Un tranquillo posto di campagna, di Elio Petri (1968)

di Bruno Ciccaglione

Un’esplosione di colori e suoni che proviene direttamente dal genio creativo e folle di un pittore di arte contemporanea, un’atmosfera malata in cui si mescolano perversamente consumismo, erotismo mercificato e pulsioni omicide, le illusioni di un ritorno alle origini per un’arte completamente asservita al sistema di potere dominante: Un tranquillo posto in campagna è questo e molto di più.

Circondato da una quantità delle più innovative macchine elettriche per uso domestico e debolmente legato ad una sedia. Così ci viene presentato l’artista all’inizio del film

Dopo il buon successo di A ciascuno il suo, che segnava una svolta nella sua carriera con la messa a punto del gruppo di collaboratori con cui realizzerà straordinari capolavori, prima dei tre film sulle nevrosi che ne segneranno il successo mondiale (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso e La proprietà non è più un furto), Elio Petri sorprende tutti realizzando un film diverso, che oscilla tra generi insoliti per il cinema d’autore, come l’horror e il film sperimentale, mettendo in scena un pittore di arte pop, interpretato da Franco Nero, in piena crisi creativa ed esistenziale.

In realtà il soggetto di Un tranquillo posto di campagna risaliva a 4 anni prima e Petri l’aveva scritto assieme a Tonino Guerra, un altro dei compagni dell’esperienza che coinvolgeva tanti giovani attorno alla figura di Giuseppe De Santis (tra loro anche Gillo Pontecorvo, Giuliano Montaldo, Citto Maselli). Tra quel gruppo di giovani cineasti che faranno il cinema italiano del dopoguerra, Petri, che pure non ha una formazione ortodossa ma è un famelico divoratore di libri, è tra i pochi ad avere un interesse e a sviluppare una conoscenza approfondita del mondo delle arti figurative e soprattutto della pittura. Non casualmente nei titoli di testa del film si alternano i dipinti di Bacon, Giotto, Goya, Rembrandt, Courbet, Delacroix, David, Magritte. Ma in generale la grande passione per la pittura è un tratto molto riconoscibile nel suo modo di costruire ogni inquadratura in ogni film e qui particolarmente evidente.

La specificità del soggetto dava inoltre una centralità particolare ai colori (il rosso è il colore più forte ed evidente, evoca il sangue e concorre all’atmosfera horror di molte sequenze) e offrirà al direttore della fotografia Luigi Kuveiller l’opportunità di un lavoro così ricco da fargli vincere l’Orso d’Argento per la migliore fotografia a Berlino.

Conoscendo bene il mondo dell’arte contemporanea, Petri la elegge a simbolo delle contraddizioni in cui l’artista opera nel mondo neocapitalistico. Quando il protagonista Leonardo Ferri (Franco Nero), affermato pittore, discute con la moglie-manager Flavia (Vanessa Redgrave) della propria insofferenza verso le logiche della speculazione o della borsa e lei gli chiede per quale motivo allora, le imponga dei prezzi altissimi per i suoi quadri, l’artista risponde: “Sono obbligato a rispettare le leggi del mercato, io le subisco, non posso cambiarle”.

La storia è quella di un artista che, resosi conto della mercificazione della propria arte, vive una crisi psicologica sempre più profonda e tenta di fuggire da quel mondo che ne corrompe l’autenticità, rifugiandosi in campagna per ritrovare la sua ispirazione. Sceglie una vecchia e mal conservata villa padovana, dove però vive il fantasma – almeno nei deliri del pittore – di una giovane di famiglia aristocratica, uccisa lì ai tempi della guerra, con cui l’artista entra in una relazione ossessiva e malata, fino ad impazzire e dover essere rinchiuso in una clinica.

Le foto di Wanda, la giovane contessa uccisa nella villa in tempo di guerra, concorrono ad alimentare l’ossessione del pittore

Come ricorda Petri in una intervista, erano gli anni in cui “si parlava molto dell’alienazione, tipica della ricerca antonioniana, della restaurazione neocapitalista. Si può parlare di una vera schizofrenia dell’uomo moderno”. Come spesso gli accade (era avvenuto già con il professor Laurana di A ciascuno il suo e accadrà spesso con i nevrotici protagonisti dei suoi film successivi), Petri riconosce nella crisi del protagonista del suo film la propria stessa crisi, la propria stessa alienazione di uomo che professa idee tipiche della sinistra rivoluzionaria, ma che partecipa, sia pure indirettamente, sul piano dei privilegi e del guadagno, al sistema. “Per il momento è una faccenda solo morale. Ma è una situazione da schizofrenia”, dirà di sé in una intervista Petri. Ma è questo mettersi in gioco direttamente a conferire una particolare autenticità al racconto.

