‘Vivre sa vie’ (‘Questa è la mia vita’/ Francia, 1962), di Jean-Luc Godard

di Girolamo Di Noto

È difficile immaginare la Nouvelle Vague francese senza accostare il volto di Anna Karina, l’attrice danese scomparsa recentemente all’età di 79 anni.

Come Marilyn Monroe e Liz Taylor, grazie ad Andy Warhol, sono riuscite a condensare con i loro volti l’immaginario pop-americano, così Anna Karina è stata capace, assieme ad altre due icone del cinema francese, la bellissima e sfortunata Jean Seberg e la luminosa Jeanne Moreau, con il suo volto armonioso incorniciato da capelli scuri e da una frangetta che ricorda l’intramontabile Louise Brooks, a far innamorare lo spettatore, incantato da una bellezza semplice, naturale e soprattutto da due occhi immensi che parlano da sé e dai quali fluisce tutta la malinconia del mondo.

Godard se ne innamorò a prima vista, ma non scattò subito la scintilla: il regista francese le propose un piccolo ruolo per A bout de souffle, ma lei rifiutò perché non voleva prestarsi a scene di nudo. Alcuni mesi più tardi arrivò ad Anna un telegramma di Godard: le offriva la parte principale del suo secondo film Le petit soldat. E sul set quel bigliettino: ” Je vous aime ” e l’appuntamento a mezzanotte in un caffè. Inizia così, la loro storia d’amore e il loro sodalizio professionale. Sarà la musa godardiana in diversi film: sarà la Marianne in Pierrot le fou, l’Angela di Une femme est une femme, Odìle dagli sguardi trasognati e maliziosi in Bande a part e soprattutto la conturbante Nanà di Vivre sa vie, film del 1962 che si aggiudicò il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film prende spunto da un’inchiesta giornalistica sulla prostituzione, ma solo in parte presenta un taglio documentaristico. L’intento iniziale lascia spazio ad altri generi come il teatro( il film è suddiviso in 12 capitoli ), il gangster movie ( nell’ epilogo ), ma nel complesso resta un film che non segue le leggi tradizionali della narrazione, ma descrive la vita di una giovane donna nella sua casualità e frammentarietà.

Nella Parigi dei primi anni Sessanta, Nanà, dopo che si è lasciata con il compagno Paul, comincia a lavorare come commessa in un negozio di dischi, sebbene aspiri a diventare un’attrice. Poiché i soldi che guadagna non le sono sufficienti per pagarsi l’affitto, la ragazza inizia a prostituirsi. Incontra Raoul che si offre di farle da protettore. Quando Nanà, che nel frattempo si è innamorata di uno dei suoi clienti, comunica a Raoul la sua decisione di voler abbandonare quell’ambiente, lui decide di venderla ad altri protettori. Durante le trattative nasce una lite, la situazione degenera: un colpo di pistola raggiunge Nanà, ponendo tragicamente fine alla sua breve esistenza. A Godard non interessa tanto soffermarsi sulla trama della storia: lui, autore di rottura, consapevole che il linguaggio cinematografico mai potrà rendere appieno la verità, si dedicherà a raccontare frammenti di vita della giovane donna, inquadrerà il viso di Nanà da ogni prospettiva in modo da far emergere il groviglio di emozioni che la attanaglia.

Come per i personaggi di Hemingway che sono descritti per quello che fanno, così sono le azioni di Nanà a definire i suoi pensieri: il vagare di Nanà lungo le strade di Parigi o in un’anonima stanza d’albergo, lo sguardo pensieroso in un caffè, il consumarsi di una sigaretta accesa, la commozione nel vedere al cinema La Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer sono atteggiamenti che denotano tutta l’inquietudine della nostra eroina. Una donna dallo sguardo dolce, che crede continuamente nell’ amore e che riesce a conservare quella purezza d’animo nonostante frequenti ambienti degradanti. La sua vita è una successione di tableaux senza grandi sentimenti. Non attribuisce agli altri o alla società le responsabilità del suo triste destino. “Alzo la mano, sono responsabile. Giro la testa a destra, sono responsabile. Sono infelice, sono responsabile. Voler evadere è un’ illusione”.

In questo film di frammenti, in questa serie di schizzi di vita, Godard inserisce elementi di riflessione tratti dalla letteratura, dalla filosofia, dal cinema stesso. Si discute soprattutto di linguaggio: le parole non rendono esattamente quello che vogliamo dire. Nella celebre sequenza iniziale, quella in cui Nanà e Paul volgono le spalle alla macchina da presa, ad un certo punto Nanà ripete per quattro volte e in modi diversi l’espressione “Che cosa te ne importa” e non sa quale sia il giusto modo per dirla e arriva alla conclusione che” più si parla e più le parole non vogliono dire niente”. Così come nel penultimo tableaux, nell’incontro in un caffè con un filosofo, Nanà dice: ” Volevo dire questa frase con un’ idea precisa e non sapevo quale fosse la maniera migliore di esprimere questa idea. O meglio, lo sapevo ma adesso non lo so più”. Tra le scene indimenticabili, due sono degne di nota: quella che ritrae il volto di Anna Karina ricoperto dalle lacrime quando assiste al film su Giovanna d’Arco, immagine che rivela e anticipa il destino di Nanà e quella che descrive forse l’unico momento di libertà della protagonista: il balletto che lei esegue in un caffè sulle note di una canzone scelta dal jukebox. In quel momento dimentica solitudine, noia e balla libera, allegra, felice davanti ai suoi protettori che parlano di affari. Senza tralasciare l’ultimo tableaux, prima del tragico epilogo: il giovane di cui si è innamorato Nanà le legge Il ritratto ovale di Edgar Allan Poe. La storia di un pittore che a forza di riprodurre la sagoma della donna amata finisce per farla scomparire del tutto.

E infatti, per Nanà, l’amore sarà la causa indiretta della sua morte. L’amore per Nanà degrada incece di elevare: eppure, nonostante la monotonia e la mancanza di sussulti della sua vita, lei continuerà a restare lucida fino alla fine. Sa che evadere è un’illusione, ma sa anche che” in fondo tutto è bello. In fondo le cose sono come sono e nient’altro. Un volto è un volto. Due piatti sono dei piatti. Gli uomini sono gli uomini. E la vita è la vita”.

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