‘Tre Manifesti a Ebbing, Missouri’: la parola, la madre, i limiti.

di Roberta Lamonica

Dopo ‘In Bruges’ e ‘Seven Psychopaths’ Martin McDonagh, regista e commediografo inglese di origini irlandesi, dirige questo bel film con interpretazioni davvero notevoli da parte di tutto il cast, una su tutte quella inarrivabile di Frances Mcdormand.

LA STORIA: Mildred Hayes (Frances Mcdormand) cerca e vuole giustizia per la morte violenta della figlia Angela avvenuta sette mesi prima e ritenendo superficiali e lacunose le indagini svolte dalla Polizia, affitta tre spazi pubblicitari in una strada secondaria poco fuori dalla cittadina in cui vive, Ebbing appunto, sui quali scaglia la sua denuncia: “Violentata mentre agonizzava”, “Ancora nessun arresto?” e “Come è possibile, Comandante Willoughby?”

LA PAROLA SCRITTA: Perché in un mondo tecnologicamente avanzato e cablato fino ai suoi più estremi confini, c’è qualcuno che sente il bisogno di gridare il proprio dolore e la propria rabbia su cartelloni pubblicitari in disuso? Perché non fare un post su Facebook o un tweet su Twitter? Perché non andare in uno show televisivo di quelli in cui si piange tanto e ci si scandalizza di più?
Perché il nero del crimine e della morte e il rosso del sangue e dell’amore siano di incessante monito a tutti coloro che passeranno per quella strada secondaria. Una strada secondaria in cui le parole, quelle scritte su ‘carta’, hanno ancora un senso e pesano come macigni sulle coscienze degli abitanti di Ebbing. Parole in cui leggere il dolore della perdita e l’odio per l’immobilismo delle istituzioni; parole che fungono da epitaffio a una figlia sulla cui tomba non si può piangere; parole che, nonostante l’incipit e parte del film sembrino suggerire il contrario, cercano fino alla fine di comunicare con il mondo e di interagire con gli esseri umani .

IL FUOCO: Mildred, la protagonista di Tre Manifesti, in una scena topica del film tenta di estinguere l’incendio doloso dei manifesti con i limitati e inefficienti mezzi a sua disposizione.
Il fuoco ha avvolto la figlia Angela dopo lo stupro e il fuoco brucia la stazione di Polizia e il volto dell’agente Dixon (Sam Rockwell, anch’egli praticamente con la Statuetta in mano). Il fuoco unisce indissolubilmente Mildred, l’odioso Dixon e la defunta Angela. Li rende indistinti, parte della stessa Storia, aspetti non differenziati della stessa umanità.
Mildred e Dixon,dietro le apparenze, hanno una propensione prometeica alla filantropia, alla ribellione e al ‘questioning’ dell’autorità stabilita che è tanto più sorprendente nell’agente Dixon perché del tutto imprevedibile.
Al fuoco viene attribuito potere di cambiamento tramite la combustione e la conseguente rimozione dei ‘confini’ e dei ‘limiti’, siano essi mentali, spirituali o fisici o anche i pensieri infimi: la crescente potenza distruttrice del fuoco nell’arco del film porterà all’inaspettato finale dello stesso, rubando il fuoco all’odio e portandolo verso nuove possibilità.

