E… ora qualcosa di completamente diverso (UK 1971), di Ian MacNaughton

di Andrea Lilli –

Il primo lungometraggio del gruppo Monty Python conta oltre cinquanta primavere ma non ha perso nulla della sua carica comica. Ci è tornato in mente per la sua geniale barzelletta più divertente del mondo, soluzione perfetta e disarmata per annientare gli eserciti più virulenti.

L’attenzione sarcastica sul mondo militare è frequente nella pellicola, e del resto è un carattere genetico del sestetto: Monty era il nomignolo del generale Bernard Law Montgomery, vincitore della battaglia di El Alamein nella seconda guerra mondiale, e il padre del leader John Cleese cambiò il cognome originale Cheese quando partì volontario nella Grande Guerra.

Uscito nei cinema italiani il 24 marzo 1972, il film è un’antologia dei migliori sketch del programma televisivo Monty Python’s Flying Circus, trasmesso dalla BBC in seconda serata domenicale per oltre quattro anni, a partire da ottobre 1969. Sono circa trenta episodi tratti dalle prime due serie della trasmissione, diventata subito molto popolare in Inghilterrra. Rigirati a basso costo su pellicola a colori (in TV erano in bianco e nero), in realtà sono poco o per nulla legati tra loro: il nesso è perlopiù la frase E ora qualcosa di completamente diverso pronunciata all’inizio di ogni sketch. L’intento dei produttori, tra cui l’editore di Playboy, era evidentemente commerciale più che artistico: l’obiettivo era di esportare negli USA il successo britannico dei sei comici. La tecnica e il linguaggio cinematografici lasciano dunque a desiderare, ma il divertimento è assicurato.

“Se l’industria cinematografica muore… è Monty Python che l’ha uccisa!”

Ognuno dei sei componenti di Monty Python – Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin – interpreta decine di ruoli nei diversi episodi, farciti e alternati dalle animazioni surreali di Terry Gilliam, inventore di uno stile stravagante e inimitabile. Il film è ricco della sua inconfondibile fantasia grafica, che da qui in poi diventa il marchio di fabbrica della Ditta.

Il primo episodio si intitola autoironicamente Come non essere visti: alcuni malcapitati vengono stanati dai loro nascondigli ed eliminati da feroci cecchini senza pietà né motivo. Seguono i titoli di testa di Gilliam, quindi la scritta THE END, col direttore di scena (Terry Jones) che si scusa per la brevità del film. Tanto per cominciare. Ciò che poi vediamo è una successione di gags in cui i cinque ex studenti di Cambridge e Oxford e l’americano (Gilliam) si divertono a fare ciò che gli pare e piace, e siccome è dissacrare tutto e tutti il loro piacere maggiore, assistiamo alla presa per i fondelli delle autorità di ogni ordine e grado, al rivolgimento dei luoghi comuni, al massacro delle stereotipie. Ecco allora vecchiette che diventano hooligans, neonati bulli, consulenti matrimoniali che profittano dell’impaccio dei mariti, consulenti del lavoro che scoraggiano chi vorrebbe realizzare un sogno, scrittori di manuali linguistici che seminano zizzania per il gusto di vedere l’effetto che fa, autoveicoli che diventano predatori a loro volta predati da gatti più giganteschi di King Kong, venditori di animali che speculano sulla morte dei pappagalli, alpinisti ardimentosi che vedono doppio, gestori di ristoranti esclusivi che precipitano nella depressione o diventano furibondi per un’inezia.

Una figura che riappare, per commentare più volte negativamente il contenuto del film, è un militare pluridecorato e moralista che poi però cade vittima del temibile show televisivo Blackmail, il cui conduttore ricatta coloro che vorrebbero tenere nascosta la propria vita privata. Altri militari si esibiscono in marcette vezzose. Una tendenza gay che si allarga ai poliziotti londinesi e ai boscaioli canadesi, con disappunto dei rangers. Non mancano infine istruttori militari che insegnano a difendersi da assalti di malintenzionati armati di frutta fresca. Assistiamo persino ad un’invasione cinese maoista. Infine, si dà corso all’appassionante girone finale della gara per nominare il rappresentante dell’upper class più imbecille dell’anno. Come ‘da statuto’, la satira anarchica dei Monty Python bersaglia con particolare accanimento le gerarchie, in abiti borghesi o in divisa. E la cosa, oltre a far ridere e sorridere, di questi tempi fa ancora più piacere.


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