PATERSON, di Jim Jarmusch (USA/2016).

di Roberta Lamonica

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Abbiamo molti fiammiferi a casa. Li teniamo sempre a portata di mano. I nostri fiammiferi preferiti sono gli Ohio Blue Tip Matches… Sono confezionati benissimo, piccole scatole resistenti, con lettere blu scuro e blu chiaro bordate di bianco, con le parole scritte a forma di megafono, come a dire più forte al mondo: “ecco il più bel fiammifero al mondo, il suo stelo di tre centimetri e mezzo in legno di pino sormontato da una testa granulosa viola scuro, così sobria e furiosa e caparbiamente pronta a esplodere in fiamme, per accendere, magari, la sigaretta della donna che ami, per la prima volta… e non sarà mai più lo stesso dopo…”.

Laura – il suo amore – e la poesia. Paterson è un film che parla di poesia e, in definitiva, è esso stesso strutturato come una poesia scritta sullo schermo, le cui strofe sono i giorni della settimana e ogni strofa si apre con un’anafora, qui nella forma di un’immagine: Paterson (A. Driver) e Laura (G. Farahani) abbracciati nel letto, la luce del mattino che filtra attraverso le finestre e un nuovo giorno che si accende. Il film si chiude con un’altra anafora, in una struttura circolare in cui tutto ricomincia da dove è iniziato, con la levità di un passo di danza, con la delicatezza di una poesia, appunto.

“Dovresti condividere le poesie con il mondo, sai”, gli dice Laura. “Il mondo? Vuoi spaventarmi?”, risponde Paterson. Perché Paterson è geloso della sua vita interiore come Marvin (il cane) lo è della sua poltrona.

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Ogni giorno Paterson si sveglia abbracciato alla sua bella compagna, fa colazione, esce dalla sua casa piccola e felice che Frederick Elmes riesce a fotografare con grazia e delicatezza, va al lavoro, scrive delle poesie, torna a casa, cena con Laura, porta il cane di lei a spasso e beve una birra nel suo pub preferito. E questo tutti i giorni. Lo spettatore lo segue in questa sua routine per una settimana in cui non accade nulla di speciale tranne lo svolgersi della vita come evento in sé.

In un’intervista Jim Jarmusch racconta che, dopo aver mandato la sceneggiatura di Paterson al suo amico e poeta Ron Padgett (autore delle poesie che lo spettatore legge sullo schermo), si sia sentito dire: ”Wow, Jim, stavolta sì che farai i soldi veri!” La storia di un poeta che fa l’autista di autobus in New Jersey. L’anonima Paterson che diventa il centro del mondo, il luogo dove tutto converge in un punto focale: Paterson.

Jim Jarmusch non è nuovo a rompere le strutture narrative tradizionali per soffermarsi sulla esile e poetica bellezza delle piccole cose. Laddove altri spingono sull’acceleratore, Jarmusch procede con il suo passo, calmo, personale, riflessivo. Come le poesie che Paterson scrive nascono da immagini isolate, che costruiscono suggestioni sonore e visive, così il film. Il tutto ha un fascino quasi cumulativo: Paterson è lento in modo malinconico e nostalgico, in cui un ordinario iperrealistico diventa straordinario. Alla fine si guarda il mondo dalla stessa sua stessa prospettiva, si rallenta il passo fino a fissare le piccole cose, i dettagli trascurati. Come fa lui.

Nel film Jarmusch omaggia William Carlos Williams e la sua raccolta di poesie intitolata ‘Paterson’, appunto. Come il grande medico/poeta, l’autista/poeta del film crea arte dalle tamerici della vita che lascia scorrere fuori da sé come un flusso leggero.

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C’è tanto cinema di Jarmusch in Paterson: Ghost Dog e Stranger than Paradise su tutti, con quello sguardo magico, estroso, obliquo verso il mondo. Un film dalla storia quasi invisibile che però tocca in modo profondo lo spettatore. E ciò perché Paterson mette in discussione un’idea che più o meno inconsciamente è presente in ognuno di noi e cioè che il mondo intorno a noi sia un palcoscenico per la nostra quest, per i nostri progetti di sviluppo personali, per noi, unici protagonisti delle nostre storie. Il mondo che concepiamo come individui è quello che ci riguarda direttamente e vale in quanto ci riguarda direttamente. Le esperienze degli altri, le loro emozioni, i loro desideri devono esserci comunicati perché acquistino valore ‘per noi’. Non siamo interessati al valore delle cose in sé.

Jarmusch mostra nelle persone che si muovono nel mondo di Paterson questa idea di autoreferenzialità assoluta, di urgenza comunicativa auto riferita. Da questa prospettiva, le cose che accadono al suo amico Donny, per esempio, non sono eventi importanti se non per il fatto che stanno accadendo a lui. E il film è ricco di siparietti con personaggi anche improbabili, eppure sempre credibili, in qualche modo. Le conversazioni son anch’esse strambe e spesso inconcludenti eppure Paterson le ascolta sempre con attenzione e rispetto perché ciò che interessa a Jarmusch è far comprendere e accettare il mood e il mindset del protagonista nel film.

