Ce lo meritiamo, Alberto Sordi?

di Marzia Procopio

Protagonista, con Gassman, Tognazzi, Manfredi, Monica Vitti, Sophia Loren, Vittorio De Sica e tantissimi altri, dell’irripetibile stagione della “commedia all’italiana”, interprete attento di personaggi molto diversi gli uni dagli altri, spesso anche co-autore di soggetto e sceneggiatura dei centottantasette film da lui interpretati e dei diciannove diretti, interprete di duetti con Mario Riva negli anni ’50, con Mina e le gemelle Kessler nelle serate televisive degli anni ’60, autore di canzoni, Alberto Sordi è più di ogni altro maschera e storia degli italiani e del Paese.

Amato – ma anche detestato per aver scelto, secondo alcuni, la posizione del reazionario che dileggia il sistema senza tuttavia combatterlo apertamente – in ogni suo personaggio ha incarnato una parte scomoda, sgradevole, del nostro carattere: furbastro, mellifluo ma con scatti improvvisi d’orgoglio, campione di qualunquismo e cialtroneria. Meno unanimemente acclamato di quanto si creda, dunque: perché vedere Sordi significa guardarsi allo specchio, e guardarsi allo specchio fa male. Così, c’è anche chi lo ritiene un furbo riuscito a farsi percepire come grande attore interpretando sempre il medesimo personaggio: prepotente coi deboli e ossequioso coi potenti, meschino, fanfarone, dalle molte parole e dai pochi fatti; un personaggio sempre uguale, in modo da essere rassicurante, e allo stesso tempo sempre diverso, così da adattarsi alla sceneggiatura e mettere la sua maestria attoriale – quella osannata da Jack Lemmon e studiata da De Niro e da altri attori americani – al servizio di cinismo, opportunismo, spavalderia, approssimazione, superficialità.


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L’attrice israeliana Haya Hararet, Alberto Sordi e Silvana Mangano (AP-PHOTO)

Talmente bravo e convincente, insomma, da essere riducibile a un vigliacchetto, un borghesuccio senza qualità, “macchiettaro” per antonomasia: ma forse è vero soltanto che nulla infastidisce più di un nostro difetto addosso ad un altro, e che siamo ancora troppo emotivamente coinvolti, nel bene e nel male, per apprezzare l’attore in tutte le sue sfumature artistiche. Al di là dell’ingeneroso e infondato sospetto di tirchieria, fu un uomo ironico, un po’ sopra le cose e al contempo profondo, osservatore appassionato e sempre un po’ amaro dell’animo umano, sereno in quegli aspetti che la sua epoca non capiva, tipo non essersi sposato per non mettersi “un’estranea in casa”, a mezzo metro da terra e da invischiamenti vari – la finta ideologia, il mezzo valore gridato e mai vissuto, le mezze scelte. “Sono un eterno fidanzato, è vero. Dapprima vivevo a casa dei miei genitori, poi con due sorelle nubili che stravedevano per me. Quindi, allorché ero già conosciuto, circondato da amici. Sempre pensai che le fidanzate sono ottime per tutto, tranne che per conviverci”, diceva, come uno che aveva capito moltissimo dell’umanità e del vivere ma che taceva su molto perché «e che voi capì, tu, va’ bello mio, va’»: romanità mercuriale che ricorda la leggerezza delle Lezioni americane di Calvino, monumento di aria e sole.

Nato a Roma il 15 giugno del 1920 da Pietro, musicista nell’orchestra del Teatro dell’Opera, che lo portava ai concerti, e da Maria Righetti, maestra elementare, ultimo di quattro figli, solo agli inizi della sua carriera poco convintamente avanzò l’idea di andar via di casa. «Una sera, mentre si cenava, dichiarai: “io sono attore, adesso dovrei andare a vivere da solo”; mia madre mi disse “ma ‘ndo vai?!”». Le sorelle gli facevano recitare poesie nelle riunioni di famiglia, confermando così la sua convinzione di essere nato per fare l’attore; ma non comico: «Mai guardato ai comici: volevo diventare Gary Cooper». Con loro visse, circondato da mobili d’antiquariato e oggetti preziosi, nella villa nei pressi delle Terme di Caracalla un tempo appartenuta ad Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, che oggi ospita il Museo a lui dedicato: la grande villa rossa che tanti bambini romani passando di lì si vedevano additata dai loro genitori – “Questa è la casa di Alberto Sordi!”: perché “Albertone” questo era, uno di famiglia, che si ama e talvolta può darsi che si detesti, senza però mai metterlo in discussione; uno dei simboli di Roma, forse il secondo subito dopo il Colosseo.


