Troppo forte, di Carlo Verdone (1986)

di Andrea Lilli –

Già un anno dopo l’esordio da attore (La luna di Bertolucci, 1979), la carriera di Carlo Verdone regista di sé stesso inizia veloce: dal 1980 al 1986 dirige sei film, tutti ottimi incassi al botteghino. Il sesto è Troppo forte, definito da Verdone “una parentesi divertente, un film di passaggio”. In realtà è l’ultimo con cui sfrutta, raschiando il fondo e rischiando di ripetersi, quel fortunato repertorio di tipi romani che lo aveva lanciato come comico nei varietà televisivi. Il film successivo Io e mia sorella (1987) segnerà una svolta, per una scelta di lungo periodo a favore di storie meno farsesche, di tòpoi narrativi universali in continuità con il genere della commedia all’italiana, allargando i confini anche linguistici dei copioni.

Troppo forte è anche, in qualche modo, la risposta di Verdone allo strapotere americano nelle sale di quegli anni, invase dai colossi barbari Rambo, Rocky e Terminator. I muscoli palestrati di Stallone e Schwarzenegger avevano conquistato città e periferie, lo schermo bianco di ogni angolo di mondo era ostaggio di ascelle sudate, sguardi truci, psicopatologie abnormi, moralismi ipertrofici. Intorno alla metà degli anni Ottanta, adulti e bambini, intellettuali e borgatari, romanisti e laziali, fedeli di ogni credo sembravano inermi di fronte a quell’inaudita turboamericanizzazione dell’immaginario collettivo. Qualcuno volle contrapporsi con antidoti ironici, soft ma a lungo effetto. Carlo Verdone raccolse la sfida, e la vinse. Almeno per un po’: nella sua prima settimana di programmazione, Troppo forte fu il film più visto in Italia. Del resto, insieme a Verdone, la sceneggiatura è firmata da nomi di calibro pesante che erano già una sicurezza: Sergio Leone, Rodolfo Sonego e Alberto Sordi, quest’ultimo anche nel ruolo cruciale dell’avvocato pazzo.

Oscar(e) Pettinari, bulletto dal buon cuore, di professione aspirante attore, single, sovrappeso, di scarse risorse economiche – l’unico bene è una moto Yamaha 750 in odore di pignoramento – setaccia regolarmente Cinecittà alla ricerca di un posto da comparsa. È un Nando Mericoni (Un americano a Roma, 1954) rivisto e aggiornato: un mitomane infantile sedotto dalle favole americane: in casa espone religiosamente i poster dei film sopra citati, sul serbatoio della moto campeggia la scritta Born in the U.S.A., porta l’aquila yankee sulla cintura e croci americane su anellone e pendaglio. Lo accompagna un branco di coatti autentici, tra cui spicca l’eccellenza genuina di Quinto Gambi (nel ruolo di Gentilone), ispiratore e controfigura di Tomas Milian per il personaggio del Monnezza. In confronto l’attore Verdone è un pivellino, nei panni del bullo. Per la cronaca, il pescivendolo Quinto Gambi è stato commemorato pubblicamente nella sua Tormarancia il 15 novembre, a tre anni dalla scomparsa.

Una base culturale? Ma de che! Tu l’unica cosa che hai letto è la schedina, e quando l’hai copiata l’hai pure sbagliata. Ma che te stai a ‘nventà!”

Mentre gli amici sono ceffi veraci e trovano facilmente lavoro da figuranti, Oscar si ritrova con un viso troppo buono, insignificante. “IO ci ho la faccia da buono??!!“. La faccia ‘da bambacione’ è la sua dannazione. Unico scartato per il casting del film americano I figli del pianeta nero, medita la vendetta per l’onta subita. La trova, o quasi, per mezzo del sedicente avvocato Giangiacomo Pigna Corelli in Selci (Alberto Sordi), tipo stralunato che lo convince a truffare il produttore americano con la simulazione di un incidente stradale. Il piano potrebbe riuscire, ma nel tentarlo Oscar conosce e si porta a casa Nancy (Stella Hall), l’affascinante protagonista del film in lavorazione. La rivalsa onerosa sugli americani è frenata dalla bellezza dell’americana: entrambe sembrano solo sogni, ma Oscar avrà a portata di mano l’una e l’altra, prima di retrocedere in un tipico finale verdoniano.

Nonostante il buon successo commerciale, Verdone non si mostrerà mai del tutto soddisfatto di Troppo forte, e in particolare si lamenterà della prova sopra le righe di Alberto Sordi, imposto dal produttore Caminito per un ruolo, quello dell’avvocato squilibrato, che invece il regista voleva destinare a Leopoldo Trieste, attore controllabile e meno dominante. Sordi e Verdone avevano già recitato insieme in In viaggio con papà (1982), film diretto da Sordi, che aveva intuito le potenzialità di uno dei suoi più validi eredi artistici. Carlo restituiva il favore e comunque, anche con questo film, ha sempre riconosciuto a Sordi una paternità artistica indiscutibile.

“Più che una figura legale, lei per me è una figura paterna”

Per amor di giustizia, insieme al difetto ‘per eccesso’ della prova di Albertone, va detto che quella di Verdone stavolta non è del tutto attendibile. Sarà che Carlo non riesce a dimenticare la propria estrazione familiare, la laurea a pieni voti in lettere moderne, ma un coatto – per quanto sia civile – quando parla coi colleghi non userebbe mai parole come ‘amplesso’ e ‘crepuscolare’, e certe imbranataggini (la paura di volare in aereo, il panico per la ragazza svenuta, la cipolla strappalacrime) non sono proprio verosimili.

Troppo forte ha valore pure come documento d’epoca. Ricco il modernariato, la galleria di cose del 1986 d.C. che non esistono più: il flipper, il giocatore erotico di flipper, il telefono pubblico a monete e gettoni, le scope di saggina, la schedina Totocalcio, i titoli del Corriere dello Sport su Cerezo, Ancelotti, Graziani e Viola (per i romanisti), le balle sesquipedali raccontate a capannello come l’epica palude del caimano (per tutti), il vento il fresco gli odori e i rumori della moto senza casco per Roma e dintorni.

Ma non sentirti troppo vecchio per questo, e tanti tanti auguri Carlo Verdone.


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