La strada (1954), di Federico Fellini

di Corinne Vosa

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C’è un respiro particolare che aleggia nell’atmosfera di questo film. Un’emozione non si può raccontare, mai veramente, ma ci si può provare avvicinandosi alla rievocazione di ciò che è stato.
Gelsomina (interpretata dall’intesa Giulietta Masina) è una ragazza vulnerabile, goffa e affetta da un probabile autismo, che la rende strana e derisibile agli occhi del mondo esterno. Persa nei suoi sogni, si ritrova improvvisamente proprietà di Zampanò (Anthony Quinn) rude circense che ne fa la propria schiava e collaboratrice. L’ingenuità di Gelsomina la porta ad affezionarsi a lui, provando spesso sentimenti contrastanti che oscillano tra tenerezza e disgusto, gelosia e desiderio di libertà.

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Non c’è da sorprendersi che La strada abbia conquistato nel 1957 l’Oscar al miglior film straniero data la profonda delicatezza e poesia che ne fa una delle migliori opere cinematografiche di un genio quale Fellini. Lentamente, con una dolcezza avvolgente e nostalgica, La strada racconta una storia intrisa di pura malinconia felliniana. Se è vero che Fellini nelle sue prime opere optò per una maggiore sobrietà e vicinanza al neorealismo, c’è da dire che la tensione al metafisico tipica soprattutto dei successivi film del regista è già perfettamente percepibile e si rivela con grazia sublime, anticipando l’inebriante esplosione dei sensi e la negazione dei rigidi confini della realtà che resero immortale ad esempio 8½.

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Per quanto concerne La strada, nella sua totale verosimiglianza si innesca un cortocircuito percettivo di magica portata: attimi in cui il cuore ci dice che forse ciò che si vede sullo schermo non è più la realtà esterna, ma proiezioni mentali del candido incontaminato mondo interiore di Gelsomina, circondata spesso da bambini giocosi che si muovono liberamente nello spazio come fantasmi solidali che non la abbandoneranno. La rievocazione della dimensione infantile d’altronde è essenziale per addentrarsi nella psicologia di Gelsomina, non troppo lontana dall’affermarsi come la versione femminile di Charlot, seppur decisamente più ingenua e fragile. Infondo a descriverla perfettamente sono proprio le parole di Fellini: “Credo che il film l’ho fatto perché mi sono innamorato di quella bambina-vecchina un po’ matta e un po’ santa, di quell’arruffato, buffo, sgraziato e tenerissimo clown che ho chiamato Gelsomina e che ancora oggi riesce a farmi ingobbire di malinconia quando sento il motivo della sua tromba“.

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L’autore inquadra ricorrentemente anche animali da soma, equini in particolare, creature usate dall’essere umano e poi ignorate, i cui corpi soli nello spazio si armonizzano alla solitudine di Gelsomina. D’altronde il parallelismo con il maltrattamento animale è riscontrabile in molte dinamiche che caratterizzano l’interazione tra Gelsomina e Zampanò.
La strada è anche una rilettura, probabilmente involontaria, della fiaba archetipica La bella e la bestia, senza però un lieto fine: è la realtà con i suoi fallimenti e incongruenze, seppur filtrate dallo sguardo trasognante di Gelsomina. Lei non è bella fuori, ma dentro; lui non è un principe maledetto destinato a una soddisfacente redenzione, ma un brutale peccatore. Questo film infatti spezza il cuore nella sua compassione verso i propri personaggi, eterni perdenti nel circo della vita e nel caos dei sentimenti umani.

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Fellini enfatizza poi piccoli gesti spiritualmente evocativi quanto delle immagini iconografiche. Ad esempio il braccio di Gelsomina che si alza soavemente durante una camminata all’unisono con una bambina misteriosa, come in un gioco di prestigio in onore della magia dell’innocenza. Un breve percorso simbolico quello di questa celebre scena del film dove Gelsomina, felice di ritrovare Zampanò in salute, si allontana dal corpo di questo e dalla sofferenza che il suo comportamento le ha procurato per ritrovare la piena gioia in un vagabondare coreografico alla stregua di una danza mentale di riappacificamento e armonia universale con gli elementi naturali.

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La colonna sonora di Nino Rota è poesia ed epifania a tratti del dramma interiore di Gelsomina, altre volte dall’euforia che scaturisce dall’esperienza sensoriale artistica. L’uso magico della tromba si afferma come leitmotiv degli umori della protagonista, in bilico tra entusiasmo e disperazione.

Melodie che evocano una dimensione trascendente la concretezza del presente e che rispecchiano l’attitudine sognante tanto di Gelsomina quanto di Fellini; note che si innalzano al cielo stellato dei sogni.

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Non si potrà mai negare a Fellini di aver dato voce al fantastico, nell’accezione non di fantasticheria impossibile ma di fondamento percettivo della realtà stessa. Per anni il suo esempio è stato paradossalmente portato avanti molto più dagli autori stranieri (pensiamo a David Lynch), ma negli ultimi anni anche l’Italia sta riscoprendo la propria propensione all’onirico e al realismo magico. Ora più che mai possiamo dire che l’eredità di Fellini continuerà a brillare anche nel cinema odierno e in quello che verrà, oltre che a rivivere instancabilmente nelle sue opere. E come si sa, la vera arte è eterna.

La strada, nella sua apparente semplicità narrativa, ci regala una fiaba nostalgica di un’intensità e purezza disarmante.

 

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