Il traditore: dove nessun sogno è mai solamente un sogno

di Laura Pozzi

23 maggio 1992: uno dei giorni più cupi della storia italiana nel secondo dopoguerra. Il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta a bordo delle loro autovetture vengono fatti saltare in aria da quattrocento chili di tritolo a pochi passi dallo svincolo per Capaci. Sono passati ventisette anni da allora, ma l’impatto emotivo, lo sgomento, il senso di impotenza provocato da quelle immagini apocalittiche e di inaudita ferocia è sempre lo stesso.

Fino ad ora, (cinematograficamente parlando s’intende), nessuno è riuscito a rendere un doveroso omaggio alla memoria di Falcone, la paura di non essere all’altezza di un uomo di così elevata statura morale è comprensibile, ma non per Marco Bellocchio, un regista con coraggio d’altri tempi, capace di penetrare attraverso l’ausilio del mezzo cinematografico nelle pieghe più oscure dell’animo umano per portare a compimento la sua personale visione delle cose, anche a costo di spericolate ma significative digressioni dalla realtà. Un realtà spesso filtrata da una robusta componente onirica, in grado di delineare e stigmatizzare attraverso il sogno, l’angoscia del reale. La morte di Falcone come quella di Aldo Moro, è un incubo terreno da cui è impossibile svegliarsi, ideato da entità mostruose che solo una mente lucida e caparbia, può concedersi il lusso di cristallizzare. In Buongiorno, Notte il regista piacentino “osava” liberare Moro, ne ‘Il traditore’ nessun sogno, per quanto bello e “sognato” è in grado di fermare la strage di Capaci, ma la figura controversa di Tommaso Buscetta è lì come un faro a illuminare un’improbabile intesa tra uomini d’onore.

Nel ricostruire una vita sempre al limite Bellocchio opta per una narrazione lineare divisa in tre blocchi distinti. Il primo si apre all’interno di una sontuosa villa in occasione dei festeggiamenti per il giorno di santa Rosalia. Da una parte le vecchie famiglie mafiose, dall’altra Totò Riina e i Corleonesi. La posta in gioco è alta: il controllo sul traffico della droga. Si respira una strana atmosfera in quella che dovrebbe essere una festa, una riconciliazione seppur a mano armata. Buscetta si aggira inquieto, ma è già prossimo a lasciare quel nido di vespe per seguire i suoi traffici dal Brasile, anche se il soggiorno in terra straniera si rivelerà una soluzione effimera destinata a concludersi con l’ arresto e la successiva estradizione in Italia, dove accetterà di collaborare con la giustizia. Ma non si professera’ mai un pentito, né accetterà le accuse di infamia subite durante il maxiprocesso che porterà all’arresto di 475 imputati. Al contrario sarà lui ad accusare di tradimento “Cosa nostra” una società mafiosa basata su nobili principi rinnegati in nome del potere.

La sottile ambiguità esercitata da un personaggio complesso, spesso in bilico tra peccato e redenzione viene affrontata da Bellocchio con apparente distacco. Nel film non c’è traccia di sentenza o condanna morale, a parte quella realmente enunciata a danno dei colpevoli. Non sappiamo se le scelte di Buscetta siano mosse da interesse o lucida consapevolezza. Se in tutto ciò esiste una verità la si può ravvisare solo nei colloqui netti ed essenziali con Falcone. In quell’ultima stretta di mano, nel desiderio impossibile di tornare a Mondello a gustare un gelato e nell’ amara consapevolezza che per entrambi la morte è in agguato. E dietro quell’addio ecco far capolino il sogno di un Stato non corrotto, di un paese libero, di una giustizia garantita. Un sogno ardito destinato ad infrangersi sull’asfalto rovente di un’autostrada. Non sorprende come la morte di Falcone, abbia inevitabilmente minato la credibilità di Buscetta, avviandolo negli ultimi anni della sua vita ad un lento ed inesorabile declino. Se il film riesce ad essere così incisivo al di là dei fatti narrati è grazie al contributo alla generosità di attori in stato di grazia.

Pierfrancesco Favino non indossa i panni del boss dei due mondi, ma se li cuce addosso (basti pensare alla varietà dei linguaggi parlati) operando una simbiosi di incredibile intensità. Un’ interpretazione asciutta, eppur sanguigna, giocata in sottrazione anche nei momenti di maggior enfasi come nel farsesco confronto con Pippo Calò (un monumentale Fabrizio Ferracane). E in attesa di sapere se Cannes gli renderà merito (ma il guapo Antonio Banderas di Dolor y Gloria non è da meno), Bellocchio ha già vinto la sua sfida, in barba a tutte le palme e riconoscimenti del mondo.

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