Respect, di Liesl Tommy (2021)

di Andrea Lilli –

TRAILER

Respect, nelle sale italiane da ottobre, ci racconta l’ascesa artistica e la turbolenta vita di Aretha Franklin, la “Regina del Soul”: l’infanzia e adolescenza nella sua famiglia allargata dominata da un padre magniloquente e invadente, un religioso molto poco pio, i drammi personali a partire dalla scomparsa dell’amatissima mamma, la prima gravidanza a 12 anni (si sorvola sulla seconda a 14), la solidarietà e l’oppressione tra le mura domestiche, il percorso di emancipazione come musicista e come donna, l’impegno politico, il sostegno alle lotte per i diritti civili delle donne e degli afroamericani a fianco di Martin Luther King e Angela Davis, l’esuberanza e le fragilità di una protagonista assoluta della black music – fino all’anno 1972, data del ritorno all’ovile del gospel dopo una profonda crisi di identità.

Grazie alla delicatezza empatica di Liesl Tommy (esperta regista teatrale al suo primo lungometraggio, sudafricana di colore che ha vissuto sulla propria pelle esperienze familiari simili a quelle di Aretha Franklin) e, soprattutto, grazie alla straordinaria interpretazione di Jennifer Hudson, ci troviamo di fronte ad un biopic intenso, partecipato emotivamente da ogni attore, molto curato nella ricostruzione scenografica, degno di più di un Oscar (facile previsione) ma suscettibile di alcune critiche, come vedremo.

Aretha Franklin (1942-2018) fin da bambina mostrò di essere dotata di voce e swing eccezionali. Cresciuta in una famiglia di musicisti frequentata dai maggiori nomi della black music e del jazz – Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Art Tatum, Dinah Washington… -, sviluppò una grande capacità di coinvolgimento del pubblico sia nei salotti privati che nei cori delle chiese evangeliche battiste o durante i gospel caravan tour (il padre era un predicatore itinerante) dal Tennessee a Detroit, ma la sua prorompente personalità artistica fu a lungo trattenuta da redini maschili troppo strette e miopi, quelle dei suoi primi ‘manager’: il padre anzitutto, poi il primo marito gestirono Ree (soprannome domestico di Aretha) badando solo ai loro personali interessi e gusti, ignorando i conflitti interni di una ragazza estremamente sensibile e senza intuire la valenza innovativa della voce di Aretha nella storia della soul music. Nei suoi primi trent’anni – quelli condensati nelle due ore e mezzo del film – Aretha soffrì terribilmente di abusi e ingerenze familiari di ogni genere, che certo non la aiutarono a rendersi conto del proprio potenziale e ad esprimerlo liberamente, in autonomia.

“Nessun uomo dovrà essere padrone del tuo destino”

(la madre ad Aretha bambina)
Aretha bambina (Skye Dakota Turner) con la madre Barbara (Audra McDonald)

A condizionare l’ascesa della grande Aretha furono dunque, paradossalmente, i familiari maschili a lei più cari. Il padre, un pastore battista relativamente famoso e amico di Martin Luther King, che però predicava bene e razzolava male assai: un patriarca egocentrato che non esitò a dare in pasto al business discografico la figlia ancora bambina, e il cui scarso autocontrollo in tema di donne mise nei guai tra le altre una ragazzina dodicenne (episodio taciuto nel film) e costrinse la madre di Aretha ad andarsene di casa quando la figlia aveva sei anni, per poi ammalarsi e morire quattro anni dopo. Aretha, traumatizzata dalla notizia, restò muta per settimane. Poi il marito Ted, che la cantante conobbe a 11 anni e sposò a 18, affidandogli il ruolo di manager che si era preso il padre. Fiducia mal posta: Ted White si rivelò un violento incorreggibile; Aretha lo lasciò dopo sette anni di matrimonio.