Vanessa Redgrave e Franco Nero in una scena del film

In questo senso il film è una sorta di critica “dall’interno” dell’arte borghese, che ha tentato di rivoluzionare le forme e i propri mezzi espressivi, ma in cui l’artista a un certo punto si rende conto di essere prigioniero della produzione in serie. Leonardo/Nero, rifugiandosi nella villa veneta crede di ritrovare dunque una visione romantica del proprio sguardo e non a caso a illuderlo è un fantasma erotico che lo strega – quello della giovane contessa Wanda uccisa in quella casa – e che lo ossessionerà fino al punto di non  ritorno.

Una delle apparizioni di Wanda

Straordinarie le interpretazioni degli attori principali, Franco Nero – che pare sia stato scelto da Petri dopo aver tentato invano di avere Jack Nicholson – e della compagna dell’attore italiano dell’epoca, Vanessa Redgrave.

Franco Nero fa un lavoro straordinario, mostrandosi completamente a suo agio nel mettere in scena le tecniche di preparazione delle tele e di esecuzione performativa dei quadri, frutto di un lavoro molto accurato. Petri si era recato negli Stati Uniti e aveva documentato con una cinepresa 16 mm il lavoro di uno dei più importanti artisti della scena pop dell’epoca, Jim Dine. Di Dine sono i quadri originali che appaiono nel film. Il pittore fu poi ingaggiato dalla produzione e si rese disponibile a mostrare il suo modo di lavorare all’attore. Franco Nero con la sua fisicità esplosiva ed atletica, risultò davvero credibile e affascinante. Nero dirà: “Devo dire che fu un’esperienza durissima, molto dura, però bellissima!”

Jim Dine, Franco Nero e Elio Petri in un incontro preparatorio per il film

Con Redgrave i problemi furono maggiori. L’attrice recitò in inglese e fu poi doppiata, ma più volte si lamentò del fatto che i testi in inglese non fossero accattivanti come gli originali in italiano. Come l’attrice racconta in una intervista, Petri a un certo punto sbottò: “Me ne frego del testo! Tutto il film è contenuto nelle immagini!”. Alla fine la interpretazione dell’attrice si rivela sottile e ricchissima, nel mettere in scena contemporaneamente la vittima delle pulsioni violente dell’artista – o del fantasma di Wanda – ma anche la cinica manipolatrice che alla fine avrà il completo controllo del suo “produttore di arte”. Del resto l’erotismo dei due protagonisti è un erotismo tipicamente freudiano in cui Flavia e Leonardo alternano confusamente istinti e ambizioni carnali con momenti chiaramente materni di fronte alla regressione del protagonista (più volte lei gli dice: “Vieni dalla mammina!”)

Un tranquillo posto di campagna è anche il primo film di Petri con Ennio Morricone e il loro rapporto si rivelerà decisivo per entrambi (dopo aver cambiato il compositore ad ogni film, Petri sceglierà Morricone per tutti i film successivi). Morricone, sia come compositore che come componente del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, crea una colonna sonora in cui i suoni realisti frutto dei momenti di delirio del protagonista – gli oggetti scaraventati a terra nello studio del pittore, i colori della pittura che schizzano ovunque, i pennelli che cadono ecc –  si intrecciano con i suoni sperimentali e improvvisati, in un equilibrio che il missaggio ha saputo preservare. Sin dai titoli di apertura la presenza di questi suoni a volte inarticolati, a volte infantili, concorre a creare una atmosfera inquietante e affascinante (se ne ricorderà bene Dario Argento per il suo esordio due anni più tardi).

Petri chiude il film con la soluzione del giallo riguardante la morte della giovane contessa Wanda, il fantasma che ha portato alla follia ormai definitiva il pittore Leonardo, che ritroviamo nel finale chiuso in una clinica psichiatrica, completamente asservito alla produzione seriale di quadretti standardizzati, per la soddisfazione della moglie-manager Flavia, che ne gestisce economicamente la fortuna. Per l’artista borghese, Petri non riesce a vedere una via di uscita che lo recuperi alla sua libertà.

Il film è disponibile su Mubi.

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