Caro diario, di Nanni Moretti (1993)

di Andrea Lilli –

Un film in tre episodi, nato quasi per caso: “Volevo fare solamente un cortometraggio. Era agosto, ero a Roma. Mi piaceva andare in giro in Vespa per la mia città e mi è venuto in mente di farci un filmino“. Poi le discese della Vespa ripresa in campo lungo tra le curve ombreggiate del Gianicolo e gli stretti rettilinei di Monteverde si evolvono in qualcos’altro e il filmino arriva a Cannes, a prendersi il premio per la miglior regia.

Ogni volta che arriva il caldo dell’estate e con la chiusura delle scuole Roma comincia a svuotarsi, si ripetono le atmosfere dei primi due capitoli di Caro diario: città deserta (In Vespa), transumanza del senatus populusque romanus verso i mari del Sud (Isole). Il terzo episodio (Medici) è un quattro stagioni, diciamo così, ma di fatto ai romani di una certa età e di religione vespista è questo il film che torna in mente in estate, così come in altri cinefili stagionati la memoria potrebbe riportare le scene di Un sacco bello (Verdone 1980), Il sorpasso (Risi 1962), Domenica d’agosto (Emmer 1950), o altre ancora più antiche.

Nell’arco cronologico dei tredici lungometraggi non documentari realizzati da Nanni Moretti come regista, sceneggiatore, produttore e attore, da Io sono un autarchico (1976) all’ultimo Tre piani (pronto da un anno, in uscita tra poche settimane a Cannes), Caro diario è il settimo, in posizione centrale. Ma non è solo tale collocazione a fare di questa pellicola una chiave di volta del cinema di Moretti. Oltre al fatto che da qui in poi i suoi film sono diventati coproduzioni italo-francesi, e che a partire da questo copione è sparito l’alter ego Michele, a renderlo determinante, a farne un film-manifesto è proprio il titolo: Caro diario sembra infatti un’epigrafe posta idealmente in testa all’opera omnia, la definizione sintetica e perfetta dell’intera filmografia del cineasta romano, nato in Val Pusteria durante una vacanza – appunto – agostana dei suoi genitori.

Questo è dunque un film-etichetta, diciamo così, che conferma e certifica come tutto il cinema di Nanni Moretti sia in effetti un diario personale, un’autobiografia in divenire: perché in ogni sua pellicola Nanni si racconta, si mostra e si scopre rappresentando storie, figure e ambienti della sua vita reale: case, strade, quartieri, familiari, amici, che spesso vengono inquadrati, coinvolti. E saldati in modo inestricabile alle costruzioni immaginarie del regista. Il titolo in francese è Journal intime, dove l’aggettivo ‘intimo’ rende meglio di ‘caro’ il legame tra Moretti e il suo modo di fare cinema.

Aspettando Tre piani, 2021

Le fiction di Moretti, anche quelle in cui smette i panni di Michele (Apicella: il cognome della madre) e fa il prete (La messa è finita), o lo psicanalista (La stanza del figlio, Habemus Papam), o il giudice eccetera, sono specchi in cui quest’uomo in perenne ricerca di sicurezze nel rapporto con sé e col mondo si guarda, si smonta e si ricostruisce davanti a noi. In modo provocatorio, spesso impudico, talvolta narcisistico, con punte di civetteria. Ma per fortuna le sue autoproiezioni, gli sfoghi monologanti sono sempre sorretti da una solida autoironia, grazie a cui questo abnorme egocentrismo viene alleggerito e reso digeribile. È da 45 anni che noi spettatori stiamo a tale gioco di specchi, partecipi alle autoriflessioni di Moretti nella misura in cui (ops, una locuzione anni ’70) il suo mondo riproduce o almeno intercetta il nostro. In qualche modo ci siamo affezionati, come alle visite saltuarie di una vecchia conoscenza, un compaesano che tanto tempo fa, non tantissimo, prima di noi, girava per le nostre strade, frequentava gli stessi bar, le stesse edicole, respirava l’aria e i virus con cui noi pure siamo cresciuti.

Come detto, gli appunti di questo diario si coagulano in tre episodi.