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Alberto Sordi durante il III Rally del Cinema abbraccia le sorelle Savina e Aurelia, che bacia sulla guancia. 1965

Gli inizi come attore furono molto faticosi e “avrebbero indotto tutti a rinunciare alla lotta, invece io continuai imperterrito, perché questo era il lavoro che volevo fare”; amante del cinema fin da quando, all’età di sei anni, in un concorso di bellezza per bambini vinse una tessera annuale per entrare gratis nell’unica sala del quartiere Trastevere, dove era nato, fece parte del coro della parrocchia di Santa Maria in Trastevere e successivamente del coro delle voci bianche della Cappella Sistina fino al momento in cui, a dieci anni, da un giorno all’altro gli venne la voce da basso: “Questo fatto mi fece pensare che sarei diventato un grande cantante”. Scartato a 15 anni dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano per il suo marcato accento romano, che gli faceva pronunciare «guera» e «fero», nel corso degli anni Trenta esordì nella rivista con Aldo Fabrizi, che inizialmente non amò affatto. Proseguì durante e dopo la guerra lavorando anche con Garinei e Giovannini. Tracce di questa esperienza in un suo film da regista, Polvere di stelle, del 1973. Doppiatore dal 1937 di Oliver Hardy, l’Ollio del celeberrimo duo comico statunitense, proseguì la carriera in film drammatici come Il massacro di Fort Apache di John Ford o Notte senza fine di Raoul Walsh, dove doppia Robert Mitchum, e prestando la voce al giovanissimo Mastroianni in Domenica d’agosto di Luciano Emmer.

Nel 1947 divenne la voce del programma radiofonico Vi parla Alberto Sordi, scritto con il giovanissimo Ettore Scola e il dirigente RAI Vittorio Veltroni; in questa trasmissione presero corpo le macchiette di Mario Pio, ispirato alla giornalista e conduttrice radiofonica Maria Pia Moretti, del Conte Claro e di quel compagnuccio della parrocchietta (nato in realtà in teatro negli anni Trenta) che gli offrì la possibilità di interpretare nel 1951 il film prodotto da Vittorio De Sica Mamma mia che impressione!, co-sceneggiato con Cesare Zavattini e caratterizzato da una comicità ancora “di situazione”, inadatta per il pubblico cinematografico dell’epoca: il film fu un insuccesso e Sordi, da quel momento e per qualche anno, fu considerato da produttori ed esercenti uno iettatore. Sempre del 1951 è Totò e i re di Roma di Steno e Mario Monicelli, l’unico film in cui lui e Totò compaiono insieme.

A salvarlo in quel momento difficile della sua carriera fu l’amico Federico Fellini: memore del periodo in cui con Sordi erano, come raccontava spesso quest’ultimo, “senza un lira” e facevano lunghe passeggiate la sera sognando di diventare uno un grande attore e l’altro un grande regista, forse “il più grande del mondo”, Fellini lo volle nel 1952 per interpretare il divo dei fotoromanzi Fernando Rivoli ne Lo sceicco bianco, un altro insuccesso clamoroso per cui entrambi rimasero molto male, destinato comunque a restare nella storia del cinema, come modello, forse, di Woody Allen ne La rosa purpurea del Cairo.

Sempre con Fellini girò I vitelloni, film che ebbe un grande successo alla Mostra del cinema di Venezia del 1953 e valse a Sordi il Nastro d’argento 1954 come miglior attore non protagonista e un posto indimenticabile nella storia del cinema e persino, in forma di gif, negli smartphones del XXI secolo. Poco prima de I vitelloni, Sordi aveva recitato nel film a episodi Un giorno in pretura di Steno, in seno al quale nacque il personaggio del giovanotto romano innamorato del mito americano Nando Meniconi (o Meliconi o addirittura Moriconi: la pronuncia è spesso confusa), che divenne nel 1954 Un americano a Roma.

