembra sia andato perduto. La Roma che non c’è più è poi rappresentata anche in un cameo della Magnani che viene incontrata all’ ingresso di Palazzo Altieri, in via del Gesù, dove l’attrice abitava. Dialoghi brevi e concisi che descrivono in modo essenziale, più di mille pagine biografiche, l’attrice e quella sua innata capacità- tipica dei romani- di sdrammatizzare tutto e non prendere niente sul serio. Il regista definisce l’attrice: ” Simbolo della città ” e la Magnani risponde:” Che sò io?” e Fellini:” Una Roma vista come lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra e buffonesca…potrei continuare fino a domattina!” e lei:” A Federì, va a ddormì”. Sarà la sua ultima apparizione. Morirà poco dopo.

Indimenticabile è anche il modo in cui Fellini ricostruisce l’avanspettacolo degli anni Quaranta, in cui i “numeri” del pubblico sono più divertenti di quelli degli attori. Canzoncine e imitazioni si mescolano con battuttacce, pernacchie, fischi, bambini che fanno la pipì. È il teatrino della Barafonda, ” n’antra cupoletta” di Roma, dove Alvaro Vitali, ballerino di tip-tap che imita Fred Astaire, ributta in platea il gatto morto ricevuto gridando:” Te sei portato er pranzo?”

La Roma raccontata da Fellini è una città a più strati, ” con la sua bellezza disumana, il suo aspetto di sirena, la sua luce di Fata Morgana”, che vive tra religione e peccato e che nasconde la sua vera origine nelle viscere. Quando Fellini ricostruisce nel suo finto documentario i lavori della metropolitana e soprattutto quando mostra nel finale i motociclisti lanciati a piena velocità tra le rovine, ebbene è nel suo tuffo nel presente che trova il pretesto per descrivere uno scenario futuro dominato dal caos e da un senso di distruzione diffusa.Efficace, in tal senso, la scena del ritrovamento di alcuni affreschi che si cancellano, dissolvendosi, a contatto con l’aria esterna e di grande impatto emotivo e visivo la carrellata finale in una Roma notturna dell’ invasione di motorini e motociclette che illuminano a sprazzi i monumenti romani.

Il film si conclude con Arrivederci Roma e una corsa di moto nel centro della città. Il presente, sembra voler dire Fellini, è rombante, è una fresa che scava con rumore infernale, è luce accecante che disturba la pace eterna degli antichi. Unico rifugio resta dunque il passato, che può rivivere, attraverso la magia del cinema, solo nei ricordi ed è per questo che sarà sempre meraviglioso, onirico, illusorio.

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