‘Il figlio di Saul’ (2015), di L. Nemes.

di Roberta Lamonica

László Nemes, giovane regista ungherese, già assistente del grande Bela Tarr, porta il suo primo lungometraggio, ‘Il Figlio di Saul’ al Festival di Cannes. Vince il Grand Prix con plauso unanime, quindi il Golden Globe ed infine l’Oscar come miglior film straniero.

È un film ‘semplice’, ‘Il Figlio di Saul’. Segue un giorno e poco più (ma un’eternità nella vita da ‘foglie d’autunno’ dei campi di sterminio) di Saul Ausländer, un membro del Sonderkommando ad Auschwitz nell’ottobre del 1944. Prigionieri ebrei, i sonderkommandos, che espletavano funzioni di ‘pulizia’ all’interno del campo, accompagnando migliaia di prigionieri alle camere a gas, persuadendoli a spogliarsi per fare ‘la doccia’, rimuovendo i loro cadaveri bruciandoli nei forni crematori e liberandosi infine delle loro ceneri, in cambio di pochi mesi di vita in più per se stessi. In definitiva dei ‘dead men walking’, cui veniva ricordato il loro destino fin da subito, quando appena entrati dovevano liberarsi dei loro predecessori.

László Nemes aveva avuto accesso al volume ‘La voce dei sommersi’, raccolta di scritti dei Sonderkomnandos, nascosti sotto terra prima della loro rivolta del 1944, e da lì era nata l’idea per ‘Il figlio di Saul’.

Protagonista e quasi unico personaggio del film, il poeta e scrittore ungherese Géza Röhrig. Stupenda la sua interpretazione di un individuo apparentemente impassibile di fronte all’orrore che gli si manifesta davanti; alienato rispetto alla morte e sordo alle urla di dolore dei suoi fratelli.

Parla pochissimo, Saul, e gran parte dei dialoghi è veicolata attraverso una paratassi spezzata, volta a rendere l’affannoso respiro del terrore più indicibile. Il soundtrack, in contrasto, è magniloquente e stratificato; una Torre di Babele di voci, urla, colpi, spari e macchinari che ruggiscono. Spazi angusti e claustrofobici, fotografia ‘marcia’ e malata, una sensazione continua di nausea e oscenità.

Röhrig sì era ispirato a una persona specifica per il ruolo di Saul. Un ebreo polacco che Géza Röhrig aveva conosciuto a Westchester, e che era stato ad Auschwitz solo sul letto di morte, un paio di anni prima, aveva rivelato ai suoi figli di essere stato un membro del Sonderkommando.

Dopo il suo funerale, i figli avevano aperto il testamento e avevano scoperto che il padre aveva espresso la volontà che il suo corpo fosse cremato e le sue ceneri riportate nei forni crematori di Auschwitz. Questo era il suo modo per dire che non era mai ‘ritornato’ da Auschwitz e che apparteneva a quei luoghi.

Non si va mai via da Auschwitz, si resta lì per sempre che si sia morti o morti in vita. L’unica possibilità di redenzione per Saul, l’unica possibilità di pace, è recuperare un senso profondissimo e religioso di dignità e compassione e seppellire un figlio, suo figlio, il figlio dell’uomo. Ed ecco la camera a spalla (in stile Dardenne) inchiodata in semi soggettiva sul viso grave e segnato di Saul, sulla sua testa sempre in campo, sull’orrore sfocato dello sfondo, su quell’orrore ‘che o sai o non sai’; quello che urla senza essere sentito; quello di corpi nudi, aperti, trascinati; di capelli appiccicati e di lamenti sommessi.

Primo Levi, nel suo saggio del 1985 ‘I sommersi e i salvati’ scrive che “Aver concepito ed organizzato i Sonderkommandos è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. […] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti”.

E Saul (che si qualifica come Ausländer, ‘straniero’, quando gli viene chiesto di identificarsi), maschera di dolore inespressiva ma inquieta e spiazzante, tenta di espiare quella colpa primitiva, divenendo al contempo Vergine Maria che lava il sangue del Figlio e Cristo che porta in spalla la sua croce avvolta nel sudario, in una via crucis che mescola e confonde i ruoli, per un bisogno intimo e irreprimibile di redenzione. In un universo di corpi devastati e disprezzati, il corpo di quell’unico ragazzo strappato al fuoco che tutto cancella, diventa simbolo di riscatto collettivo, di memoria e perdono. Santificare, lasciare inviolato e dare a quel corpo degna sepoltura diventa unica ragione di sopravvivenza per Saul.

Claude Lanzmann, il regista dell’immenso documentario del 1985 ‘Shoah’, che aveva attaccato ‘Schindler’s List’, dicendo che l’Olocausto non poteva e non doveva essere rappresentato in un film: “C’è un certo grado di orrore che non può essere trasmesso. Dire che si può fare è macchiarsi di un crimine gravissimo”.

E Laszlo Nemes lascia l’orrore fuori, per quanto possibile: documenti, scarpe, vestiti, vita, anime fuori dallo sguardo dello spettatore in brandelli indistinguibili.

Lanzmann ha apprezzato il film di Nemes, dicendo che “è un film che dà la sensazione reale di cosa significasse essere nel Sonderkommando. Niente affatto melodrammatico, Il Figlio di Saul è fatto con grande rispetto e pudore”.

Ed effettivamente Nemes si ispira al grande film di Lanzmann anche nel restringere il campo ( qui usa il formato 1:1.37) per consentire alla specificità ebraica di ‘un corvo nero del crematorio’ di occupare l’intero film. Nessuno può prendere in prestito e dare concretezza visiva al ricordo di quello sguardo, che deve essere interno. E Nemes trova un compromesso non ruffiano ma sincero e profondamente rispettoso. E sempre da Lanzmann, Il giovane cineasta ungherese impara e accoglie la lezione sull’ irrappresentabilità della Shoah.

Saul non potrà lasciare Auschwitz, come il vecchio ebreo di Westchester o come usa ripetere Sami Modiano nel corso dei suoi incontri con i giovani; ma l’idea di Saul di quel ragazzo, di quel figlio ‘santificato’, può correre libera come un giovane cervo nel bosco. Libero e, forse, rinnovato nella speranza. Pudore, rispetto, vergogna, dolore per un film che tutti dovrebbero vedere per trattenere il respiro, restare in silenzio e non dimenticare. Mai.

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