Un anno prima, nel 1967, a 25 anni riuscì comunque ad emergere come meritava grazie al salto di qualità compiuto con il passaggio dalla casa discografica Columbia Records alla Atlantic Records, dove la sua creatività venne finalmente lasciata libera di sperimentare. Ed è del 1967 la canzone che la porta al successo desiderato, e che dà il titolo al film: Respect, cover riarrangiata della canzone di Otis Redding incisa due anni prima. Il testo di Redding parla di un uomo che tornando stanco dal lavoro chiede una maggiore attenzione alla sua compagna. Franklin con poche correzioni rovescia i termini e aumenta il calibro del messaggio: parla di amore e dignità, di rapporto alla pari, di una donna che offre dedizione al convivente, ma da cui nel contempo esige rispetto. Fu un successo immediato, clamoroso, che dura tuttora: ripreso anche dal movimento #MeToo, da settembre di quest’anno la testata specializzata Rolling Stone lo ha collocato al primo posto tra le 500 canzoni migliori di tutti i tempi.

copertina del 45 giri di Respect (1967)

Ritmo semplice e trascinante, parole chiare e forti: divenne un inno del movimento femminista a fine anni ’60, e non solo: Aretha cantò spesso Respect come parola d’ordine antirazzista, imperativo categorico anche in tema di diritti civili degli afroamericani. Lo ritroveremo nella celebre colonna sonora di Forrest Gump (1994) e, reinterpretato dalla stessa Franklin in una versione piuttosto trascurabile, in Blues Brothers – Il mito continua (Blues Brothers 2000) (1998), indegno sequel del cult The Blues Brothers (1980). In quest’ultimo, Aretha è invece memorabile nell’esecuzione recitata di Think, altro cavallo di battaglia di Sua Maestà The Queen of Soul.

“Non permettere a niente e a nessuno di frapporsi tra te e la musica. La musica ti salverà”

(Martin Luther King ad Aretha Franklin)

Nel 1968, un anno dopo il successo di questa canzone-svolta, Aretha Franklin si separò dal marito-manager violento, ma nello stesso anno venne assassinato Martin Luther King, suo massimo punto di riferimento morale, e nel 1970 fu arrestata ingiustamente Angela Davis. Questi eventi insieme ad altri scossero il fragile equilibrio di Aretha, che in quegli anni raggiunse l’apice del successo e tuttavia precipitò nella dipendenza alcolica manifestando sintomi di una psicosi pericolosa. Riuscì a risollevarsi e superò la crisi tornando alle radici musicali della sua carriera: il gospel. Nel 1972 tenne uno storico concerto di canti religiosi in una chiesa battista di Los Angeles. Registrato e pubblicato in doppio album dalla Atlantic, con due milioni di copie divenne il disco gospel più venduto di tutti i tempi. Su questo evento, che ci mostra un’Aretha riconciliata col padre e con le sorelle, cala il sipario del film di Liesl Tommy. Mentre scorrono i titoli di coda, appaiono sequenze di un concerto tenuto dalla Franklin nel 2015 al cospetto del presidente Obama, una delle sue ultime esibizioni prima di soccombere a un tumore al pancreas, in cui si vede Barack commuoversi sulle note di (You Make Me Feel Like) A Natural Woman.

Il concerto gospel di Los Angeles del ’72 venne ripreso nientemeno che da Sidney Pollack: il suo film Amazing Grace, uscito solo nel 2018, contiene materiale inedito su Aretha ed è un documento prezioso da vedere insieme a Respect. Per quanto riguarda le critiche mosse al lavoro di Liesl Tommy, confezionato secondo un’impostazione condivisa dalla Franklin prima di morire, bisogna dire che omette, minimizza o addolcisce alcuni fatti dolorosi e personaggi scomodi (p.es. il padre), e come ogni biografia autorizzata da una parte rischia la reticenza per non riaprire antiche ferite, dall’altra la celebrazione agiografica. La superlativa prova canora e recitativa di Jennifer Hudson sbalordisce per l’efficacia della sua immedesimazione nel personaggio della Franklin, che del resto per farsi rappresentare in questo film aveva esplicitamente indicato la Hudson e solo lei, già vincitrice di un Oscar come attrice non protagonista nel musical Dreamgirls (2006). Il fatto che Jennifer avesse cantato proprio Amazing Grace ai funerali di Aretha chiude un cerchio.

  • in sala

– 21.10.2021


Jennifer Hudson e la regista Liesl Tommy sul set

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