La doppia vita di Veronica e il miracolo dell’esistenza

di Laura Pozzi

“È una mia ossessione che gente diversa, in posti diversi stia pensando la stessa cosa, ma per ragioni diverse. Io cerco di fare film che stabiliscano un contatto fra questa gente”. Il 13 marzo 1996, se un destino cieco o un caso particolarmente beffardo non ci avesse messo lo zampino, Krzysztof Kieślowski sarebbe probabilmente ancora tra noi e chissà di quanti capolavori i nostri sensi avrebbero potuto beneficiare, a dispetto di un cuore ribelle e ballerino deciso a ultimare inaspettatamente il suo ultimo battito.

Sembra passato un secolo da quel giorno ingrato e funesto, il mondo sottraendosi a qualsiasi spiegazione è cambiato alla velocità della luce, sedotto da un caos tecnologico sempre più incontrollabile da cui risulta arduo, ieri come oggi scorgere una stella danzante. Da qui l’esigenza o meglio ancora l’urgenza di (ri)vedere un film di Kieślowski. Questo perché il suo cinema equivale a un’esperienza soprannaturale pressoché impossibile da spiegare perchè la sua visione va ben oltre una storia da raccontare o un intreccio da svelare. Il regista polacco dispiega in ogni opera un ventaglio di emozioni e sentimenti tali, da costringere i protagonisti (e noi spettatori) a non perdere mai la speranza di poter comunicare ed entrare in relazione con l’altro. Ma per avvicinarsi a questo nobile traguardo, non bisogna aver paura di osare, di mostrarsi deboli lasciando affiorare i propri limiti, senza ostentare una forza effimera presente solo in apparenza.

Nulla si può contro la veemenza e le enigmatiche traiettorie del fato e “La doppia vita di Veronica”, pellicola realizzata nel 1991, appare come il perfetto testamento spirituale (insieme a Il Decalogo e la trilogia della bandiera) lasciatoci in eredità dal grande maestro polacco. La storia, prende avvio attorno alla figura di una cantante lirica cardiopatica, per poi convergere nelle vite parellele di due donne identiche, che vivono in paesi diversi, ma finiranno inconsapevolmente per scoprire la reciproca esistenza. Weronika e Véronique, (doppio ruolo per la celestiale Irène Jacob, miglior attrice al Festival di Cannes 1991) la prima polacca la seconda francese, due esistenze contrassegnate dalla mancanza della figura materna e da una malattia congenita. Weronika non vive la vita, la sente, la percepisce, si lascia inebriare dalla sua straordinaria energia, come evoca la splendida sequenza iniziale, dove sotto una pioggia battente è l’unica a non cercare riparo, ma a continuare raggiante la sua esecuzione canora.

E paradossalmente sarà proprio il non opporsi, ma il lasciarsi pervadere dalle emozioni a esserle fatale. Morirà durante il suo primo concerto, cantando dei versi ispirati al Paradiso dantesco, proprio a un passo dalla meritata affermazione artistica. Ma la sua sensibilità la condurrà ugualmente a scorgere per qualche istante Véronique, il suo doppio, la sua parte mancante, quella più razionale e forse meno ispirata.

Con questo film Kieślowski, rompe il sostrato della realtà individuale, insinuandovi il tema del doppio. La prima parte della storia con protagonista Weronika risulta la più affascinante e ipnotica, permeata da un’atmosfera impalpabile dove le trepidazioni e i turbamenti della giovane cantante tracciano le coordinate necessarie a Véronique per proseguire nella stessa direzione.

Quando Weronika muore, qualcosa nella sua vita inizia a mutare: sente di dover cambiare strada e dover comprendere il motivo dell’improvvisa solitudine che l’attanaglia e sembra allontanarla dal mondo circostante.

Nel lungo e doloroso percorso interiore, che si concluderà nel ricongiungimento con quella se stessa sconosciuta, Véronique comincerà a focalizzare i segni lasciati dal passaggio terreno di Weronika, come a volerne raccogliere e incanalare l’energia dispersa dopo la sua morte. Ma non è la solitudine a poter colmare il vuoto di una mancanza e l’amore di Alexandre, scrittore e fabbricante di marionette, ne sarà la magnifica riprova che l’aiuterà a riappropriarsi dell’altra parte di sé.

Il mondo di Kieślowski è un mondo privo di certezze, ed è proprio quest’assenza a rendere l’atto del vivere grande e meraviglioso. La vita per lui è un miracolo inspiegabile, un prodigio impenetrabile non legato necessariamente allo sguardo di un Dio, ma ancorato a un misterioso caso o destino pronto a rivelarsi.

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