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Paterson appare completamente diverso da quelli intorno a lui, più consapevole e più rilassato. Tutti nel film in qualche modo rivendicano l’importanza di essere riconosciuti (Doc nel pub parla di parchi e statue per i molti cittadini illustri di Paterson). I cittadini di Paterson, Laura, i passeggeri dell’autobus fungono quasi da coro nel film. La voce di un’umanità omologata (è curioso notare come Laura, la sera a cena, quando Paterson le racconta la sua giornata, utilizzi le stesse espressioni usate prima dai passeggeri dell’autobus) che si pone nei confronti della vita con l’occhio dell’uomo comune. E Paterson è invece un eroe del nostro tempo. Attento, amorevole, dolce, accomodante, interessato alle altre persone, pronto a trovare la bellezza in tutto, felice e in pace, cura il suo amore per la poesia ogniqualvolta gli sia possibile mentre incede con coraggio nel cammino della vita. E la vita scorre davanti al vetro dell’autobus che Paterson guida come le sue poesie scorrono sullo schermo. E riuscire a ‘vederla’ gli consente di cogliere l’invisibile per i più, la materia della sua poesia che proprio perché invisibile non aspira a pubblicare. L’idea che lo spettatore si fa mentre vede il film è che ci sia un disegno più grande dietro la sua storia e gradualmente riesce a uscire dall’urgenza di mettersi al centro della narrazione per lasciarsi trasportare dagli eventi nelle cose. Paterson non mostra le sue emozioni se non nella poesia e quando gli si chiede come sta, risponde sempre: “Bene”.

Quando Marvin distrugge il taccuino delle poesie, Paterson resta stoicamente impassibile e non si arrabbia. Egli non reagisce perché le poesie dovevano restare in cantina. Il passaggio della sua poesia dalla dimensione privata a quella pubblica è deflagrante. Non poteva portarle a pubblicare, come promesso a Laura. E vengono distrutte prima che ciò accada. “Erano solo parole scritte nell’acqua”.

Va avanti così, Paterson, quasi ‘indifferente’ come a suggerire che le poesie non avessero vita in virtù del taccuino su cui erano scritte, ma per la loro capacità, in quanto arte, di nutrire l’anima della persona che le ha scritte.

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E le esperienze della sua semplice vita costruiscono la sua arte. Laura e Paterson rappresentano due metà del mondo. Due cuscini di colore diverso, due modi di vivere l’arte. L’approccio alla vita tra i due è del tutto differente: Laura è infiammata e lascia che l’arte definisca la sua vita, mentre per Paterson è la vita che definisce l’arte. Laura cerca di rendere la sua vita interessante. Cambia in continuazione l’arredamento della loro casa perché ha bisogno di trovare un suo punto di equilibrio esterno. Lui invece è centrato: ama essere sempre uguale, le sue foto, le sue azioni ripetute, la sua vita. Sostiene i sogni ambiziosi della sua ragazza di diventare un’artista, una pasticciera o una cantante folk con affetto e reale interessamento.

Ma non è tanto l’approccio all’arte che interessa Jarmusch quanto il modo in cui Paterson la applica e soprattutto l’idea che andrebbe creata per se stessi e non per il ‘mondo’. Paterson scrive non per diventare famoso o per essere riconosciuto ma per un bisogno intimo di espressione personale. L’ossessione di Laura di diventare famosa la allontana dal focus e le fa perdere il centro artistico. In tal senso il film si può anche leggere come una critica all’ossessione di questi tempi nei confronti della fama a tutti i costi.

A tal proposito è interessante come l’immagine dei gemelli venga usata nel film per smontare l’idea della necessità della copia. A inizio film Laura dice di aver sognato che avevano due bimbi, gemelli. Da lì in poi, Paterson vede gemelli ovunque. Laura vuole che lui faccia una copia delle sue poesie. “Fai delle copie, falle! -insiste Laura per tutto il film – “Ci vogliono dieci minuti per fare la copia di tutte le tue poesie”. “Beh, forse non proprio dieci minuti”, risponde Paterson. Laura ha una lettura del mondo secondo cui si può comprimere l’universo interiore di qualcuno in dieci minuti di copie. Per Laura l’idea della copia è una necessità, la certezza di non perder(si). E la sua insistenza potrebbe essere presagio di ciò che accadrà. Non è una coincidenza che quando Marvin distrugge il taccuino, Paterson smetta di vedere gemelli.

Paterson lauraUn’altra caratteristica di Paterson è quella di sembrare sospeso nel tempo. Il suo tempo interiore scorre con un ritmo assolutamente diverso rispetto a quello esterno, percepito da tutti. “Quando sei bambino impari che ci sono tre dimensioni altezza, larghezza e profondità, come una scatola di scarpe. Poi senti che c’è una quarta dimensione, il tempo”. Il tempo nel film è dilatato. C’è una sovrapposizione tra tempo interiore e tempo cronologico, tanto che due bambini sull’autobus che parlano di un famoso boxeur il giorno precedente, ‘diventano’ due giovani uomini che parlano di fantomatiche conquiste amorose il giorno dopo. Due amici che parlano di cose comuni a cui Jarmusch inquadra le scarpe da piccoli e da grandi, trasmettendo così un senso di continuità nel flusso temporale.

Dopo l’incidente del taccuino, Paterson esce e va a sedersi su una panchina davanti le cascate. Gli si avvicina un poeta giapponese. Ha una copia in giapponese di ‘Paterson’ di W.C.Williams. La poesia del poeta giapponese è scritta in giapponese e non è in traduzione. La traduzione fa perdere il colore, il sapore delle parole, tradisce. Ed è allora che Paterson riceve un regalo – il primo nel film, un taccuino – da parte del turista giapponese. “A volte le pagine vuote offrono maggiori opportunità”.

Paterson giapponeseE la prima poesia che scrive su questo nuovo taccuino è un pensiero su una canzone della sua infanzia cantata dal nonno, di cui ricorda, come se fosse l’unico verso della stessa, l’anafora introduttiva delle diverse strofe: “Vorresti forse essere un pesce?”

Sì, Paterson vuole essere il pesce che risale la corrente, quel pesce che domani affronterà un’altra meravigliosa settimana in cui apparentemente non accadrà nulla e in cui gli accadimenti più belli saranno quelli che potrà affidare alla assoluta discrezione del suo intraducibile e privatissimo taccuino.

Paterson bus

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