GOD BLESS THE USA? “Salus populi suprema lex esto”. Ma sarà proprio così?
Tre Manifesti è ambientato a Ebbing, nel Missouri. Il titolo originale ‘Three billboards outside Ebbing, Missouri’, mette in evidenza un messaggio importante per l’interpretazione del film: i manifesti sono ‘fuori’ dalla cittadina di Ebbing ma ‘all’interno’ dello stato del Missouri. Quel Missouri teatro di violente sommosse sociali nel 2014 per l’uccisione di Michael Brown, quello stato che, pur essendo geograficamente classificato nel Midwest, è storicamente e politicamente uno Stato del Sud. Mc Donagh, inglese, riesce comunque a tratteggiare un ritratto assolutamente fedele degli usi e costumi dell’America di Trump. La gente di Ebbing è schietta, diretta ma anche razzista, sessista e più preoccupata dello scandalo e del ‘fastidio’ arrecato all’autorità rappresentata dallo sceriffo Willoughby (il sempre ottimo Woody Harrelson) che della mancata soluzione all’omicidio atroce di una ragazza di 17 anni. In quest’ottica, Mildred diventa la metafora di un’America che grida e si oppone alla violenza e all’ingiustizia; Willoughby la metafora dell’incapacità delle Istituzioni di affrontare i problemi giganteschi con cui si deve confrontare quotidianamente e Dixon il risultato di anni di politiche sociali ed educative basate sul pregiudizio e la discriminazione che si sono infiltrate subdolamente nel reticolo sociale americano a tutti i livelli.
E’ per questa ragione che Mildred e i suoi manifesti sono ai margini una società e di una strada laterale che porta a una cittadina fuori dal mondo ma diventano emblema di un mondo che cerca Prometeo e il suo fuoco per potersi purificare.
Senza l’intervento salvifico e vivificatore del fuoco, Mildred non avrebbe scampo né possibilità di redenzione e salvezza.

LA MADRE: se si può usare il termine ‘famiglia disfunzionale’ in un contesto adeguato, direi che Tre manifesti è quello giusto. Una madre che torreggia terribile su tutta la Famiglia. La sua e la famiglia costituita dalla comunità di Ebbing cui riserva lo stesso trattamento aspro e anaffettivo. Mildred non è la mamma modello che fa le torte e la raccolta fondi per la scuola. Mildred tollera che la figlia fumi erba e che le risponda in modo sgarbato e irrispettoso; prende a calci tre adolescenti rei di aver lanciato un cartone di latte sulla sua automobile; guida in stato di ebbrezza con i figli piccoli in auto; non tiene in alcuna considerazione il fatto che se Angela è morta, c’è un figlio adolescente che raccoglie briciole d’amore e valanghe di rabbia e dolore da parte di sua madre.
Non è pivotale in relazione all’evoluzione della storia il fatto che Mildred sia una donna maltrattata tra le mura domestiche. Il suo personaggio ribalta l’archetipo della Mater Dolorosa di matrice cristiana e la riporta all’impeto precristiano di una Furia vendicativa. Mildred è un’incendiaria, anticlericale, indomita bastarda. Una John Wayne con bandana e tuta da lavoro. Non c’è traccia di emozione e partecipazione nelle sue scelte. Fa ciò che è giusto fare e prende atto dell’impossibilità di fare altrimenti. A nulla servono le parole di conciliazione offerte da Willoughby “Nessuno di quei manifesti ti ridarà tua figlia”. Lui vorrebbe darle una chiave di lettura su come affrontare la vita in un mondo che ammazza i suoi figli e non si cura più di tanto di trovare il colpevole ma non gli riesce. Mildred potrà tornare a vivere solo dopo essere passata attraverso la forza distruttrice e rigeneratrice del fuoco.
Eppure, l’incontro con la cerbiatta e il suo fantasticare sull’ipotesi che l’animale possa essere una reincarnazione di Angela, il suo orgoglioso sottolineare che per quanto bella non è Lei, la cura dei fiori sotto i manifesti e quell’ ”Oh, Baby!” sussurrato a Willoughby che le ha appena letteralmente ‘vomitato in faccia’ la sua condizione di malato terminale, lasciano intravvedere tratti di tenerezza materna e di delicata femminilità in Mildred che disorientano lo spettatore e anticipano certe scelte nel finale.

I LIMITI: Nonostante le superbe interpretazioni da parte di tutto il cast (e in questa analisi ho trascurato il bravissimo Peter Dinklage, Caleb Landry Jones e la promettente Kerry Condon), c’è qualcosa che manca perché lo si possa considerare un capolavoro indimenticabile. Il background teatrale di McDonagh dà ai dialoghi naturalezza e vigore e una naturale verve comica che li rende a tratti irresistibili. Eppure la regia risente in modo percettibile dell’esperienza teatrale dando al film tratti di rigidità e poca fluidità nella sceneggiatura. Talvolta si ha la sensazione di guardare una serie TV e la struttura quasi episodica del film concorre a rinforzare questa impressione.

2 risposte a "‘Tre Manifesti a Ebbing, Missouri’: la parola, la madre, i limiti."

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