1. IN VESPA

“VOI, gridavate cose orrende e violentissime nei vostri cortei, e VOI siete ora imbruttiti. IO gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne.”

A Nanni Moretti vagare in Vespa per le strade deserte di Roma piace un sacco, almeno quanto farsi vedere mentre zigzaga sul suo scooter: tutta sua la città, Roma Nord, soprattutto, ma anche la Garbatella, i sottopassaggi del lungotevere. Guarda in alto, osserva gli attici. Attacca bottoni con malcapitati al semaforo, sui muretti, in un gruppo che balla il merengue. Voli d’uccello rapace su Spinaceto e Casalpalocco. Si ferma in un cinema desolatamente vuoto; vede e commenta a modo suo un malinconico film italiano. Vede poi Henry, un film horror, ma veramente orrendo. Immagina un doveroso reclamo presso il critico cinematografico responsabile di una recensione positiva (spassoso il cameo di Carlo Mazzacurati). Incontra e interroga Jennifer Beals, la protagonista di Flashdance. Il pensoso girovagare tra realtà e immaginario termina ad Ostia, nel degrado del luogo in cui è stato massacrato Pier Paolo Pasolini, con le note del Köln Concert di Keith Jarrett. I commenti musicali sono ben studiati in Caro diario, anch’essi memoria storica da mantenere. Le musiche originali sono invece di Nicola Piovani.

2. ISOLE

Nanni Moretti, Renato Carpentieri (Gerardo): isole nella corrente elettrica (quando c’è)

Moretti deve scrivere il suo prossimo film. Parte per le isole Eolie, con una borsa piena di appunti e articoli di giornale, cerca silenzio e concentrazione. A Lipari vive da anni il suo amico Gerardo, da solo e senza tv, assorbito totalmente dallo studio dell’Ulysses di Joyce. Però Nanni trova troppo traffico, troppi clacson, troppo rumore. I due si trasferiscono nella seconda isola, Salina; durante la traversata Gerardo inciampa in una puntata di Beautiful, trasmessa dalla tv del traghetto. Il dramma di Salina è la tirannia dei figli unici sulle famiglie dei coloni. Comandano loro, hanno in pugno il telecomando, il telefono e i genitori. I due amici tentano la carta di Stromboli. Li aspetta il sindaco, un logorroico e inquietante visionario. Gerardo nel frattempo è in crisi d’astinenza, non solo da Beautiful, ma anche da Chi l’ha visto? e Una rotonda sul mare. Vanno a Panarea: il tempo di sbarcare, accolti da una minacciosa organizzatrice di eventi mondani, e rimbalzano verso Alicudi. Sarebbe l’isola ideale: priva di strade, acqua corrente ed elettricità, abitata solo da chi ripudia il caos della civiltà dei consumi. Ma Gerardo non può più farcela, siamo in piena rivoluzione berlusconiana: “Come si fa a vivere senza tv?“.

3. MEDICI

Nanni Moretti girò il film un anno dopo la fine della chemioterapia per un tumore Hodgkin, fortunatamente andata a buon fine. Nell’ultima pagina di questo diario, il Moretti flâneur a due ruote e quello in cerca di silenzio cedono la scena al malato vittima di specialisti incapaci. Nanni si filma mentre esegue l’ultima seduta di chemio, e racconta come abbia sofferto a lungo – di prurito persistente, sudorazione, dimagrimento – senza capire perché. Prima di arrivare alla diagnosi giusta, intuita da un non specialista e peraltro desumibile consultando semplicemente le voci dei sintomi in una garzantina medica, si rivolge a un plotone di dermatologi, allergologi, immunologi, professori titolati; accumula un intero scaffale di farmaci differenti; tenta terapie alternative: agopuntura, riflessoterapia, mare senza spogliarsi, bagni in brodi vegetali. Inutilmente. Morale: la medicina non è una scienza esatta, ma molti professionisti ostentano infallibilità senza ascoltare davvero ciò che dice il paziente. Seconda morale: Nanni Moretti declina in modo tutto suo lo slogan degli anni ´60 “Il personale è politico”: per lui è cinematografico. Immergersi nel cinema è la sua migliore terapia.


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