‘1917’ (2019), di S. Mendes

di Maurizio Ceccarani

Una guerra è un fatto epico. Grandi masse di uomini che si spostano, tragedie collettive, popoli che inseguono il loro destino. Ma una guerra è anche un fatto personale, intimo. Una guerra è sempre anche la tua guerra. È una questione profondamente tua perché tua è la pelle, perché nella tasca interna della giacca porti una foto dei tuoi e sul retro c’è scritto come back. Ma è anche una questione strettamente personale perché se non consegni quel dispaccio a dieci chilometri di distanza sai che 1600 uomini moriranno, e per il resto della tua vita non potrai sopportare questa sconfitta. Cosa c’è di più intimo dell’essere responsabile della vita di 1600 uomini che, come te, hanno in tasca una foto con scritto dietro come back? 

Questo è il senso della scelta tecnica di Sam Mendes. Fare del film un unico, lungo piano sequenza, spesso in soggettiva, in cui lo spettatore diventa il caporale William Schofield e, in prima persona, senza riprendere fiato, sotto la pressione di una suspense incredibile, affronta un percorso pieno di insidie. Chi ha paragonato (in senso negativo) il film a una partita di Call of Duty (Davide Turrini – 23/1/2020 Il fattoquotidiano.it), a mio avviso, non tiene in sufficiente conto la vera ragione del piano sequenza. Se in Dunkirk di Christopher Nolan la narrazione si sviluppa su più piani temporali rendendo l’idea della coralità della tragedia, soffermandosi di volta in volta ora su una storia ora su un’altra, 1917 vuole raccontare solo una storia, quella del caporale Willy, il meno patriottico dei soldati, quello che ha scambiato la sua medaglia per una bottiglia di vino, e per farlo “scegli te, che sei seduto su una poltrona e che in guerra non ci sei mai stato”.

Ma torniamo un attimo alla trama, senza spoilerare troppo. L’esercito tedesco si è ritirato oltre la Linea Hindenburg. Due caporali William Schofield e Tom Blake vengono scelti per portare un dispaccio al colonnello Mackenzie che comanda il Secondo Battaglione Devon. Questi si trova a poco più di dieci chilometri di distanza, e per raggiungerlo è necessario attraversare la landa desolata abbandonata dai tedeschi. Il dispaccio porta l’ordine di non attaccare perché altrimenti il battaglione cadrebbe nella trappola tesa dal nemico e verrebbero massacrati 1600 uomini. Il caporale Blake ha anche il fratello che combatte in quel battaglione, e questo aggiunge un altro elemento “intimo” alla guerra dei due giovani. La terra da attraversare è un macabro cimitero a cielo aperto, disseminato di cadaveri di uomini e cavalli in putrefazione e in cui l’unica cosa viva sono i topi che di questi si cibano. Anche questo aspetto è stato criticato. Io in realtà ho rivisto un paesaggio che è esattamente così mi ero immaginato, leggendo ‘La Paura’,  di Gabriel Chevallier (Adelphi 2011), un autore che su quel fronte ha combattuto e che ha ben riportato sulla pagina il ribrezzo e il fetore che attanagliano trincee e campi di battaglia.

Il paesaggio cambia repentinamente quando ci troviamo in un piccolo villaggio ancora occupato dai tedeschi. La desolazione si sposta dalla pianura devastata ai ruderi di case che si illuminano alla luce dei bengala: una luce falsa, che muta continuamente, che passa da sfumature rossastre a un giallo accecante al buio totale. Qui tiri di cecchini e improvvisi agguati animano la scena fin quando, per sfuggire a un inseguimento, Willy si rifugia in una specie di cantina in cui si nasconde una giovane francese con una bambina. Non si sa chi sia la madre, la ragazza non sa nemmeno come si chiami la piccola. È solo una creatura scampata alla guerra che offre uno dei momenti più dolci del film. Uno dei pochi momenti in cui la macchina sta ferma, in cui non c’è da inseguire, non c’è da fuggire, c’è solo da chiedersi perché.

Senza andare oltre con la trama, c’è da dire che per l’oggetto della narrazione, ovvero la guerra di trincea, questo film doveva in qualche modo dire qualcosa in più o di diverso rispetto ai due grandi predecessori: ‘All’Ovest niente di nuovo’ di Lewis Milestone (1956), che ricalca abbastanza fedelmente ‘Niente di nuovo sul Fronte Occidentale’ di Erich Maria Remarque (Mondadori 1989), e ‘Orizzonti di gloria’ di Stanley Kubrik (1957). Del primo ha ben poco, se non il rimando al pensiero della famiglia che aspetta e alla messa in primo piano dei giovanissimi alla guerra. Del secondo possiamo ritrovare qualcosa nei carrelli all’interno trincee che, nel rappresentare una guerra tutta sviluppata lungo queste linee di difesa, inevitabilmente si ripetono. Ma qui la tecnica, resa possibile dalle moderne, leggerissime apparecchiature ora in uso, è molto più raffinata e portata a dei livelli inimmaginabili nel ‘57. In realtà un vero e proprio richiamo al film di Kubrik l’ho trovato nel momento in cui finalmente Willy trova il Battaglione Devon. I soldati sono seduti in silenzio intorno a uno di loro che, con una voce dolcissima, canta una melodia struggente a chi sta per attaccare in prima linea. “Vado dove potrò incontraremio padre” dice più o meno il canto. Nel film di Kubrik, l’impaurita ragazza tedesca canta ai soldati francesi che stanno per andare in prima linea la canzone del vero Ussaro (‘Der treu Husar’), anche detta dell’Ussaro fedele. La ragazza dell’Ussaro è morta, ma egli è così fedele al suo amore che presto la raggiungerà.

Che sia da ritenersi o no un pezzo di virtuosismo cinematografico 1917,  contrariamente a quello che può essere considerata una partita di Call of Duty, è l’ennesimo monito sulla ingannevole bellezza della guerra e sulla sua mortifera 

vocazione. Le parole rivolte a Willy dal colonnello Mackenzie, 

disamorato einfastidito, interpretato da Benedict Cumberbatch, in una straordinaria apparizione di pochi minuti, sono illuminanti in proposito. “Ci fanno sospendere un attacco per poi dirci, fra qualche giorno, di attaccare all’alba. Lei vada a farsi medicare… Vada a farsi fottere.” Eccolo il grande inganno, il gioco sporco della guerra che ti fa risparmiare delle pedine, per poterle sacrificare al momento più opportuno.

Scheda Film

Regia Sam Mendes

Sceneggiatura Sam MendesKrysty Wilson-Cairns

Principali interpreti

George MacKay: William Schofield

Dean-Charles Chapman: Tom Blake

Mark Strong: capitano Smith

Andrew Scott: tenente Leslie

Richard Madden: tenente Blake

Colin Firth: generale Erinmore

Benedict Cumberbatch: colonnello Mackenzie

Daniel Mays: sergente Sanders

Adrian Scarborough: maggiore Hepburn

Jamie Parker: tenente Richards

Michael Jibson: tenente Hutton

Richard McCabe: colonnello Collins

Chris Walley: Bullen

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