La casa di Jack. Il cinema perturbante di Lars von Trier

la casa di jack x

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
(William Blake)

La casa di Jack. Il ritorno di Lars von Trier

La casa di Jack è un viaggio nella coscienza di un serial killer giunto al traguardo della sua esistenza e pronto a ripercorrere i passi salienti del suo operato diabolico, confessandosi al suo alter ego Virgilio, il sommo poeta dell’Eneide, guida che lo conduce negli abissi dell’Inferno. Questo lungo racconto a un anziano personaggio , la struttura a capitoli e le metafore che inarrestabilmente vengono proposte non possono che riportare subito alla mente Nymphomaniac, rendendone La casa di Jack un diretto discendente. Questa volta però il protagonista è un uomo che vive nella celebrazione del male, e l’omicidio è per lui un momento di pura creazione artistica: la bellezza della morte, della distruzione e del decadimento è la sola arte che riconosca tale. L’artista viene designato come l’assassino, la tigre, colui che distrugge senza riguardo per ricercare la perfezione e il sublime. La vittima è l’agnello sacrificale che sarà reso immortale dall’opera d’arte. Jack compie i suoi efferati delitti quasi in preda a un delirio dionisiaco, dopo di che sistema in una posa scenica d’effetto i cadaveri e infine li fotografa, con la sacrale dedizione di un’artista che realizza la sua grande opera, un’istallazione visiva inquietante e raccapricciante.

The House That Jack Built 09 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

In questo film stratificato di concetti Lars von Trier cerca di comprendere attraverso Jack anche la propria arte, al punto da autocitare visivamente i suoi stessi film. A questo legame così stretto tra arte e decadimento (che Jack realizza con la violenza) si aggiunge però un terzo elemento, introdotto da Virgilio, l’amore, costituendo più che una semplice opposizione una triade piramidale al cui vertice c’è l’arte. E se sia la volontà di distruggere che l’amore fossero indispensabili all’arte? Pensando allo stesso Lars von Trier, il regista della cosiddetta “trilogia della depressione”, viene da pensare a una sintesi degli opposti: fa precipitare i suoi personaggi in un mare oscuro di dolore e afflizione, ma non per crudeltà. L’amore e l’empatia che prova nei loro confronti sono più che percettibili, ma solo quella sofferenza può restituire l’essenza della vita ed elevare alla bellezza dell’arte.

È forse per l’importanza di tutti e tre gli elementi che Jack inconsapevolmente è condannato al fallimento artistico: è incapace infatti di provare empatia e dunque amore verso il prossimo. L’assenza di empatia è giustamente designata da Lars von Trier come causa remota del malessere del protagonista e della sua indole da psicopatico, di cui lui è perfettamente cosciente. Le sue nevrosi e il famigerato disturbo ossessivo compulsivo lo accompagnano da sempre, tormentandolo anche durante le sue imprese criminali, generando humour nero ma anche una certa pietà verso Jack.

The House That Jack Built 21 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

The House That Jack Built 19 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

A scandire tutto l’avanzare del film è il dialogo fuori campo tra Jack e Virgilio (il compianto Bruno Ganz), a metà tra un’intensa seduta psicoanalitica e un simposio filosofico. Come preannunciato la tecnica e lo stile sono le stesse di Nymphomaniac, in cui la narrazione dei fatti è interrotta da citazioni artistico-filosofiche e dall’esposizione di metafore e concetti complessi. Un radicale e anticonformista cinema del pensiero. Pochi osano addentrarsi nelle terre misteriose dell’Io quanto Lars von Trier; pochi sono altrettanto pronti a farsi carico delle inquietanti ambiguità umane, dei desideri inconfessabili, delle ossessioni autodistruttive e del pessimismo cosmico. In fondo Lars ci mostra la bellezza e il fascino delle rovine ( il loro valore come Jack dice nel film) e della decadenza. Un fascino che ha sempre messo al centro del suo cinema e che in questo film sembra rivendicare e celebrare.

The House That Jack Built 16 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

Matt Dillon è semplicemente, meravigliosamente, in stato di grazia e fornisce un’interpretazione da brividi che si conferma come la migliore della sua carriera. Non si può che assistere con nostalgia a questa ultima interpretazione di Bruno Ganz, un attore che ha ricoperto un ruolo importante nella storia del cinema e di cui sentiremo la grande mancanza. È stato il Damiel di Il cielo sopra Berlino di Wenders e in quest’ultimo film di Lars von Trier la personificazione della coscienza e del bene, due ruoli in fondo che lo confermano l’angelo del cinema nord europeo. È anche stato Hitler in La caduta, altro ruolo che sembra quasi “conversare” con La casa di Jack, un film coraggioso e provocatorio che non esita a tirare in ballo il nazismo e i campi di sterminio ebrei, dimostrando che a Lars dell’espulsione del 2011 da Cannes non importa molto.

The House That Jack Built 12 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

Il viaggio nei gironi dell’Inferno è costellato di una successione di immagini sublimi e statiche quasi pittoriche, ispirate ai dipinti e all’iconografia sull’argomento. Se in Melancholia era il bellissimo rimando visivo all’Ophelia di Millais, in La casa di Jack un fotogramma iconico del film è certamente quello che vede Matti Dillon e Bruno Ganz sulla zattera di Caronte, un’immagine dantesca legata alla fedele riproduzione del dipinto di Delacroix “La barca di Dante”. E così come nei dipinti di Delacroix su Dante all’Inferno questo è vestito di rosso, il colore della passione e del peccato, nonché la tinta infernale per eccellenza, è un mantello rosso quello che indossa Jack negli Inferi.

The House That Jack Built 33 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

I 155 minuti di girato scorrono senza alcuna pesantezza, grazie anche al riuscitissimo humour nero che distingue tutto questo film pulp, magnetico e perversamente irresistibile. I killer psicopatici hanno sempre un grande successo nel cinema. Qui si aggiunge la profondità intellettuale di un cineasta geniale che incanala le sue nevrosi nel proprio operato artistico. Un altro fattore da notare è che, dopo la lunga carrellata di personaggi femminili protagonisti dei suoi film, Lars assume un punto di vista maschile inedito, e dopo essersi identificato con tante donne dalla valenza positiva costruisce un proprio alter ego crudele e cinico.
Corinne Vosa

7 risposte a "La casa di Jack. Il cinema perturbante di Lars von Trier"

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  1. Bella recensione. Ma sono un po’ stanco dei registi che fanno autoterapia col cinema. Stanco in particolare di reggere il moccolo tra Von Trier e Lars. Non mi precipiterò a vedere Jack.

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