‘Ferro 3- La Casa Vuota’: amore come essenza senza materia.

di Roberta Lamonica

“…Un illustre ospite visita
la mia minuta cella esposta a nord.
Non il supervisore in un normale giro d’ispezione,
ma un raggio di sole nell’incalzare della sera,
più piccolo d’un foglietto più volte ripiegato.
Sono pazzo di te, mio primo amore!
Si posa sul palmo della mano,
riscalda le dita d’un timido piede nudo”.

(Ko Un, da ‘Raggio di Sole’)

La solitudine e l’amore sono i pilastri su cui si poggia tutta la narrazione di ‘Ferro 3 – La Casa Vuota’ (2004), gioiello poetico di Kim Ki-Duk. Con Lee Seung-Yeon e Lee Hyun-Kyoon.

Un film che si presta a diverse letture, ognuna delle quali rimanda a quella tensione verso l’integrazione fra due anime che è il cuore tematico di Ferro 3.

I due protagonisti del film sono Tae-Suk e Sun-Hwa. Lui abita la vita che traspira dalle case (vuote) di altri, i bagliori, le intermittenze e i gli angoli bui. Si lascia attraversare da quella vita (foto, oggetti, indumenti) e poi va via, lasciando segno del suo passaggio nel rispetto rituale verso ogni casa, archetipico simbolo di rifugio e fonte di sicurezza.

Tae-Suk è libero, visita diversi quartieri della città, ‘abita’ diverse abitazioni per poi sfrecciare alla ricerca di ‘altro’ sulla sua moto rombante.

E quella ricerca lo porta nella casa in cui vive Sun-Hwa, reclusa e silenziosa vittima di violenze domestiche. L’incontro tra i due è rimandato, ritardato. Prima si osservano e si studiano, separati dai vetri delle finestre della lussuosa villa-prigione che lasciano Sun-Hwa all’interno e Tae-Suk all’esterno.

L’incontro vero e proprio, mai parlato e sempre intuìto, porterà Sun-Hwa a lasciare la sua prigione d’oro per seguire Tae-Suk in un percorso di riappropriazione di un sé troppo a lungo represso e soffocato.

Il viaggio di purificazione di Sun-Hwa e Tae-Suk ricorda molto da vicino quello di espiazione dei due protagonisti di ‘Dolls’ (2002), di T. Kitano. Un viaggio fatto di labbra serrate e sguardi sempre più consapevoli in bilico sul filo della follia.

Tae-Suk porta Sun-Hwa in ognuna delle case che ha ‘abitato’, altrettanti simboli delle qualità di Sun-Hwa: La bellezza (nella casa del fotografo), la protezione (la casa del boxeur), l’amore (la casa tradizionale) e la cura ( la casa dell’anziano morto). E in questo percorso muto, fatto di rispetto e delicatezza, i due protagonisti diventano l’uno parte integrante dell’altra.

Un segno evidente dell’abbandono di Sun-Hwa a Tae-Suk si può ravvisare nel suo mettersi davanti la pallina da golf che Tae-Suk colpisce con rabbia e violenza proprio con quella mazza, il Ferro 3, che dà il titolo al film. Lei lo invita a sostituire alla rabbia la fiducia e l’amore. Lei si fida. È in lui.

Eppure la società contrasta l’unione di Yin e Yang, delle due parti indivisibili dell’essere umano.

Quindi Tae-Suk viene chiuso in una vera prigione e Sun-Hwa viene ricondotta alla sua prigione familiare.

Da questo punto, il film prende una direzione tale che lo spettatore può essere libero di speculare e decidere cosa voler ‘vedere’.

“Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno”, recita la frase sui titoli di coda.

Cosa ne è stato dei due innamorati?

Tae-Suk è davvero riuscito a rendersi invisibile all’occhio dell’uomo ordinario?

O è morto e torna da Sun-Hwa come fantasma? O Sun-Hwa è impazzita e la sua mente produce fantasmi per poterle rendere sopportabile la vita coniugale? O ancora sono morti entrambi e Kim Ki-Duk illude lo spettatore che avrebbe voluto proprio quel finale?

Fatto sta che le uniche sillabe emesse da Sun-Hwa in tutto il film sono quel “Ti amo”, finale. Fatto sta che la bilancia che all’inizio era starata e segnava (fatalità!) la somma del peso dei due protagonisti, alla fine, con i due abbracciati su di essa… segna ‘zero’: la perfetta fusione di due spiriti, oltre le contingenze della corporeità e della materia. Fatto sta che è su questo frame finale, su quello ‘zero’ che significa origine, inizio, azzeramento appunto, che lo spettatore sente una commozione profonda, costruita nel corso del film con levità ed eleganza… piccoli pesci rossi in una vecchia botte, cuscini di raso rosso delicatamente appoggiati su un canapè, orologi fermi aggiustati con cura, foglie innaffiate con delicatezza, cibo pensato con amore. Amore, appunto.

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