Mektoub, my love: Canto uno (2018) di Abdellatif Kechiche.

Immaginate una calda estate del 1994 e un gruppo di ragazzi e ragazze che passano le giornate al mare tra chiacchiere leggere e giochi in acqua.

Immaginate serate frenetiche in discoteca a ballare e liberare da corpi appena sbocciati nella loro forma adulta energie e gioia di vivere. Immaginate una comunità tunisina a Sète… le tradizioni, la cultura, il calore.

E poi immaginate un ragazzo che è parte di quel gruppo ma che lo osserva più che prenderne parte. Un ragazzo che guarda attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica e cerca il suo Mektoub, il suo destino…

Questo è a grandi linee ciò che racconta il bellissimo film di Kechiche, un film ‘anarchico’ come tutti i suoi film. Un film che emoziona e stupisce. Un film accecante in cui la luce copre, sovrasta ed espone giovani corpi nella quotidianità di un’ estate qualunque. Un film che testimonia il passaggio della vita nel momento stesso in cui si compie. Un film voyeuristico in cui lo sguardo, ciò che si vede fuori è più importante di un approccio intimista e introspettivo.

“Dio è la luce del mondo”. “Luce su Luce. Dio dà la sua luce a chi vuole Lui”. La luce, per Kechiche, è la bellezza della giovinezza, l’armonia e l’esuberanza delle forme, la sensualità istintivamente maliziosa dei corpi generosi delle ragazze.

Kechiche insiste su quei corpi, li celebra, li esalta, si insinua in ogni curva, in ogni piega e li rende protagonisti. E insiste sulla durata dell’esposizione e sui dettagli perché nulla vada perduto. Il ballo frenetico in discoteca con la mdp che impazzisce nel seguire i movimenti di fondoschiena grandi, tondi, eccitanti. Mektoub è un film parlato. Insiste sui dialoghi, Kechiche, anche quelli banali tra i protagonisti perché indugiando sui dialoghi può indugiare sui particolari dei gesti, degli sguardi, dei corpi che maturano nel giro di un’estate.

La durèe bergsoniana, l’attimo che si può dilatare infinitamente che sia nelle immagini o nei dialoghi, viene esplicitata chiaramente in quella che è la scena più bella del film. Amin, il protagonista, attende fino a tarda notte la nascita di un agnello nell’ovile della fattoria della splendida Ophélie. Il travaglio e la nascita sono riprese nella loro lenta e documentaristica verità e Mozart fa da sottofondo allo stupore con cui Amin assiste al miracolo della vita. Qui l’agnello non è sacrificio, Passione ma vita e tenera gioia. Una gioia semplice, abbordabile come la bellezza genuina e contadina di Ophélie. Amin guarda in controluce la vita che si dipana e si svolge davanti ai suoi occhi e solo quando la luce avrà perso il suo nitore e avrà lasciato il posto a un imbrunire più definito riuscirà, forse a seguire il suo mektoub. Film molto bello.

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