Call me by your name: amore e ‘morte’ come viatico per diventare adulti.

di Roberta Lamonica

‘Call me by your name’ di Luca Guadagnino, nominato per gli Oscar 2018 in 4 categorie tra cui Miglior Film e Miglior Attore protagonista. La sceneggiatura è stata scritta da James Ivory ed è l’adattamento cinematografico del romanzo ‘Chiamami col tuo nome’ di André Aciman.

Nonostante Guadagnino non l’abbia citato tra i maestri cui si è ispirato e la cui lezione ha fatto propria, ho trovato molte affinità con ‘Il Giardino dei Finzi Contini’, film del 1970 diretto da Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.

Il Giardino dei Finzi Contini vinse un Oscar come miglior film straniero e De Sica rese il romanzo di Bassani immortale.

Bassani detestò il film firmato da Vittorio De Sica tanto da non voler essere menzionato nei titoli di coda. Lo detestò perché ritenne la sceneggiatura sentimentale e didascalica.

Il film di Luca Guadagnino ha ricevuto consensi unanimi oltreoceano ma ha ottenuto pareri discordanti in patria.

Al di là dell’imparagonabile contesto storico il cui accostamento fa anche sorridere (la seconda guerra mondiale nel film di De Sica e l’ascesa del PSI nell’Italia dei primi anni ‘80 nel film di Guadagnino), le somiglianze tra le due opere sono evidenti. Le famiglie al centro delle vicende sono entrambe appartenenti a un’ alta borghesia ebraica al cui interno si respirano stimoli culturali e intellettuali importanti ed esclusivi.

Entrambi i film sono ambientati nella Pianura Padana con le sue umide suggestioni estive e il suo calore sensuale, soffocante e indolente.

In entrambi c’è una storia d’amore. Ma laddove l’amore può esistere solo come sopraffazione nel terrificante e catastrofico panorama storico e sociale a cavallo degli anni ‘40, nel film di Guadagnino l’amore prende la forma di esperienza totalizzante e irripetibile in cui ‘non provare e non sentire sarebbe un terribile spreco’ nelle parole del professor Perlman, il padre di Elio, il protagonista.

‘Call me by your name’ non è un film sull’amore omosessuale. Questo è piuttosto un film sull’Amore e sulla nascita del desiderio. È un passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un Bildungsroman secondo la prospettiva delle emozioni e dei sentimenti.

Saper ‘sentire’ e provare emozioni diventa rappresentativo dell’adulto che diventerai, sembra volerci dire Guadagnino. Il focus sull’arte e sulla pluralità linguistica come cifra significativa dell’apertura al mondo è estremamente moderna e travalica i confini di genere senza porre il proprio genere come limite a ciò che il cuore può esperire.

Se nel ‘Giardino dei Finzi Contini’ proprio il giardino era il confine entro cui le possibilità di relazioni significative prendevano vita,in ‘Call me by your name’ non c’è un confine alla possibilità di amare e il superamento del limite e la conseguente esposizione al fallimento sentimentale rappresentano il punto di partenza per l’ingresso nell’età adulta.

“È meglio parlare o morire?”, si chiede Elio.

Lui sceglie di vivere e per farlo deve un po’ morire… su quel primo piano del suo volto da adolescente rigato di lacrime.

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