Ma l’evento più importante del 1953 fu l’incontro con Rodolfo Sonego, che sarebbe divenuto amico, co-autore e – per citare il bellissimo libro di Tatti Sanguineti – il “cervello” dell’attore romano. Con Sonego, dirà Sordi in numerose occasioni, «Cominciava un genere nuovo che faceva ridere con cose realistiche […] un genere demolitore, il genere mio». In realtà, “cose realistiche” nel cinema italiano c’erano state già con Totò cerca casa (1949) e Guardie e ladri (1951), ma fu Sordi che, rubando le caratteristiche e i tic a personaggi presi dalla strada e incontrati nei bar, cominciò a far ridere – come disse Mario Monicelli a proposito della sua peculiare creatività – “con delle caratteristiche negative, francamente un po’ abbiette”. Giocava con la bassezza umana senza mai apertamente condannarla, e fu questa caratteristica, forse, a guadagnargli il celebre giudizio di Franca Valeri, la quale disse che era “insondabile”.

Nel biennio 1954-55 interpretò venti film, e il ritmo non rallentò almeno fino agli anni Sessanta. Rispettivamente nel 1959 e nel 1960 arrivano i due capolavori La grande guerra di Mario Monicelli e Tutti a casa di Luigi Comencini, in cui l’attore si espresse in molti registri espressivi, tanto più che aveva partecipato alla seconda guerra mondiale, di cui amava ricordare, nelle interviste, un episodio: «Una mattina alle 5:30 sveglia, perché partiva il reggimento. […] Il treno parte. Si erano dimenticati di agganciare la tradotta di viveri, siamo stati un giorno e mezzo in treno senza mangiare niente, a digiuno e siamo arrivati a Mentone. Era la prima linea, a un chilometro si sentiva il cannone che sparava. […] Il maestro ci cercava da qualche giorno […] Nessuno ci aveva detto che noi non dovevamo salire in treno. […] Mi sentii responsabile, ma responsabile lo era solo la guerra: chi vuole la guerra è un matto». Risuona forse, questa consapevolezza, nella battuta finale de La grande guerra, quando Oreste Jacovacci, andando incontro alla fucilazione e cercando fino all’ultimo di salvarsi la pelle grida: “Io so’ ‘n vijacco, lo sanno tutti che so’ ‘n vijacco”: lì c’è tutto il suo personaggio, tutta l’amara ironia con cui Sordi guardava la vita e gli esseri umani. Il suo rovescio, il capitano Blasi: uno straccione “umiliato, vinto, battuto” che sfila davanti a David Niven ne I due nemici e che poi – di fronte all’onore delle armi – risorge in un sorriso dolente. Nel suo “ciao” ci sono la prigionia, le macerie, la miseria di un paese con le spalle al muro.

Nel 1961, ormai all’apice del successo, interpretò soltanto due film, entrambi indimenticabili: Il giudizio universale di De Sica, in cui impersonava un mercante di bambini, e Una vita difficile di Dino Risi. Molti film in quegli anni venivano scritti per lui – Il sorpasso nel 1962 e I mostri del 1963, per esempio, entrambi di Risi – ma Sordi non poteva né voleva girarli tutti, e questo fu la fortuna di Gassman, Tognazzi, Manfredi. Arrivano Mafioso, di Alberto Lattuada, Il boom di De Sica, Il maestro di Vigevano di Elio Petri. Tra i tanti, meno noto è Il diavolo, di Gian Luigi Polidoro, un road movie sulle avventure di un donnaiolo italiano in Svezia, girato senza copione, su situazioni vissute nella realtà, a cui l’attore e Sonego pensavano da molto tempo. Nel 1965, per l’episodio de I complessi dedicato a Guglielmo il dentone, si deformò la dentatura, e creò un altro personaggio indimenticabile. Di lui Vittorio De Sica disse: “Sordi è riuscito a mettere in mostra il lato storto, ridicolo del carattere italiano e l’ha colpito. Ha fatto della satira che molti considerano crudele; secondo me invece questa crudeltà nasce da una forza morale. Sordi è un uomo che ha sofferto molto, ha quasi patito la fame, ha fatto mille mestieri prima di arrivare, e questo lo ha arricchito di istinti buoni, umanitari. È un attore comico che ha dentro un’amarezza che s’indigna di fronte ai vizi e vorrebbe che non esistessero. Allora colpisce e gode a frustare e, pur facendo della satira un po’ cattiva, moralizza.”

