La più bella serata della mia vita, di Ettore Scola (1972)

di Greta Boschetto

La più bella serata della mia vita è un film del 1972 diretto da Ettore Scola e interpretato da Alberto Sordi, con Michel Simon, Janet Agren, Charles Vanel, Claude Dauphin, Pierre Brasseur e Giuseppe Maffioli. Il film è liberamente tratto dal romanzo “La panne. Una storia ancora possibile” di Friedrich Dürrenmatt, da cui è stato tratto anche un adattamento teatrale.

“Ma quale eroe? Il nostro Alfredo è tutto meno che un eroe, signori, non ha la statura del protagonista, egli è solo una comparsa, un mediocre e scialbo personaggio ai margini di una vicenda troppo grande per lui (…) Incapace di grandi virtù e di grandi colpe, Alfredo Rossi è un piccolo uomo, digiuno di lettere e di arte, provvisto di un insufficiente patrimonio morale, piccolo borghese, infantilmente fiero dei propri costosi giocattoli, le donne, le automobili, la villa che finalmente possiede, non è che un ameno villeggiante sulle spiagge della vita.”

Ma vogliamo condannarlo per questo? Vogliamo punire Alfredo Rossi (e di conseguenza anche Alberto Sordi, perché per molti Sordi è il signor Rossi anche nella vita reale e non solo dentro lo schermo) alla pena più grave, alla morte se necessario, in quanto rappresentante di un’Italia media, qualunquista, opportunista, corrotta, arrogante con i deboli e vile con i potenti? Ettore Scola, in questo suo film purtroppo poco noto, decide di sì, che vuole punire, come afferma a una proiezione dove lui stesso introduce la pellicola: “perché in Italia non c’è rimorso”.

Alfredo, sordido industriale romano residente a Milano, si reca in Svizzera per trasferire illegalmente una grossa somma di denaro. Trovata la banca già chiusa, incontra e segue con la sua Maserati una seducente motociclista, dietro la quale si inoltra sulle montagne finché l’auto resta in panne e si ritrova costretto a chiedere ospitalità in un castello, perdendo di vista la sua bella preda.

Rossi, che è il tipico italiano – non solo nel cognome –  e rappresenta ogni cliché del nostro popolo di brava gente, viene accolto da un conte e dai suoi eccentrici commensali, tutti ex uomini di giustizia in pensione, che lo invitano a un gioco insolito, ovvero una sorta di processo farsa, un singolare gioco di ruolo quasi kafkiano: dovrebbe prestarsi a fare l’imputato in un processo sulla sua vita, o meglio, su ciò che della sua vita è più oscuro, passibile di giudizio e di una conseguente pena.
Accetta, convinto di passare una serata alternativa ma soprattutto dopo aver visto la bellezza della giovane cameriera.
E qui parte il viaggio vero, non quello “lavorativo” che ha compiuto inizialmente da Milano per giungere in Svizzera, ma quello all’interno della sua coscienza, che rimarrà sporca, senza perdono, fino a un salto nel vuoto.

Durante la boccaccesca e opulenta cena, condita da cibi pesanti e vini costosi, serviti dalla sensuale cameriera Simonetta, inizia il processo: la corte giudica un uomo che di fatto non ha commesso nessun reato, ma processa la sua coscienza e la sua vera personalità che viene a galla: un uomo meschino, ruffiano, succube della vita ma approfittatore negli eventi casuali, amorale, quasi inconsciamente desideroso del male altrui per riuscire a far emergere se stesso.
Durante l’arringa dell’accusa, finalmente descritto come l’essere umano che è, Alfredo non si intristisce, ma anzi si esalta, si pavoneggia della sua scaltrezza e del suo essere un arrampicatore sociale, e viene quindi condannato a morte. Va a letto ubriaco e inizia una sequenza onirica inquietante, un sogno color seppia nel quale vive l’incubo della condanna, trascinato al patibolo dalla bella e misteriosa motociclista, finendo decapitato.
Si risveglia, scopre l’inganno, il conto da pagare, riparte con una pergamena in regalo: la sua sentenza di morte redatta durante il gioco.

E qui Scola si dimostra ancora più cinico di Dürrenmatt, perché condivide con il racconto originale la sfiducia per la giustizia tecnica, ma incarica di punire le colpe non i rimorsi della coscienza del protagonista, ma la debolezza umana e il fato, che si compie accompagnato dall’interminabile e inquietante risata di Alfredo, la colonna sonora della resa di un uomo al proprio destino, la sconfitta di chi non potrebbe vivere altrimenti da come aveva fatto fino a quel momento, incapace di esplorare veramente nella propria coscienza e di mettersi in discussione.


 

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