Dal 1966, la regia: Fumo di Londra, Scusi, lei è favorevole o contrario? sul dibattuto tema del divorzio; fino al 1998, un totale di sedici lungometraggi e due episodi. Regista troppo veloce e autoreferenziale, assieme a Giancarlo Governi, Sonego e Tatiana Morigi, dal 1979 al 1986 realizzò tuttavia il bellissimo programma televisivo Storia di un italiano – e quindi di un Paese – raccontata attraverso il montaggio di spezzoni di tutti i suoi film. Nel frattempo, continuò a dare magnifiche prove attoriali diretto da registi di talento e di fiducia: nel 1968 Il medico della mutua di Luigi Zampa e Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola, di cui va almeno ricordato, nell’ultimo quarto d’ora, il memorabile duetto con Nino Manfredi. Con Manfredi protagonista recitò anche l’anno successivo in Nell’anno del Signore di Luigi Magni, dove interpretò il cammeo del frate che deve far pentire i due carbonari condannati a morte.

 

Gli anni Settanta furono anni di film e personaggi ormai lontani dalla commedia all’italiana: Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy, Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, ma soprattutto Un borghese piccolo piccolo e I nuovi mostri, entrambi del 1977, entrambi di Mario Monicelli (quest’ultimo a episodi, per la regia, anche, di Dino Risi e Ettore Scola). Sordi, con l’acume del grande interprete che era, definì il borghese piccolo piccolo Vivaldi un “mostro”, dentro fino al collo in “una violenza che annulla gli altri e lui stesso quando il sipario della sua mediocre rappresentazione (l’unica che sappia fare) è strappato dal colpo di pistola”: ecco l’interprete puro di cui parlava Sonego quando diceva che Alberto “avrebbe fatto qualunque cosa per il personaggio”. 

Negli anni Ottanta vi furono la regia di Io e Caterina, Il marchese del Grillo di Monicelli e il suo In viaggio con papà con Carlo Verdone. Nanni Moretti, allora all’inizio della carriera, in un momento in cui la sinistra italiana si dava a demolire il qualunquismo italiano incarnato dai personaggi dell’attore, gli riservò piuttosto ingenerosamente in Ecce Bombo la famosa battuta «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?». Dopo il don Abbondio nello sceneggiato televisivo I promessi sposi e il Romanzo di un giovane povero di Scola, nel 1998 diresse Incontri proibiti, con Valeria Marini, sua ultima apparizione cinematografica e fischiatissimo alla 55ª edizione della Mostra del cinema di Venezia. Nel 1994 aveva curato la regia del non memorabile Nestore, storia di un cavallo anziano destinato al macello, una riflessione sulla vecchiaia come anche, almeno nelle intenzioni, Incontri proibiti. Nacque, dal film, il “Progetto Nestore”: un pensionato per cavalli anziani in una località chiamata Castel di Guido, vicino Roma. Sordi, del resto, aveva sempre amato gli animali, i cani in particolare: ne aveva avuti diciotto e, ogni volta che ne moriva uno, lo seppelliva in giardino, e sopra la terra piantava una rosa di un colore diverso.

Molti i progetti non realizzati, di cui il Fondo Sordi, ospitato presso la Cineteca nazionale di Roma, conserva materiali preziosi; quello a cui teneva di più, come raccontò in un’intervista del settembre 1967 rilasciata a Carlo Laurenzi sul Corriere della Sera, impersonare Benito Mussolini. In Alberto racconta Sordi, uscito a maggio per Mondadori, la giornalista Maria Antonietta Schiavina racconta che Sordi aveva dovuto abbandonare l’idea per le minacce che gli erano arrivate dal Sud America. Negli ultimi anni della sua vita apparve in qualche ospitata televisiva; il 15 giugno 2000, suo ottantesimo compleanno, l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli gli rivolse omaggio affettuoso cedendogli la poltrona per un giorno.

Morì a Roma il 24 febbraio 2003. Durante gli affollatissimi funerali nella basilica di San Giovanni in Laterano, Gigi Proietti lesse un sonetto che finiva così: «Starai dicenno “ma che state a fa’? / Ve vedo tutti tristi, ner dolore” / E c’hai ragione: tutta la città / sbrilluccica de lacrime e ricordi / che tu non sei soltanto un grande attore / tu sei tanto de più: sei Alberto Sordi».

6 risposte a "Ce lo meritiamo, Alberto Sordi?"

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  1. Mettere in fila i capitoli di una carriera come quella di Alberto Sordi è tutt’altro che cronachistico. È la somma di tutto il sentire, di tutto il costume che ha attraversato questo povero paese.

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